

Quando tra pochi giorni la legge di bilancio sarà definitivamente approvata alla Camera, Giancarlo Giorgetti tornerà a rivendicare – l’ha già fatto nel passaggio al Senato – risultati “che sembravano quasi impossibili”.
Dall’inclinazione leghista per l’eroismo a buon mercato e per la retorica dell’impresa, pure dinanzi alla grigia contabilità del rigore, non è immune, a quanto pare, neppure il ragioniere della compagnia, che del suo capitano (Salvini), sempre disciplinatamente servito, sembrava condividere tutte le evoluzioni ideologiche – in sintesi: da Forza Vesuvio a Forza Putin – ma non le spacconerie narcisistiche.
La quarta legge di bilancio targata Giorgetti non ha invece nulla di impossibile e tutto, al contrario, di scontato. Era scontato che i suoi saldi rispettassero scrupolosamente i parametri del nuovo Patto di stabilità europeo e che la parabola della spesa netta e della riduzione del deficit portasse all’uscita dalla procedura di deficit eccessivo, fortunosamente propiziata anche dagli effetti del fiscal drag, cioè della sovrattassa da inflazione di cui l’esecutivo ha potuto incassare i proventi senza portarne la responsabilità.
Era altrettanto scontato che l’equilibrio dei conti pubblici, in assenza della forza e del coraggio politico per rimettere sostanzialmente in discussione la struttura della spesa, sarebbe stato assicurato innanzitutto sul versante delle entrate e infatti la pressione fiscale nel 2026 raggiungerà il livello più alto dell’ultimo decennio, il 42,8%, non proprio l’ideale per un Paese che nel 2025 tornerà a essere, dopo la Germania, il fanalino di coda della crescita europea, malgrado gli investimenti del PNRR, e secondo le previsioni della Commissione, tra il 2024 e il 2027 cumulerà la più bassa crescita tra i 27 Paesi dell’Ue.
Se era scontato ciò che si trova nei conti di questa legge di bilancio, era altrettanto scontato il chiacchiericcio che si sarebbe scatenato attorno ad essi da parte dei partiti di maggioranza e in particolare della Lega, col duplice obiettivo di occultarne la sostanza e di ascrivere a Governo e Parlamento meriti inesistenti sul mantenimento degli impegni assunti col proprio elettorato.
È esemplare il modo in cui il partito di Salvini, con la sceneggiata sul tema delle pensioni, ha provato a far credere ai gonzi di avere messo nel mirino la cosiddetta riforma Fornero, proprio mentre alzava bandiera bianca e svelava il bluff di quindici anni di promesse a sbafo, accontentandosi di qualche trofeo puramente simbolico, ma non per questo economico, come la riduzione di qualche mese dell’incremento dell’età pensionabile prevista nel 2027 (costo: 1 miliardo).
È sbagliato sostenere che alla fine Giorgetti abbia fatto una legge di bilancio “rigorista”, come quella contro cui Salvini organizzava picchettaggi squadristici davanti alla porta di casa dei presunti colpevoli: “Io sono un pacifista e un non violento, ma quando mi dicono Fornero mi incazzo come una bestia e mi prudono le mani, quindi fortuna che non è in casa oggi…”,
mentre il suo caporale Giorgetti, allora vice-segretario della Lega, taceva e acconsentiva.
È sbagliato perché non è vero che la legge di bilancio del governo Meloni sia all’insegna del rigore e dell’equilibrio. Semmai di un equilibrismo tutt’altro che virtuoso tra le ragioni della realtà e quelle dell’impostura, tra l’esigenza di non buttare tutto in vacca, restaurando uno status quo ante impossibile, e quella di non rinnegare la retorica del “si stava meglio quando si stava peggio” e decenni di nichilismo anti-europeo e anti-austerità.
Questa differenza culturale e spirituale tra l’etica della verità e quella del magheggio ha delle conseguenze pratiche molto serie, che capipopolo e intellò reazionari tendono gravemente a sottovalutare, persuasi come sono che la virtù politica sia per l’essenziale un esercizio di dissimulazione e la democrazia sia solo un gioco d’ombre cinesi nella caverna della credulità popolare e della cattiva coscienza collettiva.
Quanto siano serie queste conseguenze lo dimostra, in modo dolorosamente implacabile, proprio lo stato dell’Italia e dei suoi conti pubblici. Avevano ragione Monti e Fornero – fatevene una ragione.
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Esattamente: avevano ragione Monti e Fornero! Personalmente sono loro riconoscente per aver salvato l’Italia nel frangente, e rammaricato che non abbiano voluto/potuto finire il lavoro.