


Il Quirinale non si muove come un attore politico e non reagisce come uno spalto di tifosi. La sua cifra istituzionale è nota: ascolta, osserva, lascia sedimentare, poi interviene quando ritiene che una soglia sia stata superata. È una prassi consolidata, non un’eccezione.
L’intervento di Sergio Mattarella al plenum ordinario del CSM rientra perfettamente in questa grammatica: non una presa di posizione sul merito della riforma, ma un richiamo di sistema quando il linguaggio del conflitto tra poteri aveva assunto tratti di delegittimazione reciproca.
Proprio per questo è politicamente grave la torsione operata dal fronte del No, che ha tentato di trasformare un atto di stabilizzazione istituzionale in un segnale referendario. Il Quirinale non entra nella contesa. Non parteggia. Non lancia messaggi cifrati. Interviene per ricondurre il conflitto dentro il perimetro costituzionale.
Leggere quell’intervento come endorsement implicito significa non comprendere – o fingere di non comprendere – il metodo con cui il Capo dello Stato esercita la propria funzione.
Il problema, qui, non è il dissenso verso la riforma. È la trasformazione del Capo dello Stato in strumento di campagna. E per comprenderne la gravità occorre partire dal dato più evidente: la parola centrale del discorso presidenziale è stata “rispetto vicendevole”. Non rispetto per uno contro l’altro. Rispetto reciproco tra poteri.
L’intervento del Presidente: un atto di stabilizzazione sistemica
Politologicamente, l’intervento di Mattarella va letto come risposta a una dinamica di delegittimazione crescente tra poteri dello Stato. Da settimane il linguaggio pubblico aveva superato il livello della critica istituzionale per entrare in quello dell’attacco morale: “paramafioso”, “massoni deviati”, evocazioni improprie di Falcone e Borsellino come sigilli di parte, arrivando addirittura a rilanciare interviste false del secondo in programmi televisivi nazionali.
Quando il conflitto assume tratti moralizzanti, il sistema entra in una fase di instabilità simbolica. È in quel momento che interviene il garante.
La scelta di presiedere una seduta ordinaria del CSM – evento inedito nel mandato di Mattarella – segnala la percezione di una soglia critica. Ma ciò che il Presidente ha fatto non è stato prendere posizione sulla riforma. Ha operato su un piano diverso: quello dell’equilibrio tra poteri. Il suo intervento è un atto regolativo, non deliberativo. Non giudica il contenuto del referendum. Stabilisce il perimetro entro cui il conflitto deve restare.
La formula utilizzata – “rispetto vicendevole, in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza” – è la chiave. Politolinguisticamente, “vicendevole” introduce simmetria e reciprocità. Neutralizza qualsiasi interpretazione unidirezionale. Non è un richiamo rivolto contro il Governo. Non è una difesa corporativa del CSM. È una norma generale di comportamento istituzionale.
La parola amputata: come si costruisce un frame
Una parte della stampa e, soprattutto, il fronte del No hanno operato una selezione significativa: hanno enfatizzato il “richiamo al rispetto” per il CSM, omettendo o marginalizzando l’aggettivo “vicendevole”. Questa omissione non è casuale. È una scelta di frame.
Senza “vicendevole”, il messaggio può essere facilmente piegato in senso unilaterale. Con “vicendevole”, diventa impossibile arruolarlo. Perché la reciprocità implica che il richiamo valga per tutti i poteri coinvolti nella campagna, compresi coloro che, dal fronte del No, hanno contribuito ad alzare i toni.
Dal punto di vista dell’analisi del discorso, siamo davanti a una tipica operazione di compressione semantica: si riduce la complessità del messaggio per renderlo funzionale a una narrazione polarizzata. È un meccanismo noto nelle dinamiche mediatiche contemporanee, ma applicato qui a un discorso presidenziale assume una valenza istituzionale delicata.
L’arruolamento come sintomo di debolezza argomentativa
Che sia stato il fronte del No a tentare di arruolare il Presidente non è un dettaglio secondario, ma un dato politicamente rivelatore. In una campagna referendaria già segnata dall’intervento di vip e personaggi pubblici spesso impegnati a semplificare o travisare il contenuto tecnico della riforma, si è compiuto un passo ulteriore: non bastavano testimonial mediatici, ora si è provato a incorporare il Capo dello Stato dentro la propria narrazione. È un salto qualitativo, non quantitativo.
L’operazione è tanto più paradossale se si considera che i partiti che sostengono il No sono gli stessi che, in altre circostanze, invocano l’intervento del Presidente a ogni presunta forzatura del Governo, richiamandone il ruolo di garante super partes. Qui invece la logica si rovescia: il garante viene reinterpretato come alleato implicito. È una torsione strumentale della funzione presidenziale.
Dal punto di vista comunicativo, siamo davanti a una classica strategia di legittimazione per trasferimento simbolico: quando il terreno tecnico non produce sufficiente mobilitazione, si cerca un’autorità esterna da incorporare. Ma nel caso del Capo dello Stato l’operazione è istituzionalmente fragile, perché politicizza una funzione che esiste proprio per restare sopra la contesa. L’arruolamento non rafforza l’argomento del No: ne segnala la difficoltà a sostenersi esclusivamente sul merito.
Il paradosso della reciprocità tradita
C’è un elemento retoricamente e politicamente decisivo. Il Presidente ha richiamato al rispetto vicendevole tra istituzioni. L’arruolamento operato dal fronte del No è, per definizione, unilaterale. Si prende un richiamo reciproco e lo si trasforma in sostegno a una parte.
Questa è una contraddizione performativa evidente. Si invoca un principio di equilibrio per alimentare una lettura partigiana. Si utilizza un messaggio di moderazione per rafforzare una narrazione di schieramento.
Inoltre, Mattarella ha esplicitamente riconosciuto che il CSM “non è esente da difetti, lacune ed errori”. Questa frase è incompatibile con qualsiasi interpretazione di difesa incondizionata dello status quo. Se il Presidente avesse voluto segnalare un’opzione referendaria, il suo discorso avrebbe avuto una struttura diversa. Non l’ha fatto. E non l’avrebbe mai fatto.
Il garante non si arruola
In una democrazia costituzionale, il Capo dello Stato interviene quando il conflitto rischia di superare i limiti della legittimazione reciproca. Non interviene per orientare il voto. L’intervento di Sergio Mattarella è stato un atto di stabilizzazione sistemica, fondato sulla categoria del rispetto vicendevole tra poteri.
Il fronte del No, nel tentativo di rafforzare la propria posizione, ha scelto di arruolarlo. È un errore politico e istituzionale. Perché confonde la difesa del metodo con la difesa di una parte. E perché politicizza una funzione che dovrebbe restare sopra la contesa.
Il Presidente non è un argomento. Non è un sigillo. Non è un endorsement implicito.
È il garante dell’equilibrio. E quell’equilibrio si fonda, prima di tutto, sulla capacità di non deformare le sue parole per piegarle alla convenienza del momento.

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Considerazioni del genere, totalmente condivisibili, dovrebbero trovare uno spazio divulgativo ben maggiore della meritoria nicchia di InOltre. Aggiungo che il richiamo al rispetto reciproco, espresso dal Capo dello Stato, non sembra essere stato sostanzialmente accolto, continuiamo ad assistere ai comportamenti dogmatici, sin troppo spesso intellettualmente disonesti, tipici delle guerre di religione. Ma quello che maggiormente mi preoccupa è che sono i cosiddetti “addetti” ai lavori a contribuire fattivamente alla disdicevole polarizzazione dell’elettorato.