

Nel cuore di Salina, tra mare e capperi, l’Hotel Ristorante A Cannata custodisce un museo del calcio nato quasi per caso. Santino Ruggera racconta una collezione di circa mille cimeli, dalle maglie di fine Ottocento ai ricordi di Pelé e Maradona: una storia di emigrazione, impresa familiare e passione capace di conservare la memoria più romantica del pallone.
Dalla mia prima volta alle Eolie porto a casa una storia che non profuma solo di mare e di capperi, ma di famiglia, d’Australia, di coraggio imprenditoriale e di una passione sconfinata: quella per il calcio.
È la storia del Museo del Calcio di Salina, annunciato con discrezione da poche parole dipinte sulle pareti dell’Hotel Ristorante A Cannata.
Sono arrivata a Lingua con l’intenzione di esplorare l’isola in lungo e in largo, dal mare fino alla cima dei monti. Eppure, ogni mattina, durante la colazione, quella scritta finiva per attirare la mia attenzione.
Un giorno, chiacchierando con il proprietario, sono stata invitata a entrare. E ho scoperto un vero e proprio museo.
Ad accompagnarmi tra le teche è stato Santino Ruggera, che insieme alle sorelle gestisce l’attività di famiglia. Di ogni singolo pezzo esposto, Santino conosce la genesi, l’anno e il valore storico.
Pur non essendo una profonda conoscitrice di schemi e tattiche, sono rimasta incantata dall’entusiasmo e dagli aneddoti nascosti dietro ciascun cimelio.
Come quando mi ha raccontato della medaglietta propiziatoria che uno storico presidente del Bologna, Luigi Goldoni, faceva cucire di nascosto all’interno delle maglie dei suoi giocatori.
In un’isola piccola e selvaggia come Salina, un luogo simile è una sorpresa totale. Così ho deciso di farmi raccontare la sua storia.
Prima di parlare del museo, mi piacerebbe fare un passo indietro. Come nasce la storia della tua famiglia a Salina?
Nel 1959 mia madre emigrò in Australia con i suoi fratelli. A quei tempi Salina soffriva un forte spopolamento: l’Australia era vista come una sorta di Eldorado e chi partiva cercava fortuna.
Lì si trovò benissimo, tanto da prendere la cittadinanza. Nel 1967 tornò sull’isola per salutare i genitori, ma con l’idea di ripartire presto.
Invece incontrò mio padre, che lavorava come impiegato comunale a Santa Marina. Si innamorarono e lei scelse di rimanere.
Da lì è iniziata l’avventura nella ristorazione e nell’accoglienza?
Esattamente. Nel 1977 mio padre, con enormi sacrifici e partendo dal suo stipendio da impiegato, iniziò a costruire il ristorante. Mia madre era una cuoca straordinaria.
Abbiamo aperto nel 1980 senza alcuna esperienza specifica, mettendo nel lavoro solo un grande amore.
Negli anni l’attività è cresciuta: oggi, con le mie sorelle, gestiamo il ristorante e hotel A Cannata qui a Lingua, l’Hotel Punta Barone a Santa Marina e alcune case vacanza.
Siamo cresciuti in questo mondo e siamo felici di aver potuto costruire il nostro futuro sulla nostra isola.









Come si passa dall’accoglienza alla creazione di un Museo del Calcio?
È stato un intreccio di coincidenze e passione. Nel 1990, subito dopo i Mondiali in Italia, arrivarono qui in vacanza alcuni dirigenti della FIGC. Si innamorarono dell’isola e della nostra accoglienza.
Negli anni sono tornati e hanno iniziato a fare passaparola, mandando da noi calciatori, allenatori, arbitri, preparatori e magazzinieri. Ognuno di loro portava in dono un piccolo ricordo: una maglia, un gagliardetto, un oggetto di campo.
E a un certo punto questo materiale è diventato una collezione vera e propria.
Nel 2007 la quantità di materiale era tale che, insieme a un amico falegname, ho realizzato le prime teche.
L’idea iniziale era fare una semplice esposizione temporanea, ma gli stessi addetti ai lavori mi dissero: «Santino, ti lasciamo tutto qui. Fai in modo che diventi un museo vero e proprio».
Oggi custodiamo circa mille pezzi che vanno dalla fine dell’Ottocento ai giorni nostri.
Quali sono i cimeli a cui sei più legato o che consideri più rari?
Abbiamo la tessera originale di uno dei soci fondatori e primi calciatori della Juventus, la prima coppa internazionale vinta dal Milan e persino un frammento dell’aereo precipitato a Superga.
Gli esperti dello Juventus Museum, venuti qui in vacanza, ci hanno confermato che la maglia bianconera del 1919 di Pio Ferraris che custodiamo è la più antica maglia da gara della Juventus esistente al mondo.
E poi ci sono le maglie di Meazza, quelle dei Mondiali del 1934 e del 1938, fino ai pezzi autografati di Pelé, Maradona, Rivera e Krol.
Molti campioni continuano a venirti a trovare?
Sì, molti arrivano direttamente in barca durante l’estate.
Ricordo con grande affetto Igor Protti, che era un caro amico e con cui ci confrontavamo anche da colleghi, visto che aveva investito nell’hôtellerie.
Ma vengono a trovarci anche Marco Materazzi e Christian Riganò, l’unico eoliano ad aver giocato in Serie A.
Per festeggiare questa grande comunità, ogni 15 giugno, che è anche il giorno del mio compleanno, organizzo una serata speciale dedicata al museo e a tutti gli appassionati.
Ascoltandoti parlare delle maglie di lana di una volta, si percepisce una forte nostalgia per un calcio diverso da quello attuale.
Assolutamente. Il calcio di oggi è diventato molto più cinico, privo di quelle bandiere e di quella passione romantica che hanno caratterizzato gli anni Ottanta e Novanta.
Proprio per questo il museo ha un valore speciale: custodisce la memoria poetica di questo sport.
Ricordo ancora quando un signore anziano mi chiese se potesse accarezzare la maglia dell’Inter degli anni Sessanta indossata da Sandro Mazzola.
Quando gli ho aperto la teca e gli ho messo tra le mani quel maglioncino di lana, gli sono scese le lacrime.
Ecco, il senso di questo posto è tutto lì: custodire ricordi ed emozioni che altrimenti andrebbero perduti.
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