


Le politiche israeliane sono destinate a offrire occasioni e parole d’ordine a un antisemitismo già esistente, ma non ne spiegano l’origine né la persistenza. Attribuire a Netanyahu la crescita dell’odio antiebraico significa confondere il pretesto con la causa e scaricare su Israele e sugli ebrei una parte della responsabilità che appartiene esclusivamente a chi li odia.
Il pezzo pubblicato ieri su queste pagine (Antropologia della sinistra amica di Israele. Che di quell’amicizia si vergogna) ha suscitato una discussione serrata con persone amiche che non sono sospettabili di pregiudizi antisraeliani e che meritano una risposta articolata.
Le loro obiezioni, formulate in buona fede e con argomenti seri, toccano il cuore di una questione che va ben oltre la polemica quotidiana: il rapporto tra le politiche del governo israeliano e i livelli di antisemitismo nelle società occidentali. Vale la pena, dunque, riprendere il ragionamento dall’inizio e svolgerlo fino in fondo.
Si può contestare il governo israeliano. Si possono criticare le sue politiche in Cisgiordania, a Gaza, ovunque. È del tutto legittimo esprimere un’opinione sulle vicende del mondo e sull’operato di chi governa. Ma un conto è giudicare un governo, un altro è spiegare un odio.
L’immaginario antisemita e la sua capacità di aderire alla reputazione d’Israele accompagnano lo Stato ebraico da quando esiste. È da questa prospettiva, non da quella del giudizio politico, che va affrontato un ragionamento oggi diffusissimo e pernicioso: l’idea che la recrudescenza dell’antisemitismo in Occidente sia una conseguenza dell’operato del governo israeliano.
Per cominciare non sarebbe difficile dimostrare che un feroce sentimento antisraeliano, fortemente contaminato da un pregiudizio antiebraico endemico – e questo è il punto – esiste da ben prima di Netanyahu e certamente almeno dalla guerra del Kippur. Basta rileggere le vignette, i commenti e le cronache delle piazze di cinquant’anni fa: quel sentimento ha investito tutti i governi israeliani senza distinzione di colore e orientamento, i laburisti come i likudnik, i generali come i premi Nobel per la pace.
La continuità dell’antisemitismo attraverso governi e politiche profondamente differenti dimostra che quelle politiche non ne spiegano l’esistenza, la struttura e i bersagli. Possono influire sul momento e sul linguaggio con cui l’odio si manifesta, ma non ne spiegano la permanenza né la facilità con cui il giudizio su uno Stato viene trasferito su un intero popolo che abita in 4 continenti.
A questo punto l’interlocutore più onesto correggerà il tiro: d’accordo, dirà, le politiche israeliane non causano l’antisemitismo, che ha origini ben più profonde; però possono alimentarlo, offrirgli pretesti, e un governo responsabile dovrebbe includere questo effetto nel calcolo delle proprie scelte. È l’obiezione più seria e merita una risposta nel merito.
Le decisioni di qualsiasi governo possono certamente offrire immagini, parole d’ordine e occasioni a un pregiudizio già disponibile. Ma incidere sull’occasione di un odio non significa produrlo, così come fornire materiale a una propaganda non significa condividerne la responsabilità. L’antisemita non è un sismografo passivo delle politiche israeliane: seleziona, deforma, generalizza e lo trasferisce sugli ebrei.
Un governo può legittimamente valutare tutte le conseguenze prevedibili delle proprie decisioni, comprese quelle sugli ebrei della diaspora. Ma questo calcolo prudenziale non può trasformarsi in un obbligo speciale a rinunciare a scelte ritenute legittime o necessarie perché qualcuno minaccia di rivalersi sugli ebrei. In quel momento la prudenza diventa ricatto: l’antisemita otterrebbe il potere di condizionare le decisioni israeliane attraverso la minaccia dell’antisemitismo.
C’è di più. Il dovere di amministrare l’odio altrui non viene imposto con la stessa sistematicità a nessun altro governo. Esistono sanzioni, boicottaggi e interruzioni delle relazioni accademiche anche contro altri Paesi. Ma raramente il comportamento di quei governi si trasforma in un processo permanente alla legittimità stessa dello Stato e in una prova di lealtà imposta ai loro cittadini o alle rispettive diaspore.
Gli studenti iraniani non vengono abitualmente chiamati a dissociarsi dalle impiccagioni di Teheran. Ai cittadini russi non viene chiesto di pronunciarsi sul diritto stesso della Russia a esistere. I cinesi della diaspora non sono sottoposti a un esame pubblico sulle persecuzioni degli uiguri ogni volta che prendono la parola. Quei governi si comportano forse meglio di Netanyahu? Evidentemente no. Eppure, a giudicare dalla reazione delle opinioni pubbliche occidentali sembrerebbe di sì. Come mai?
Il punto, dunque, non è che non esistano sentimenti anticinesi, antiraniani o antirussi. Il punto è l’eccezionale disponibilità sociale a convertire la condotta dello Stato ebraico nella colpa collettiva degli ebrei, chiedendo a questi ultimi di dissociarsi, giustificarsi o dimostrare la propria innocenza. Ciò che va spiegato non è il fatto politico, che costituisce l’occasione contingente, ma il meccanismo culturale che trasforma quell’occasione in un’accusa identitaria. Quel meccanismo ha un nome antico ed è costato 6 milioni di morti nel cuore dell’Europa solo 80 anni fa.
Perché, allora, insistere sul nesso tra politiche israeliane e antisemitismo è particolarmente pernicioso? Perché richiama la retorica dell’abbaiare dei cani ai confini della Russia. «Siete voi, con il vostro comportamento, a costringerci a comportarci così», dice la propaganda del Cremlino. È lo schema classico con cui ogni aggressore trasferisce sulla vittima la responsabilità dell’aggressione. Applicato all’antisemitismo, lo schema diventa: sono gli ebrei (arbitrariamente e dolosamente associati al governo di Gerusalemme) a costringere il mondo a odiarli.
D’altra parte ogni ideologia persecutoria costruisce una genealogia autoassolutoria nella quale la propria violenza appare come una reazione obbligata dal comportamento della vittima.
Qui si arriva al cuore della questione. Contestare le politiche di un governo e analizzare l’antisemitismo sono due piani diversi. Possono naturalmente entrare nello stesso campo di osservazione, ma non devono essere sovrapposti.
Si possono criticare le decisioni del governo Netanyahu. Si può auspicare un’alternativa di governo. Ma non si può negare al governo d’Israele il diritto e il dovere di assumere tutte le decisioni che ritiene necessarie per salvaguardare la propria esistenza e la sicurezza dei propri cittadini.
Quelle decisioni potranno essere giuste o sbagliate, ma nessuno può pretendere che vengano modificate per evitare una recrudescenza dell’antisemitismo. Significherebbe concedere agli odiatori un potere di ricatto sulla politica israeliana.
Chiedere a Israele di «non fomentare» l’antisemitismo con le proprie scelte politiche equivale a consegnare agli antisemiti e agli odiatori il potere di fissare le condizioni della legittima condotta dello Stato d’Israele.
Ma l’antisemitismo non nasce da ciò che gli ebrei fanno: nasce da ciò che gli ebrei sono agli occhi di chi li odia. Precede i comportamenti, li seleziona, li reinterpreta e li piega alla propria narrazione. Dell’antisemitismo è responsabile chi odia gli ebrei e nessun altro.
E Israele esiste precisamente perché gli ebrei non dovessero più affidare la propria sopravvivenza alla benevolenza altrui. Da quasi ottant’anni combatte, ad un prezzo altissimo, per difendere la propria esistenza e la sicurezza dei propri cittadini.
Pretendere che modifichi le decisioni ritenute necessarie per non alimentare l’odio in Occidente significa chiedergli di subordinare nuovamente la propria sicurezza al giudizio degli altri.
È questo il gravissimo rovesciamento morale: mentre Israele combatte per non soccombere, lo si accusa di non difendersi in modo abbastanza rassicurante per chi sarà sempre e comunque pronto a trasformare ogni sua scelta, ogni sua azione in un nuovo capo d’accusa contro gli ebrei.
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Caro Giulio, tu scrivi: “si possono criticare le decisioni del governo Netanyahu. Si può auspicare un’alternativa di governo. Ma non si può negare al governo d’Israele il diritto e il dovere di assumere tutte le decisioni che ritiene necessarie per salvaguardare la propria esistenza e la sicurezza dei propri cittadini.
Quelle decisioni potranno essere giuste o sbagliate, ma nessuno può pretendere che vengano modificate per evitare una recrudescenza dell’antisemitismo. Significherebbe concedere agli odiatori un potere di ricatto sulla politica israeliana”.
Qui pero’ non si tratta di pretendere alcunche’: si tratta di cercare di capire se delle scelte politiche sono funzionali all’obiettivo che si vuol raggiungere, e siccome nessun governo e’ immune dagli errori ogni governo di qualsiasi paese e’ criticabile non solo rispetto ad altri valori e obiettivi, ma anche rispetto a quelli che dichiara di perseguire. Qui non si tratta di negare a Israele il sacrosanto diritto di difendersi nei modi che ritiene piu’ opportuni, ma si tratta invece di capire se i modi che ritiene piu’ opportuni sono anche i piu’ efficaci, che e’ una questione completamente diversa. Ogni scelta di ogni governo puo’ essare sottoposto a una critica di questo tipo e non si vede perche’ quello israeliano dovrebbe fare eccezione.
Evitare una recrudescenza dell’antisenitismo non e’ un favore che Israele dovrebbe fare a qualcuno, ma puo’ essere legittimamente considerato un elemento cruciale per la salvaguardia della sua sicurezza e sovranita’. In questo senso e’ quindi perfettamente legittimo considerare le scelte politiche che possono essere usate come pretesti per favorire la ripresa di ondate antisemite controproducente rispetto agli stessi interessi dichiarati di Israele. Qui il potere di ricatto degli odiatori di Israele sulla sua politica non c’entra, a meno che non ci si riferisca al potere di ricatto che le circostanze storiche hanno sempre su qualsiasi decisione di qualsiasi governo. Ma dalla considerazione delle circostanze storiche nessun governo di alcun paese dovrebbe mai prescindere se non vuole correre il rischio di compiere scelte controproducenti
Mia madre, antisemita viscerale (antisemita eliminazionista, per la precisione), aveva la terza elementare, non ha mai letto un libro, non ha mai frequentato persone di livello culturale superiore al suo. Proprio per questa ragione non aveva costrutti culturali, sociali o altro che potessero annebbiare o mascherare le ragioni del suo odio e la ritengo, di conseguenza, pienamente affidabile. E dunque, quando le si chiedeva perché ce l’avesse con loro, non tirava fuori hanno ammazzato Gesù Cristo, sono strozzini, occupano la terra, ammazzano i palestinesi bensì, con tutto il candore di questo mondo: “Parché i zé ebrei!” Ecco, qualunque favola gli antisemiti raccontino – a se stessi ancora prima che agli altri – l’unico vero motivo del loro odio è quello ontologico: parché i zé ebrei.
Condivido in pieno.
Per molti non penso si tratti di discutere delle normali politiche interne più o meno conservative, liberali o progressiste del governo israeliano, ma di ciò che è successo effettivamente durante il conflitto a Gaza. Anche perché non si tratta di una normale politica ma di una reazione necessaria ed emergenziale in un territorio con popolazione ed entità stranieri, quindi qualcosa che non fa parte di un programma di governo e di cui non si possono fare previsioni (sebbene Israele è dalla sua nascita che subisce attacchi e quindi deve avere sempre le proprie forze armate pronte, portando tutto ciò a una sorta di terribile normalità o abitudine).
Dopodiché la propaganda di Hamas sui fatti a Gaza ha prevalso gonfiando molto probabilmente situazioni e numeri, influenzando diversi governi del mondo ed istituzioni internazionali portandoli ad esprimere perplessità chiedendo di stabilire la verità dei fatti.
Una situazione del genere scatena inevitabilmente una reazione a livello internazionale e l’antisemitismo c’entra relativamente, anche se l’obiettivo di Hamas chiaramente va in quella direzione.
A meno che non si vogliano accusare tutti i governi e le organizzazioni di essere antisemiti nel chiedere chiarezza di fronte a cosa è successo e alle eventuali responsabilità del governo israeliano. Questo non porta da nessuna parte e non dà benefici ad Israele.
Magistrale. Gli antisemiti travestiti da antisionisti sperano in effetti che Netanyahu continui a governare per poter essere giustificati nel proprio odio. L\’odio di Caino per Abele è inestinguibile. Nadia Mai
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