

È presto, prestissimo. Il ritmo sincopato delle notizie ci piove addosso come in un metaforico bombardamento. È pressoché impossibile stare dietro a tutti i fuochi che, da ieri mattina presto, si stanno accendendo. I fronti si moltiplicano. È ancora sfuggente l’esatto perimetro del nuovo conflitto che è venuto a completare, almeno provvisoriamente, il brusco risveglio europeo dalla balzana illusione che la guerra fosse ormai stata espunta dall’orizzonte del reale.
Anche questa volta i meccanismi di negazione hanno saldamente operato fino all’ultimo, appesi per l’occasione alla suggestione del TACO. Ci si compiaceva dell’acronimo satirico coniato da Robert Armstrong del Financial Times (“Trump always chickens out”, letteralmente “Trump si tira sempre indietro” o “Trump fa sempre la figura del coniglio” per gli antitrumpiani più viscerali) per dirsi certi che nulla sarebbe accaduto.
“Help is on the way” aveva detto Trump agli iraniani scesi in piazza a gennaio e morti a migliaia tra l’indifferenza dell’opinione pubblica progressista occidentale, ancora esausta dopo aver speso tutte le proprie riserve di indignazione inseguendo per mesi i bollettini di morte del ministero della Sanità di un’organizzazione terroristica. In molti avevano ironizzato su quelle parole, ma non a caso quasi nessuno, anche tra i tanti vedovi dell’Occidente da Trump demolito, gli aveva rinfacciato l’eventuale, radicale immoralità insita nel non dare seguito alle aspettative così create in chi rischia la vita per amor di libertà.
Quasi nessuno gli aveva intimato di far seguire i fatti alle parole. Anche la grottesca reductio ad hitlerum del pur pessimo presidente USA segue, del resto, i canoni del politicamente corretto: lo si sfotte per la promessa bellica ritenuta vana, ma non lo si spinge a mantenerla.
Nelle scorse ore, però, la realtà ha fatto irruzione e, mentre i radar tracciano i contorni di un attacco che potrebbe cambiare la storia, forse bisognerebbe avere il coraggio, pur con tutti i condizionali del caso, di chiamare finalmente le cose con il loro nome. Basta con i tipici prodotti della paralisi politica delle cancellerie europee. Basta, cioè, con i giri di parole sul “rischio escalation” o sulle “preoccupazioni per la stabilità”.
Va piuttosto detto che, se l’operazione contro il regime di Teheran si confermerà nei tratti intuibili nelle prime ore, non siamo davanti a un atto di aggressione, ma a una guerra di liberazione nel senso più autentico del termine.
Se l’operazione riuscisse, realizzerebbe, prima di tutto, la liberazione di un popolo — quello iraniano — che da decenni soffre sotto i turbanti chiodati di una teocrazia che opprime, impicca e soffoca ogni anelito di libertà (soprattutto di giovani e donne). Ma realizzerebbe anche la nostra liberazione dall’incubo di un’atomica in mano a fanatici che leggono il mondo attraverso il filtro della guerra santa e del martirio.
Realizzerebbe la decapitazione di quel serpente che muove i fili di Hamas, Hezbollah e Houthi e in presenza del quale non ci sarà mai pace in Medio Oriente. Tagliare la testa dell’idra fondamentalista sciita significherebbe dare respiro a un intero quadrante, permettendo finalmente soluzioni di sviluppo e di pacifica convivenza che oggi sono sistematicamente sabotate da Teheran, direttamente e per tramite dei suoi proxy.
Infine, last but not least, se l’operazione militare scattata oggi riuscisse, essa realizzerebbe la liberazione di Israele dalla spada di Damocle di un nemico che si prefigge programmaticamente, e persegue attivamente, la cancellazione dell’“entità sionista”. Dalle nostre parti si considera scaltro realismo diplomatico chiedere a uno Stato di tollerare allegramente l’esistenza di un regime che si propone di cancellarlo dalle mappe.
Così, nelle scorse settimane, gli esorcismi volti a negare la prospettiva bellica sono passati anche dalla consueta mostrificazione di Israele, dipinto come l’unico attore che desiderava il deflagrare del conflitto. Lo Stato ebraico, tuttavia, è una democrazia sufficientemente accerchiata per non poter prestare soverchia attenzione a queste forme di cecità strategica e morale e così ieri mattina si è mosso, ancora una volta, per garantirsi il diritto all’esistenza.
Le domande a questo punto sono due. La prima, cruciale, concerne il come si svilupperà l’iniziativa bellica avviata ieri e se essa sarà adeguata e coerente agli obiettivi di cui sopra. Come ha scritto Aldo Torchiaro su X, gli obiettivi sono: “Liberare l’Iran. Far vincere la democrazia. Difendere Israele. Tre cose che vanno insieme, o non vanno.”
La seconda domanda è se nel nostro dibattito interno sapremo riconoscere la vera natura di questo conflitto, ossia appunto il suo essere una guerra di liberazione. I primi segnali sono, in tal senso, sconfortanti.
Come già avviene in larghi settori di media e opinione pubblica a proposito dell’Ucraina, le reazioni odierne all’attacco a Teheran sembrano promettere che, ancora una volta, in barba a ottant’anni di retorica resistenziale e di solenne celebrazione di una Liberazione ottenuta con il piombo e il sangue, si produrrà l’incapacità di attualizzare e vivificare quei ricordi con le lotte altrui.
Esaltiamo i partigiani di ieri e, di fronte a chi cerca di abbattere i tiranni di oggi, ci rifugiamo in un pacifintismo salottiero che, di fatto, si traduce in oggettivo supporto alle ragioni di oppressori e invasori. Paradossale, ma in fondo non troppo, se solo si coglie la costante di un riflesso condizionato antioccidentale, che impedisce a troppi intellettuali e politici, e a tanta opinione pubblica, di riconoscere che la libertà altrui vale quanto la nostra e certamente vale più del nostro quieto vivere e del peso delle nostre bollette.
Da noi, invece, prevale il metro di giudizio per cui conta da chi ti vuoi liberare e con l’aiuto di chi e, se questi due criteri non concorrono a qualificarla come sufficientemente antioccidentale, la tua lotta di liberazione non verrà riconosciuta come tale. Anzi, verrà mistificata e svilita a “guerra per procura”, come quella ucraina, o liquidata come ribellismo per conservare privilegi borghesi, come il fisico Rovelli scrisse delle proteste dei giovani a Hong Kong, prima di lanciarsi, più di recente, in spericolate lodi del modello cinese.
A questi tradizionali filoni, è prevedibile poi che si aggiungerà quello di un legittimo e motivato antitrumpismo (non foss’altro per l’osceno trattamento riservato all’Ucraina) che tuttavia sconfina nel fanatismo quando, in schietto odio a Trump, arriva persino a digerire i più indifendibili regimi purché entrino nel suo mirino.
Mentre, a ben vedere, non c’è ragione alcuna di detestare Trump quando plasticamente tradisce se stesso isolazionista e distruttore del legame atlantista per avviare conflitti dal sapore squisitamente neocon e filo-occidentale. Per avviare guerre, sì, che, per quanto paradossale possa sembrare, possono far tornare a far respirare la libertà agli iraniani, a Israele, a noi tutti.

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Sarei molto contento se gli obiettivi veri di questa operqzione fossero davvero “ Liberare l’Iran. Far vincere la democrazia. Difendere Israele”.
Le operazioni recenti contro regimi autoritari e/o “ turbanti chiodati di una teocrazia che opprime, impicca e soffoca” ( Iraq e Afghanistan) non lascino ben sperare.
A duecento metri da li, un’altra potenza nucleare (vera, il Pakistan) sta regolando i conti proprio con l’Afghanistan.. forse anche li’ si tratta di una guerra di liberazione.
Io penso che nessuno giustifichi quanto gli Ayatollah abbiano ulteriormente umiliato un grande paese ed un grande popolo. Nessuno. Come per l’Afghanistan qualche anno fa, siamo in tanti d’accordo. Ma facciamolo tutti insieme. Non solo a due.
Non bisogna portarsi troppo avanti perché anche con la morte dell’Ayatollah, nessuno ha la certezza che la leadership iraniana rimanente cambierà atteggiamento verso i suoi vicini non allineati alle proprie ideologie o se addirittura ci sarà una cambiamento di potere radicale ai vertici tale da smantellare tutta la struttura creata dal regime nei decenni.
Nel primo caso, penso più concreto, credo che alla suddetta leadership convenga avvicinarsi alle richieste americane e israeliane, perché non terminare minacce e attacchi alle postazioni americane equivarrebbe ad ulteriori rappresaglie e bombardamenti sul suolo iraniano.
Mentre per ottenere il secondo caso colpire basi e infrastrutture iraniane non basterebbe.
Servirebbe probabilmente un’azione di terra decisa di un’eventuale forza di invasione o perlomeno un coordinamento e un supporto stretto con certe possibili forze interne di resistenza pronte a combattere l’esercito e le guardie fedeli al regime e conquistare la capitale e le città più importanti.