

Mi è capitato di rileggere “Odi et amo” il noto e un po’ abusato carme LXXXV di Catullo, sopportato al liceo e dedicato a Lesbia, pseudonimo dato dal poeta all’amata nobildonna Clodia Pulcra. Odio e amore sono anche i sentimenti che i romani provano per la loro città. Del resto Roma è un vocabolo palindromo il cui rovescio è Amor.
È tra le più belle città del mondo, e certamente la prima in assoluto per vestigia del passato e opere d’arte. Non basta una vita, non per approfondirla, ma anche solo per conoscere l’enorme numero di monumenti, palazzi, chiese e fontane, le oltre trecento fontane che ispirarono i poemi sinfonici di Ottorino Respighi; e ancora le opere custodite nei musei o celate nelle magioni, nei cortili, nei giardini, nelle chiese e nelle loro cripte, negli immensi sotterranei poco esplorati, nei vicoli quasi sconosciuti.
Una ventina di siti universalmente noti sono le sole mete del turismo mordi e fuggi, gli stessi luoghi davanti ai quali i romani passano più volte al giorno distrattamente, assuefatti a un paesaggio urbano che lascia i più avveduti a bocca aperta la prima volta che vi si trovano immersi.
Le vestigia antiche romane sono estese in tutto il territorio urbano: ciò che resta dei saccheggi compiuti dalla nobiltà e dai papi che, dal Medioevo ma soprattutto in epoca rinascimentale e barocca, usarono marmi e mattoni per edificare fastose residenze e chiese. Fu Raffaello tra i primi a scoprire e apprezzare il valore delle rovine: si dice che, munito di torcia, si recasse nella Domus Aurea per copiare le decorazioni dipinte sui muri. La sua prematura scomparsa interruppe questo lavoro di archeologo ante litteram, ma per uno di quei giochi del destino egli è sepolto al Pantheon, uno dei pochissimi edifici dell’antica Roma giunto sino a noi pressoché intatto.
La cosiddetta città eterna, sede della cattolicità, è un caso più unico che raro di museo a cielo aperto: nessun altro luogo al mondo può vantare una simile concentrazione di chiese, dalle paleocristiane alle romaniche, dalle rinascimentali alle barocche – che qui raggiungono il loro apice – fino a poche ma preziose presenze gotiche e rococò, accanto a edifici neoclassici, ottocenteschi e moderni, per un totale che sfiora il migliaio di luoghi di culto.
Innumerevoli e splendidi sono i palazzi gentilizi e le ville, opere dei maggiori architetti del Rinascimento, senza citarne i nomi arcinoti.
La modernità ha compiuto grandi oltraggi alla città: per primi i Savoia e i loro architetti, che edificarono i ministeri intorno alla stazione Termini e i portici di Piazza Vittorio e Piazza Esedra, oggi Piazza della Repubblica, ignorando il clima mite di Roma, dove piove poco e nevica raramente. Poi Mussolini che, inseguendo sogni imperiali, fece sparire la spina di Borgo per aprire Via della Conciliazione e il quartiere Alessandrino tra Esquilino, Palatino e Campidoglio per creare Via dell’Impero, oggi dei Fori Imperiali, lasciando distruggere le ultime vestigia medievali ancora presenti.
La speculazione edilizia del secondo dopoguerra ha completato l’opera, stringendo d’assedio il centro storico con periferie anonime e disordinate, prive di un piano regolatore e di una visione unitaria dell’arredo urbano.
Roma, in epoca imperiale, raggiunse sotto Adriano oltre un milione di abitanti: era la più grande città del mondo antico costruita in mattoni e marmo, dotata di strade lastricate, acquedotti e fogne. Con la decadenza dell’Impero e le invasioni barbariche si ridusse a un borgo raccolto intorno al papato, attraversato dalla transumanza degli armenti che brucavano l’erba tra i ruderi del Foro.
Per merito di grandi papi, spesso espressione della nobiltà, nel Rinascimento Roma divenne il gioiello che oggi conosciamo. Ma il popolo, abituato nei secoli al passaggio di eserciti e al senso di un eterno immutabile, sviluppò un atteggiamento cinico e distaccato verso le sorti della città, purtroppo ancora persistente.
Dopo tante considerazioni generali, resta però una domanda: che cosa significa davvero appartenere a una città come Roma? Non è solo una questione di storia o di urbanistica, ma un fatto intimo, privato, fatto di sguardi quotidiani e di memorie che non si cancellano.
Sono stato lontano molti anni da Roma, la città dove sono nato, e termino con un ricordo adolescenziale.
La mia famiglia abitava all’ultimo piano di un palazzo in via San Nicola de’ Cesarini. La finestra a tre ante della mia camera occupava l’intera parete; appoggiata ad essa c’era la scrivania sulla quale avrei dovuto studiare molto più di quanto abbia fatto.
Lo sguardo spaziava sugli scavi di Torre Argentina, con la Curia di Pompeo dove fu ucciso Cesare. Alzando gli occhi a sinistra si scorgeva la cupola di San Carlo ai Catinari; al centro quella di Sant’Andrea della Valle, opera di Giacomo della Porta e di Maderno; infine, a destra, il campanile a tortiglione, capolavoro borrominiano, di Sant’Ivo alla Sapienza.
Nelle giornate di primavera le rondini, che oggi non ci sono più, garrivano compiendo evoluzioni in piccoli stormi che si incrociavano nell’aria.
Questa immagine, che porto con me nella memoria, è la Roma che mi appartiene. Vale molto di più delle nozioni che ho trascurato, ascoltando musica dalla radiolina sulla scrivania invece di imparare a memoria il carme LXXXV di Catullo.

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Lei sembra disdegnare le palazzine costruite dagli architetti degli anni Quaranta e Cinquanta che andrebbero secondo me molto rivalutate. L’architettura moderna a Roma è molto interessante.
Articolo emozionante: anch’io, più o meno negli stessi anni, avevo una finestra che si apriva sul campanile di sant’Ivo alla Sapienza. Quella casa, che ho lasciato nel 1975, è il primo dei miei lutti non ancora elaborati e il solo sentir parlare di queste immagini mi provoca un tuffo al cuore