

Sono abituato alla musica come strumento, a prendere i vari elementi e a farne qualcosa di completamente nuovo. E scrivere musica per film è l’occasione perfetta per farlo, perché puoi guardare il film e poi lasciar volare la tua immaginazione.
La musica crea complicità, e allora ci si sente meno soli.
Ry Cooder

Quando tutto si sgretola e tra gli homo sapiens di tanto in tanto accade, ci si ancora alla memoria, pur camminando in un deserto dove i vecchi moduli interpretativi sono solo rottami, pezzi di roccia inutili e polverosi. Quando questo accade, e in questi giorni pazzi forse siamo proprio in una di queste fasi, la mente entra in confusione e vaga, rievocando certezze andate in fumo e rituali che parevano eterni ora scomparsi. La nebbia si prende tutto anche chi pare condurre il gioco con piglio decisionista, mentre in realtà non sa quel che fa, vaga come gli altri, pur nella convinzione di tener le briglie di un cavallo che in realtà non controlla. Chiamatelo fiume della storia, se vi piacciono le immagini monumentali, fiume capace di travolgere ogni cosa, divorare ogni destino individuale.
Ry, nella mia mente e credo non solo nella mia, è anzitutto la musica della magnifica apertura di “Paris, Texas” di Wim Wenders, con Harry Dean Stanton nel deserto alla ricerca di se stesso e di un amore perduto. Una metafora perfetta, siamo proprio in questo deserto e sono i piedi a portarci non si sa bene dove. L’arte, quella bella, qualsiasi forma espressiva utilizzi in un attimo sa farsi metafora, oggi di un’America senza nome e senza ricordi di se stessa, persa e senza direzione. Rivediamoci la memorabile scena.
Come amiamo la musica? Il mistero della memoria impasta le nostre esperienze a musiche in cui inciampiamo spesso casualmente o in atmosfere costruite ad arte. Musiche per l’amore, musiche per la morte, musiche per il cibo, musiche per il riso, musiche per i pianti e per quando si è distanti. Un processo continuo, che si rinnova di giorno in giorno, ad esempio lo scorso anno al concerto di Laurie Anderson a Carpi ad un certo punto l’artista americana ha eseguito un brano dove la voce che canticchiava un testo molto poetico era del suo amore Lou Reed ed ha suonato ad occhi chiusi il violino. L’amore perduto, l’amore vivo, la morte, la poesia: mi si è fissata un’immagine nuova, un attimo intenso. Parto da qui anche per l’artista di oggi, il poliedrico Ry Cooder, il chitarrista che doveva sostituire l’annegato Brian Jones nei Rolling Stones.
Il nostro uomo all’età di tre anni stava già suonando la chitarra e tutti lo ricordiamo per un’abilità più unica che rara nel suonare la slide guitar e qualsiasi altra trappola con delle corde. Il grande pubblico non lo ha celebrato come una stella, ma lo ha sicuramente ascoltato senza saperlo, con i Rolling Stones, Van Morrison o Randy Newman, o per una delle sue colonne sonore, come appunto l’iconica Paris Texas, o nel suo tuffarsi nella musica cubana in Buena Vista Social Club. Ry Cooder è un musicista curioso, di quella curiosità innata che accompagna certe persone dalla nascita fino alla morte. Son persone insofferenti a confinarsi in una confort zone, come accaduto ad esempio a Keith Richards asseragliato nel suo rock blues da mezzo secolo. Ne consegue un continuo rinnovamento, una trasversalità e un eccletismo a me molto caro, e per chi vi scrive, una ricetta di eterna giovinezza alla faccia degli anni e dei capelli bianchi.
Ry Cooder, incontrando la musica latina, cubana, africana e chi più ne ha più ne metta, ha saputo interpretare e declinare la sua ricerca senza diluire la propria identità d’artista, il blues suonato nel Mali o all’Avana ha la sua inconfondibile “firma”, ma è un blues che non si calcifica ed invecchia facendosi maniera, stanca riproposizione dell’uguale. La tavolozza del grande musicista americano è piena di colori ed il suo blues sa ibridarsi con il mondo ed ascoltarlo è come viaggiare con la mente, assaporare piatti speziati e sorrisi diversi.
Ne consegue un atteggiamento aperto ad ogni influenza, ad ogni ascolto, ad ogni musicista, ad ogni cultura, ad ogni strumento, avendo però la cura di filtrare ogni cosa attraverso la propria sensibilità musicale. Non è questo atteggiamento anche un approccio artistico all’idea di pace? Coesistenza e incontro. Da qui importanti collaborazioni come ad esempio quella con Ali Farka Touré, da cui è uscito un disco meraviglioso per creatività dove i moduli del blues e della musica africana si ibridano aprendo mondi prima sconosciuti, senza che una cultura musicale prevarichi l’altra, senza cartoline e souvenir, ma appunto creando nuove realtà sonore. Facile da raccontare e difficilissimo da fare.
Quando i “simpaticissimi” Rolling Stones (note teste di…) si liberarono di Brian Jones (troppo poliedrico e creativo) Cooder era il favorito dalla band per sostituirlo. Keith Richards lo invitò nella sua casa di Chirchester e Cooder iniziò a registrare con gli Stones Let It Bleed e con Mick Jagger e Jack Nitzsche la colonna sonora di Performance, ma le cose non presero la piega giusta e Cooder fece le valigie sospettando che gli Stones gli avessero rubato il riff di “Honky Tonk Women”. La cosa non si chiarì ma è evidente che fu Ry Cooder che insegnò a Richards l’accordatura in Sol aperto con 5 corde che avrebbe poi utilizzato in molte delle sue canzoni come la suddetta o “Gimme Shelter”. Cooder si guardò bene dall’entrare nel ginepraio Rolling Stones (saggio) , ma da quell’incontro/scontro conserviamo la sua slide in “Sister Morphine”, il suo mandolino in “Love In Vain”. Quello che potevano rubacchiare Jagger&Richards come loro solito lo hanno rubacchiato.
Ry Cooder è l’America che ha affascinato Wenders, l’America del blues, del rock, capace di dar immaginario a musicisti, artisti, scienziati da ogni angolo del pianeta, capace di cercare suoni in Africa e contaminazioni in ogni angolo del pianeta, anche in quel Golfo del Messico dove galleggia Cuba, golfo di cui ormai non si sa bene il nome. L’America attuale è altro, si è trasformata ed è una storia completamente diversa, lontana, quasi estranea a quella di cui conserviamo la memoria. Il nostro di oggi è quindi un viaggio malinconico, un Paris Texas della storia, storia che è sempre fatta di individui.
Naturalmente sono molte le angolazioni da cui è possibile esplorare Ry Cooder uno che se gli dai in mano uno strumento con delle corde dopo 5 minuti lo suona. Personalmente, per il discorso fatto all’inizio ho privilegiato il Cooder magistrale interprete di colonne sonore, capace da americano di entrare nel cinema costruendo suoni coerenti con le immagini anzi sapendo fondere gli uni agli altri, come nel meraviglioso inizio di “Paris Texas”. Quindi ho cucinato molti brani strumentali compresi nelle soundrack di diversi film preparando la solita playlista fatta per accompagnare le vostre memorie e costruirne di nuove. Spero di incuriosirvi e spingervi a navigare la bella discografia del nostro artista di oggi. CLICCATE QUI per scoprire il mondo di Ry Cooder ed apprezzarne la freschezza sonora.
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