

“Ingoia la pillola amara, Curtis Sliwa, e abbandona la corsa per fermare Mamdani”. Questo è stato il titolo dell’articolo del New York Post, il quotidiano conservatore newyorkese, firmato dall’intero editorial board.
Perché nella corsa alla nomina di sindaco di New York tra l’ex governatore Andrew Cuomo ed il Di Battista della Grande Mela Zohran Mamdani c’è un terzo incomodo che avrebbe potuto sparigliare le carte in tavola. È Curtis Sliwa, candidato repubblicano, ex vigilante, che secondo i sondaggi è stabile intorno al 15%. Secondo gli stessi sondaggi, sono proprio questi i punti percentuali che separano Cuomo da Mamdani, e nel caso di una corsa a due, oltre il 90% degli elettori di Sliwa voterebbero Cuomo.
Dopo la ritirata dell’ex sindaco Adams, che ha contribuito al balzo in avanti di Cuomo nei sondaggi, in molti avevano pronosticato il ritiro di Sliwa, analisti repubblicani compresi. Ben Shapiro dava “per certa” la ritirata di Sliwa nella settimana del 20 ottobre. Alcuni prominenti miliardari conservatori newyorkesi come Bill Ackman e John Catsimatidis hanno pubblicamente dato il loro endorsement a Cuomo, dichiarando che “un voto per Sliwa è un voto per Mamdani. Curtis Sliwa, è ora di ritirarti”. Il New York Post ha ripetutamente preso di mira il candidato repubblicano con prime pagine sprezzanti intitolate: “Vattene via, berretto”, ironizzando sul berretto rosso, suo indumento distintivo.
Nonostante le pressioni ed i pronostici, Sliwa non si è ritirato e, per tutta risposta, ha dichiarato che non avrebbe rinunciato “per nessun motivo”.
Se la ritirata di Sliwa sembrava così probabile a metà ottobre, ed alla fine non si è verificata,
significa che non è stata esercitata una vera pressione dai vertici del partito Repubblicano.
Nonostante Trump abbia risposto “Meglio un democratico che un comunista” quando gli venne chiesto chi avrebbe preferito tra i due principali candidati, l’atteggiamento dei repubblicani è ora di cauta speranza.
Una vittoria di Mamdani potrebbe essere l’occasione d’oro per i repubblicani di dimostrare quanto estremisti ed incapaci sono i democratici duri e puri quando prendono il potere. Il più esplicito in questo senso è stato Ron De Santis: “Gli elettori di tutto il Paese avranno così l’opportunità di vedere la sua agenda di sinistra all’opera e capire che la sua linea è quella del Partito Democratico a livello nazionale. Sarà un bene per i repubblicani, ma un male per New York City.”
È certo che De Santis si stia sfregando le mani. La fortuna della Florida, che vanta una formidabile crescita economica di oltre il 5% all’anno, è stata proprio dovuta all’immigrazione in massa di imprese, imprenditori e miliardari da New York (e della California), che hanno riversato miliardi di dollari di tasse e consumi a Miami e dintorni, sfuggendo all’alta tassazione della Grande Mela.
Molte banche d’investimento newyorkesi hanno congelato le assunzioni da due mesi, in attesa del risultato delle elezioni e delle prime mosse di Mamdani. Qualora si apprestasse a fare una minima parte di ciò che ha promesso, compreso un ulteriore aumento delle tasse, la linea è quella di mantenere a New York le sedi centrali e trasferire le filiali in Florida.
La vittoria di Mamdani è quindi un’opportunità per i repubblicani, soprattutto in vista delle
delicate elezioni di medio termine, dove ogni singolo seggio sarà prezioso. Una piccola oscillazione all’interno dei 26 seggi dello stato di New York (19 attualmente in mano ai democratici) potrebbe essere decisiva per una maggioranza alla camera, e l’”Effetto Schlein” che Mamdani porterà tra i moderati non potrà che consolidare la parte repubblicana.
In ogni caso, la storia recente insegna a non fidarsi troppo dei sondaggi americani. La vittoria di Mamdani, seppur molto probabile, non sarà scontata fino alla sera di martedì 4 novembre.
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