
di Alessandro Piperno
Siamo davvero lieti di pubblicare un capitolo inedito dal titolo “Scrivere per testimoniare” tratto da un libro che Alessandro Piperno pubblicherà nel 2025.
A forza di divagare temo di aver dirazzato oltre i confini che mi ero imposto al principio. Non ho alcuna intenzione di parlare di come gli scrittori spendono le loro giornate quando non scrivono. Non m’importa sapere come impiegano il tempo libero: se amano fare lunghe passeggiate in campagna, se adorano lo shopping natalizio o se non vedono l’ora di partecipare a una marcia per la pace. Me ne infischio di abitudini e vezzi, di frequentazioni mondane o costumi erotici. Non me la sento nemmeno di giudicarli, qualora ritenessi i loro atteggiamenti leziosi, compiacenti con il pubblico o irrimediabilmente ipocriti. Chi mi dà il diritto di giudicarli? Sono qui per capire cosa induce i migliori tra essi a scrivere, e perché da quel momento in poi non possano smettere di farlo. E’ bene tornare al punto e rimettersi in carreggiata.
Parlavamo di quel genere di scrittori animati da un irresistibile desiderio di comunicare le proprie idee e di prendere partito. E’ bene ora esaminare una fattispecie di autori particolarmente disgraziata: quelli che per avverse congiunture storiche si sono trovati a vivere esperienze spaventose da cui sono stati segnati per sempre. Circostanze così tragiche da indurli, ciascuno nel modo che gli era congeniale, a consacrare la propria opera alla testimonianza. I nomi sono quelli che conosciamo: Primo Levi, Paul Celan, Gustaw Herling, Aleksandr Solženicyn, Anna Achmatova… Non disponendo della competenza necessaria per affrontarli in sequenza, ho scelto di concentrare la mia attenzione sull’autore che più si adatta al nostro discorso: Primo Levi.
A suo tempo c’è stato chi si è permesso di mettere in dubbio lo statuto artistico di Levi sostenendo che la sua opera non avesse le carte in regola per entrare nella storie letterarie. Per questi puristi del canone, Levi non era uno scrittore ma un semplice testimone. Da qui l’accusa contro chi osava trattare i suoi libri alla stregua dei romanzi di Svevo e di Gadda. Per dare manforte a una così esclusiva idea di arte, sono arrivati a ipotizzare che se Levi non fosse stato deportato probabilmente non avrebbe mai deciso di intraprendere la professione di scrittore. E lo hanno detto come se la cosa gettasse un’ombra di discredito sulla genuinità della sua vocazione.
E’ chiaro che si tratta di una sonora sciocchezza, spia di una visione angusta dell’ispirazione artistica. In fondo, nella vita di quasi ogni scrittore è possibile identificare con buona approssimazione il momento della rivelazione. Non si nasce scrittori, lo si diventa per scelta e a costo di tanti sacrifici. Non vedo perché Levi debba fare eccezione. E vero, lui era il primo a rivendicare con orgoglio la sua severa formazione scientifica, esagerando talvolta l’aleatorietà delle sue competenze umanistiche. A suo tempo, non senza briosa impertinenza, Cesare Cases notò come Levi fosse “una pubblicità vivente per il vecchio liceo classico”. La sua devozione a Dante, Manzoni e Leopardi è abbastanza tipica del dilettante delle lettere con alle spalle un ottimo licelo classico. Resta comunque il fatto che se la letteratura fosse solo una faccenda di professionisti, dovremmo estromettere dal canone una serie infinita di outsider di genio tipo Casanova e Stendhal, e sostituirli con una pletora di eruditi pedanti e pretenziosi.
Basta aprire uno dei libri di Primo Levi per rendersi conto di quanto profonda e consapevole sia la sua arte. Se lo stile, per dirla con Truman Capote, è lo specchio della sensibilità di uno scrittore, e quindi lo scrigno che accoglie il nucleo della sua ispirazione, è evidente che nulla è più appropriato al mondo interiore di Levi, e alle sue esigenze espressive, del suo proverbiale fraseggio limpido e severo. Una prosa che deve parecchio alla temperie torinese in cui Levi è cresciuto, e ai suddetti studi scientifici. Un connubio che sembra aver acuito in lui la propensione cartesiana alle evidenze, e il conseguente rifiuto delle parole ambigue e oracolari. La nettezza con cui Levi si esprime, così come la pacatezza con cui argomenta sono funzionali allo scandaglio degli abissi che si è messo in testa di realizzare. C’è qualcosa di toccante nella verifica ossessiva cui sottopone i suoi giudizi e le sue prese di posizione. Nel celebre capitolo sulla “Zona grigia”, commentando il contegno di certe vittime dei Lager che per sopravvivere si sono rese responsabili di crimini inauditi, Levi scrive: “La condizione di offeso non esclude la colpa, e spesso questa è obiettivamente grave, ma non conosco tribunale umano a cui delegarne la misura”. Se questo non è stile allora non so proprio cosa sia. Per quanto mi riguarda, l’indagine di Levi intorno al male ha la stessa rilevanza estetica delle divagazioni di Montaigne sul dubbio e sulla condizione umana.
Se ho scelto di parlarne è perché credo che una delle questioni più annose sollevate dal suo ultimo libro, I sommersi e i salvati, riguardi proprio il senso ultimo della scrittura.
Il titolo del libro è ripreso pari pari da un capitolo di Se questo è un uomo? A distanza di quasi quarant’anni dalla prima edizione del suo capolavoro giovanile – ignorato per quasi due decenni e assurto agli onori delle cronache quando le circostanze lo hanno reso possibile -, Levi torna sui luoghi del delitto. E lo fa con lucidità inedita, nutrita da un disincanto dolente e maturo. Benché indagare sulle ragioni di un suicidio sia sempre un’illazione, non sorprende che un uomo capace di scrivere un libro del genere abbia deciso di togliersi la vita.
Già nella prefazione, riprendendo una considerazione di Simon Wiesenthal, Levi ricorda ai lettori come una delle più atroci torture inflitte dagli aguzzini agli internati riguardasse la testimonianza che un giorno il sopravvissuto, finalmente libero, avrebbe potuto fornire al mondo. Ebbene, senza prove circostanziate, nessuno gli avrebbe creduto. Così dicevano i carnefici alle vittime, e stando a Levi non erano i soli a pensarlo.
Curiosamente, questo stesso pensiero (“se anche raccontassimo, non saremmo creduti”) affiorava in forma di sogno notturno dalla disperazione dei prigionieri. Quasi tutti i reduci, a voce o nelle memorie scritte, ricordano un sogno che ricorreva spesso nelle notti di prigionia, vario nei particolari ma unico nella sostanza: di essere tornati a casa, di raccontare con passione e sollievo le loro sofferenze passate rivolgendosi a una persona cara, e di non essere creduti, anzi, nemmeno ascoltati” (pp. 3-4).
Benché la questione posta da Levi travalichi le mere esigenze combinatorie di un qualsiasi scrittore di fiction, resta comunque il fatto che chiunque abbia in animo di allestire un congegno narrativo – persino un fantasy o un romanzo storico – prima o poi dovrà domandarsi: ma insomma, troverò là fuori qualcuno disposto a prendere per vero ciò che mi accingo raccontare? Ripeto, il caso-Levi pone problemi di ben più incommensurabile rilevanza morale. Per chi scrive libri come i suoi, essere creduti non è un’opzione o una mera opportunità, ma una necessità inderogabile. E ciò non di meno è Levi stesso a sollevare il problema. Consapevole che con gli anni la memoria si fa sempre più labile, che la pletora di negazionisti non può far altro che aumentare, che gli stereotipi prendono il sopravvento sulla verità, si chiede di quali armi disponga lo scrittore-testimone per contrastare i danni collaterali prodotti dall’oblio. Tornandoci su, è consapevole che il trascorre del tempo ha prodotto “effetti storicamente negativi”: come per esempio la scomparsa della maggior parte dei testimoni, sia della difesa che dell’accusa. Ai pochi superstiti non resta che prendere atto delle lacune che il tempo ha inflitto alla memoria.
Il presupposto di Levi, secondo cui la “memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace”, sembra riproporre un tarlo tipico dei grandi narratori novecenteschi: da Marcel Proust a Bruno Schultz passando per Virginia Woolf. Poiché il Tempo è materia delicata e ingannevole, chiunque ne ha fatto il cuore della sua indagine narrativa non può evitare di interrogarsi sul trattamento che occorre riservargli. Perché, come dice Levi, la memoria non basta. Almeno non basta a chi come lui, a dispetto dei suoi predecessori modernisti, non può affidarsi alla pura invenzione, e nemmeno alla più cauta trasfigurazione. E allora? Come uscirne? E’ come se per lui, e per i suoi pari, il sempiterno problema posto dall’arte di scrivere si riproponesse in una forma ancora più impellente e fatale. Se l’inaffidabilità dei ricordi offre a Proust e Schultz l’opportunità di crearne di alternativi, per certi versi persino più affascianti degli originali, è per Levi motivo di angoscia constante. Lui sa che lo spazio dello scrittore-testimone, così come i suoi doveri civici, è troppo angusto per consentirgli qualsiasi forma di rielaborazione. Del resto, è troppo lucido per non capire che così va il mondo, e non ci si può far niente. Bene che vada, i ricordi si trasformano, la memoria viene meno, la rimozione è dietro l’angolo.
Se nel capitolo Comunicare Levi illustra con dovizia di dettagli le difficoltà dell’internato italiano non poliglotta di entrare in relazione sia con i compagni di sventura che con gli aguzzini, in Stereotipi dà conto di un’altra forma di incomunicabilità: quella che separa il testimone dal vasto pubblico di auditori. Più passano gli anni, scrive Levi, più stereotipi tanto consolatori quanto fuorvianti stravolgono la verità dei Lager.
La parte che meglio si presta alla mia indagine è sicuramente quella dedicata all’accoglienza dei suoi libri in Germania. La ricostruzione che lui ci fornisce della difficile trafila editoriale che anticipa l’uscita di Se questo è un uomo in tedesco ci fornisce uno spaccato oltremodo inquietante sui dubbi che assalgono lo scrittore-testimone. All’inizio Levi non si fida: né dei suoi editori, né del suo traduttore. Ingaggia con entrambi un confronto serrato. Pretende garanzie. Teme che il suo libro possa essere stravolto, e che le sue argomentazioni vengano sottoposte a una normalizzazione che sa tanto di censura. Quando finalmente ottiene le rassicurazioni che cerca, resta in lui l’inquietudine di sapere come verrà accolto Se questo un uomo nel paese dei persecutori. Le lettere che riceve da alcuni tedeschi sono per lui motivo di perplessità e di conforto. C’è chi è tutto preso dal desiderio di scagionare se stesso e di affibbiare le colpe di quanto è avvenuto a un’oligarchia criminale, chi invece non si dà pace. I sentimenti che queste lettere producono nello scrittore-testimone rispecchiano questa ineludibile ambivalenza.
Per noi, parlare con i giovani è sempre più difficile. Lo percepiamo come un dovere, ed insieme come un rischio: il rischio di apparire anacronismi, di non essere ascoltati. Dobbiamo essere ascoltati: al di sopra delle nostre esperienze individuali, siamo stati collettivamente testimoni di un evento fondamentale e inaspettato, fondamentale appunto perché inaspettato, non previsto da nessuno. E’ avvenuto contro ogni previsione; è avvenuto in Europa; incredibilmente, è avvenuto che un intero popolo civile, appena uscito dalla fervida fioritura culturale di Weimar, seguisse un istrione la cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf Hitler è stato obbedito ed osannato fino alla catastrofe. E’ avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo il nocciolo di quanto abbiamo da dire. (104)
Come si evince da ciò che scrive Levi pochi mesi prima di togliersi la vita, per lo scrittore-testimone la propria vocazione è fatalmente ancorata a una forza che lo soverchia e lo trascende. Per lui scrivere non è un piacere, e a pensarci bene, neanche un dovere. Per lui scrivere è una condanna.
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In Israele si è verificato un effetto contrario Levi ha voluto testimoniare,i superstiti giunti in Israele hanno voluto tacere !!!!