


L’Europa chiede all’Ucraina di resistere, ma esita quando quella resistenza dovrebbe diventare appartenenza politica. Tra calcoli nazionali, interessi particolari e prudenza istituzionale, Bruxelles continua a dare prova d’inadeguatezza rispetto alle scelte che dovrebbero definire il futuro strategico del continente.
Sconcertante e rivelatorio un passaggio dell’intervista di Paola Di Caro a Guido Crosetto sul Corriere della Sera di ieri. Alla domanda sull’eventuale ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea, il ministro risponde così: «Se l’Ucraina entrasse in Europa, con la sua grandezza e il suo sistema economico, ci sarebbe immediatamente una crisi nel settore agricolo gravissima per molti Paesi Ue».
Crosetto sembra riferirsi ad un sentire diffuso all’interno dell’Unione europea e infatti precisa: «Tutti sanno, compresi i tedeschi, che è molto difficile». La questione, quindi, almeno per come la rappresenta il ministro italiano, riguarderebbe non l’Italia o l’opinione personale di Crosetto ma l’Unione europea nel suo complesso.
La dimensione estesa di questa diffidenza nei confronti dell’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea assumerebbe un rilievo ancora più preoccupante.
Perché è difficile immaginare una formulazione più chiara dell’ambiguità europea sull’Ucraina e, più in generale, su molti dei dossier cruciali che dovrebbero definire il futuro dell’Unione.

L’Europa riconosce il sacrificio ucraino, ne invoca la resistenza, beneficia politicamente e strategicamente del fatto che Kiev continui a contenere l’aggressione russa. Ma quando si passa dal sostegno militare e morale alla piena integrazione politica, economica e istituzionale, emergono subito i calcoli nazionali, le paure corporative, le resistenze agricole, i riflessi difensivi dei singoli Stati.
Nella stessa intervista, Crosetto ricorda che «a morire ci vanno loro», cioè gli ucraini. Poi, però, quando si parla di Ucraina nell’Unione europea, il problema diventa la crisi agricola che il suo ingresso provocherebbe in molti Paesi Ue.
Per cui l’Ucraina è abbastanza europea per combattere una guerra che riguarda anche la sicurezza del continente, ma diventa improvvisamente troppo ingombrante quando chiede di entrare davvero nella casa comune.
Questo realismo, questa cautela istituzionale, questa difesa degli equilibri interni rivelano come l’Unione europea chieda all’Ucraina il massimo sacrificio, ma senza assumersi fino in fondo il costo politico della sua inclusione.
L’Unione ritiene di poter continuare a trattare Kiev come un avamposto militare dell’Europa e al contempo come un problema economico da tenere fuori dalla porta.
Superfluo dire che ogni esitazione europea sull’Ucraina, ogni distinguo corporativo, ogni calcolo nazionale presentato come prudenza istituzionale confermano a Mosca che il tempo può ancora lavorare contro Kiev.
Ed è precisamente questa ambiguità che la Russia può sfruttare.
Qui il caso ucraino si salda con una critica più ampia, che Mario Draghi ha rivolto più volte all’Unione europea e che nel suo discorso di Aquisgrana è apparsa in tutta la sua nettezza: l’Europa sa quali decisioni dovrebbe prendere, ma continua a rinviarle, intrappolata nei suoi processi, nei suoi veti, nelle sue liturgie istituzionali.
Ma in questo caso non c’è soltanto il problema di un’Europa lenta, ciarliera, incapace di trasformare la diagnosi in decisione. C’è qualcosa di più profondo e più imbarazzante: la tendenza degli Stati membri a difendere interessi nazionali e particolari anche quando la posta in gioco riguarda il futuro strategico del continente.
Draghi ha detto che i leader europei devono decidere se sono disposti a mettere «la sostanza prima del processo». Formula sobria, quasi burocratica. Ma politicamente durissima.
Tradotta fuori dal linguaggio felpato delle grandi occasioni, significa una cosa molto semplice: l’Europa conosce le sfide che ha davanti, ma non trova il coraggio politico per affrontarle. E spesso non lo trova perché quel coraggio avrebbe un costo: irritare una categoria, scontentare un settore produttivo, perdere consenso in un territorio, incrinare un equilibrio nazionale.
E questo vale anche per l’Ucraina. Anzi: vale soprattutto per l’Ucraina.
L’impressione è che le attuali classi politiche europee sembrano più preoccupate dei contraccolpi elettorali immediati, delle proteste di categoria, dei sondaggi del mese successivo, che del futuro strategico del continente. Governano l’emergenza con lo sguardo corto di chi teme più la prossima campagna elettorale che la prossima crisi storica.
Così l’Europa resta ferma nella sua postura preferita: solenne nelle dichiarazioni, esitante nelle decisioni, generosa nelle formule, avara nelle conseguenze.
E quando le conseguenze toccano interessi nazionali ben organizzati, l’ambizione europea arretra dietro il più antico dei riflessi politici: difendere il proprio cortile, anche mentre si proclama di voler salvare la casa comune.
Il punto, allora, non è soltanto l’Ucraina. È il modo in cui l’Unione europea continua a consumare il proprio futuro dentro un eterno presente amministrativo e dentro la difesa gelosa di interessi particolari.
Ogni crisi viene riconosciuta quando è già esplosa. Ogni decisione viene rinviata finché il rinvio diventa esso stesso una decisione. Ogni passaggio politico viene sterilizzato in nome degli equilibri interni, degli interessi nazionali e delle rendite particolari che nessuno ha davvero il coraggio di sfidare.
Ma la storia non aspetta i balbettii di Bruxelles.
La guerra in Ucraina ha mostrato con brutalità che l’Europa non può più permettersi di essere soltanto un mercato, un regolamento, un compromesso permanente tra interessi nazionali.
Se vuole esistere come soggetto politico, deve accettare il costo delle proprie scelte. Anche quando quelle scelte disturbano gli equilibri agricoli, industriali, fiscali o elettorali dei singoli Stati membri.
Per cui, se l’Ucraina è parte della sicurezza europea, allora deve essere considerata anche parte del destino politico europeo.
Altrimenti la retorica della solidarietà diventa il solito chiacchiericcio che sembra piacere molto dalle parti di Bruxelles.
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L’analisi sancisce in modo chiaro la differenza tra Churchill e i quaquaraquà, in una Europa che non si rende conto, per le comodità elencate, del Churchill (Zelensky) che sta combattendo per i tanti paesi europei quaquaraquà
Tempo fa uno spazio x, cui presi parte e dal quale nacque uno spiacevole battibecco, trattò l’argomento della difesa europea comune. Cercai di elencare i molteplici impedimenti ad un processo di integrazione compiuta, ben oltre quello militare (politica estera, industriale, differenze profonde di requisito operativo, etc.). Ebbene il ministro della nostra difesa è uscito allo scoperto, peraltro in un modo piuttosto improvvido, ma gli riconosco il merito di aver messo a nudo un’altra realtà che già in passato era emersa (vedi le proteste di qualche anno fa degli agricoltori polacchi). Una “vera” UE è tuttora un miraggio oggetto di fastidiose propagande e dichiarazioni. E nessuno si salva.
L’Europa non è un soggetto politico autonomo, dipende largamente ancora dalle decisioni dei singoli Paesi europei che non vogliono rinunciare alla perdita di sovranità su certe competenze politiche ed economiche. Questo è uno degli intralci alla piena attuazione di certe politiche a livello comunitario.
Poi il ministro Crosetto dice una cosa in parte vera ma non del tutto.
L’Ucraina entrando nell’UE e quindi nel mercato unico, avrebbe tutta una serie di obblighi, adempimenti e conformità per i e sui propri prodotti agricoli e altri da rispettare per poter commerciare liberamente all’interno dell’UE. Quindi lo Stato ucraino e i produttori locali dovrebbero sostenere dei costi normativi, burocratici e amministrativi che farebbero inevitabilmente aumentare i prezzi dei loro prodotti, rendendoli quindi meno competitivi di come potrebbero apparire.
Chissà se Crosetto leggerà questo articolo? Probabilmente ribadirà che lei, Filippo Piperno, non ha capito niente. Crosetto, che sembra tra i pochi papabili di questo governo, conferma invece di essere tra i più retrogradi estremisti rappresentanti di un pensiero ottuso. Anche io, anni fa, ebbi a discutere con lui su tweetter sul fine vita. La risposta fu che fui bloccata dal democratico non ancora ministro.
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