


Il premier spagnolo prova a separare sé stesso dal sistema di potere che gli è cresciuto attorno: ex fedelissimi condannati, familiari coinvolti in procedimenti giudiziari, Zapatero lambito dal caso Plus Ultra. Ma per Sánchez il vero pericolo non è la corruzione: è l’immagine della corruzione.
Pedro Sánchez ha trovato la formula perfetta per sopravvivere agli scandali: quando la corruzione riguarda i suoi ex uomini di fiducia, è grave ma circoscritta; quando lambisce la famiglia, diventa bullismo giudiziario; quando investe il Partito socialista, si trasforma in una campagna della destra.
Davanti al Congresso dei deputati, Sánchez ha provato a rimettere ordine nel disastro. Ha promesso che non ci sarà impunità per i corrotti, «chiunque essi siano». Ha assicurato che non avrebbe usato quella sede per proclamare l’innocenza della sua famiglia. Ha invocato una «giustizia giusta». E poi, come spesso accade nella sua parabola politica, ha trasformato l’autodifesa in contrattacco.
Il punto non è marginale. Sánchez non nega più la corruzione. La ammette, ma la isola. La riconosce, ma la circoscrive. La condanna, ma la attribuisce a pochi traditori già espulsi dal Psoe.
Il problema è che quei pochi traditori non vivevano alla periferia del potere socialista. Ne erano il cuore operativo.
José Luis Ábalos non era un passante. Era stato ministro dei Trasporti, uomo forte del partito, figura decisiva nella macchina sanchista. Koldo García non era un corpo estraneo comparso per caso ai margini dell’amministrazione. Santos Cerdán non era un comprimario qualunque. Leire Díez non apparteneva a un universo politico distante.
Erano tutti, in modi diversi, pezzi di un sistema di potere che Sánchez ha guidato, protetto, utilizzato e presentato per anni come parte della propria superiorità morale.
Ora che quel sistema produce condanne, indagini e imbarazzi, il premier spagnolo scopre la categoria del caso isolato.
Non è un dettaglio che Sánchez sia stato a lungo trasformato, anche da una parte della sinistra italiana, nel modello del progressismo europeo vincente: moderno, europeista, anti-destra, capace di tenere insieme governo e superiorità morale. Proprio per questo gli scandali che lo circondano pesano di più. Non colpiscono soltanto un premier in difficoltà, ma incrinano una narrazione politica costruita per anni sulla presunta differenza etica rispetto agli avversari.
La frase chiave del suo intervento è forse la più rivelatrice: «Stanno cercando di creare un’immagine di corruzione diffusa che in realtà non esiste». Non dice che non ci sia corruzione. Dice che non bisogna darle forma di sistema. Non contesta solo i fatti, contesta soprattutto la loro interpretazione politica.
La difesa di Sánchez è fragile. Perché una democrazia non misura la responsabilità di un leader soltanto dal codice penale. Nessuno può attribuirgli colpe giudiziarie che non siano state accertate. Ma la responsabilità politica è un’altra cosa.
Se per anni hai costruito il tuo potere su una rete di uomini fidati, se quella rete viene colpita da scandali gravi, se alcuni dei suoi protagonisti vengono condannati o finiscono sotto inchiesta, non puoi limitarti a dire: io non sapevo.
O puoi dirlo, certo. Ma allora resta una domanda ancora peggiore: che cosa guidavi?
Sánchez vuole essere giudicato come leader quando vince e come spettatore quando perde il controllo della propria macchina. Vuole il merito della stabilità, della modernizzazione, della resistenza alla destra, ma non il peso politico dell’ambiente che ha prosperato intorno a lui.
È una forma assai comoda di leadership: onnipresente nel successo, assente al momento del conto.
La difesa della moglie Begoña Gómez e del fratello David Sánchez segue lo stesso schema. Il premier non usa il Parlamento per proclamare l’innocenza della famiglia, dice. Però subito dopo presenta le accuse come parte di un meccanismo di persecuzione, bullismo e diffamazione.
Anche qui la prudenza formale convive con una sostanza chiarissima: se l’inchiesta riguarda gli altri, si attende la giustizia; se riguarda i propri familiari, si intravede una macchina politica ostile.
Un esempio antonomastico di garantismo a geometria variabile.
Il caso Zapatero aggiunge un ulteriore livello di imbarazzo. Sánchez ribadisce fiducia personale nell’ex premier socialista, ma si tiene abbastanza lontano da non esserne trascinato. Anche qui la formula è calibrata: il governo deve solo chiarire se vi sia stato un trattamento di favore nel salvataggio di Plus Ultra.
La risposta, sostiene Sánchez, è no. Ma il punto politico resta: un altro pezzo della storia socialista spagnola entra in una zona d’ombra, mentre il premier continua a spiegare che l’ombra, in fondo, è soprattutto un effetto ottico prodotto dalla destra.
Questa è la vera specialità di Sánchez: trasformare ogni scandalo in una battaglia narrativa. Non importa quanto si accumulino i casi, quanto siano vicini i protagonisti, quanto il quadro diventi politicamente tossico. Il problema, alla fine, non è mai la materia. È sempre il racconto della materia.
Così la corruzione diventa “sensazione di corruzione”. L’assedio giudiziario diventa “campagna di disinformazione”. La crisi del Psoe diventa “attacco alla democrazia progressista”. Gli ex fedelissimi diventano mele marce. La famiglia diventa vittima.
E il capo del governo resta, come sempre, al centro della scena ma fuori dal perimetro delle responsabilità.
L’opposizione, naturalmente, fa il suo mestiere. Feijóo attacca duramente. Vox alza il livello dello scontro fino ad accusare Sánchez di preparare una manipolazione elettorale. Junts, che tiene in vita dall’esterno il governo, comincia a chiedere un passo indietro.
Ma per ora nessuno ha davvero la forza, o la convenienza, di far cadere l’esecutivo. Sánchez lo sa. E infatti non arretra.
Ma la Spagna non ha bisogno di un premier che proclami la propria innocenza politica ogni volta che un pezzo del suo mondo finisce sotto inchiesta. Ha bisogno di capire se il potere socialista degli ultimi anni sia stato attraversato da episodi isolati o da una cultura di governo fondata sulla fedeltà, sulla protezione reciproca e sulla confusione tra partito, istituzioni e relazioni personali.
Sánchez sostiene che la corruzione diffusa non esiste. Può darsi. Ma il problema è che intorno a lui ormai esiste abbastanza corruzione accertata, sospettata o politicamente rilevante da rendere insufficiente la formula del caso isolato.
Alla fine, la domanda non è se Sánchez sia colpevole di qualcosa davanti a un tribunale. La domanda è se possa continuare a presentarsi come l’argine morale della Spagna mentre il suo argine fa acqua da tutte le parti.
Inserisci la tua mail per non perdere nessuno dei contenuti di InOltre. Ogni volta che pubblicheremo qualcosa sarete i primi a saperlo.
*Iscrivendoti alla nostra newsletter accetti la nostra privacy policy

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene. È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.
Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
