


Il Remigration Summit di Milano doveva essere la riscossa identitaria della Lega e dell’internazionale sovranista europea. È diventato invece la fotografia impietosa di un movimento in affanno, abbandonato dagli alleati di governo e incapace di riempire una delle piazze più simboliche d’Italia. Sullo sfondo, un dato politico che nessuno vuole ammettere apertamente: è Donald Trump, il grande ispiratore, ad aver messo in crisi i suoi epigoni europei.
Piazza Duomo, sabato 18 aprile. Il palco è montato, la scritta “Padroni a casa nostra” campeggia bene in vista, i manifesti sono appesi alle transenne. Tutto pronto per quello che la Lega aveva presentato come un grande appuntamento dell’internazionale patriota europea. Sul palco salgono Jordan Bardella, Geert Wilders, la greca Latinopoulou. Matteo Salvini arriva da trionfatore.
Manca solo una cosa: la gente.
Le forze dell’ordine contano circa duemila persone nel corteo partito da Porta Venezia. In piazza Duomo gli spazi vuoti sono visibili a occhio nudo, i turisti passeggiano indifferenti, i milanesi tirano dritto. Per una manifestazione che ambiva a essere la risposta sovranista alla crisi europea, è un risultato che parla da solo.
Non è solo una questione di numeri. È il contesto politico che rende il dato ancora più bruciante. Fratelli d’Italia tace, assente dalla piazza come se l’evento non la riguardasse. Forza Italia va addirittura in un’altra piazza, con le seconde generazioni di immigrati, prendendo esplicitamente le distanze dal lessico della remigrazione. Gli alleati di governo, quelli con cui la Lega condivide ministeri e decreti, lasciano Salvini solo davanti al suo palco.
Il tema scelto per la giornata — la remigrazione, termine mutuato dalla destra identitaria europea e che evoca scenari di deportazione di massa — ha creato più imbarazzi che entusiasmi anche dentro il centrodestra. Salvini dal palco ha provato ad annacquarne il significato, riducendola a sinonimo di rimpatrio. Ma la parola era già uscita dal recinto, e i suoi alleati avevano già deciso di non starci.
Rimane il paradosso: una manifestazione organizzata per rilanciare l’identità della Lega ha finito per mostrarne le crepe interne, con il leader sempre più solo e sempre più radicale in un circolo vizioso difficile da spezzare.
Non è stato solo il tema a fare discutere. La scelta del percorso del corteo — lo stesso che ogni anno il 25 aprile attraversa Milano per celebrare la Liberazione — è stata una mossa dal chiaro valore simbolico. Un segnale rivolto alla base, un modo per occupare uno spazio identitario conteso.
Ma anche una scelta che ha inevitabilmente caricato la giornata di tensioni extra, moltiplicato i cortei antagonisti e finito per oscurare i contenuti della manifestazione stessa. Sul piano della comunicazione politica, il risultato è stato almeno discutibile: le immagini degli idranti in via Borgogna hanno dominato il racconto mediatico quanto, se non più, dei discorsi dal palco.Il conto di Trump
C’è però un elemento che rischia di passare in secondo piano e che invece merita attenzione. Dal palco di piazza Duomo, Salvini ha trovato il modo di tornare su uno dei suoi temi storici: le sanzioni alla Russia. Bisogna sospenderle, ha detto, “come hanno fatto in queste ore gli Stati Uniti”. Un endorsement alla linea di Trump, presentato come buon senso economico.
È qui che il paradosso si fa più acuto. Perché Trump — il grande padre spirituale dell’internazionale sovranista, il modello a cui Salvini, Le Pen, Orbán si sono ispirati per anni — sta presentando il conto ai suoi discepoli europei in modo molto più salato di quanto avessero previsto.
I dazi hanno colpito le economie europee, inclusa quella italiana, senza distinzioni tra governi amici e governi ostili. La destabilizzazione dell’alleanza atlantica mette in difficoltà proprio quei paesi che avevano puntato sul rapporto privilegiato con Washington come alternativa all’asse franco-tedesco. La retorica anti-UE di Trump, che i sovranisti europei avevano salutato come una sponda, si è tradotta in incertezza commerciale e strategica che pesa sui loro stessi elettorati.
L’internazionale sovranista aveva costruito la sua narrativa su un asse immaginario: Mosca da un lato, Washington dall’altro, entrambe come contrappeso a Bruxelles. Quell’asse non esiste più, se mai è esistito. Trump tratta con Putin per conto proprio, i dazi colpiscono tutti, e i sovranisti europei si ritrovano suonati tra l’incudine e il martello.
Non è un caso che nelle ultime settimane sia emerso con forza il dato ungherese. La sconfitta di Viktor Orbán — il più strutturato e longevo dei leader sovranisti europei, quello che aveva costruito un sistema di potere considerato inattaccabile — ha mandato un segnale che nessuno nel campo sovranista ha ancora metabolizzato davvero.
Orbán ha perso anche perché il suo modello mostrava la corda. L’abbraccio con Mosca era diventato insostenibile, la dipendenza dal gas russo un boomerang, il conflitto permanente con Bruxelles un costo senza più dividendi politici sufficienti.
Salvini non è Orbán, la Lega non è il Fidesz, e l’Italia non è l’Ungheria. Ma i meccanismi sono simili, e le contraddizioni anche.
Quello che resta dell’immagine di sabato è un leader che radicalizza il messaggio — remigrazione, percorso del 25 aprile, gas russo — proprio nel momento in cui il consenso si restringe. È una dinamica che si autoalimenta: meno la piazza risponde, più il gesto identitario si fa estremo; più il gesto è estremo, più gli alleati prendono le distanze; più gli alleati prendono le distanze, più la piazza si svuota.
Il Remigration Summit di Milano doveva essere una dimostrazione di forza. È diventato invece la fotografia di un movimento che fatica a trovare la strada. Trump ha tradito le aspettative dei suoi discepoli europei. Il sogno putiniano si è dissolto. E persino il collante che più aveva tenuto insieme l’internazionale sovranista — l’euroscetticismo, il nemico di Bruxelles — mostra una capacità di mobilitazione sempre più stanca. Quando il caos viene dall’altra parte dell’Atlantico, è difficile continuare a indicare nell’Unione Europea la fonte di tutti i mali.
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Che Salvini abbia esaurito la sua “spinta propulsiva”, praticamente con la caduta del primo governo Conte, quando rivestiva il ruolo di Ministro dell’Interno” non ci sono dubbi. E il riproporre stancamente le solite tesi non fa che “affossarlo” sempre di più. Che, però, il tema della grande problematicità dell’immigrazione di massa, soprattutto di persone di matrice islamica, venga affrontato in maniera molto superficiale, come si trattasse di una questione di piccolo cabotaggio, a me preoccupa non poco. La discussione sarebbe troppo lunga per poter essere affrontata in questa sede; mi limito ad osservare che un attento, documentato e rigoroso conoscitore della “pericolosità” dell’insediamento di masse di origine musulmana in Europa come Giulio Meotti vengano colpevolmente ignorate.
Essere musulmani non è un reato, il problema sono coloro che restano indifferenti di fronte agli atti individuali e di gruppi organizzati terroristici, non schierandosi apertamente e implicitamente dando ai predetti legittimazione e continuità.