Questo articolo continua e conclude quello precedente sulla RNU di Alexander Barkashov, pubblicato qui, di cui mantiene la numerazione dei paragrafi, essendo di fatto un tutt’uno.
4. Spada, Croce e ortodossia
Abbiamo visto nei paragrafi precedenti come la presenza della RNU negli eventi in Donbas 2014 fosse stata limitata a forse poche decine di soggetti identificabili come membri del movimento.
È altresì plausibile che molti altri militanti a titolo individuale e senza insegne RNU – che formalmente aveva cessato di esistere – abbiano effettivamente preso parte ai combattimenti nell’ambito di qualche altra formazione volontaria: ma questo esula sia dal focus del presente articolo, sia dalla possibilità di trattarne con cognizione di causa senza accurati approfondimenti attualmente non-fattibili.
Riprendiamo quindi da dove avevamo lasciato nel paragrafo precedente ovvero dalla Russian Ortodox Army – ROA (1) (??????? ???????????? ?????), che risulta aver fatto la sua comparsa ufficiale in Donbas il 3 maggio 2014, con il video annuncio della cattura del consigliere politico ucraino Nikolay Yakubovich (si veda oltre).
La nascita di questa formazione sarebbe avvenuta attraverso la fusione di quattro gruppuscoli preesistenti vale a dire
?Russkaya Armiya
?Unità Sarmat
?Pravoslavnyy Donbass
?Podrazdeleniye Shchit (Scudo)
Di tali unità e della genesi del ROA ne parla Mikhail Misha Verin, in una intervista rilasciata alla testata filorussa Ukraina.ru, che lo descrive come un “manager di una catena di fast-food” divenuto comandante “di successo” del ROA.
L’intervista venne effettuata nel dicembre 2014, quando cioè il ROA era già stato trasformato nel primo battaglione della 5a Brigata Oplot, perdendo sostanzialmente il suo status di milizia irregolare volontaria per assumere quello di reparto territoriale della DPR.
Nelle sue risposte Verin parte dal febbraio 2014, quando piccoli gruppi di filorussi, movimenti e aggregazioni cominciarono a radunarsi attorno al monumento a Lenin di Donetsk. Secondo Verin:
“rappresentavano semplicemente movimenti che si chiamavano in qualche modo: ad esempio, c’era il movimento Sarmat, c’erano i cosacchi del Don in diverse forme. In breve, ci sono stati molti movimenti diversi. Qualsiasi gruppo di persone che non voleva essere senza patria e senza bandiera, ha inventato un nome. Ci siamo organizzati in diversi piccoli gruppi: Esercito Volontario Russo, Sarmat, Donbass ortodosso, Divisione Scudo. Tutti questi erano piccoli gruppi di persone che ad un certo punto hanno deciso di unirsi in qualcosa di più grande, per inventare un unico nome. Non posso chiamarlo congresso, eravamo solo in cinque, abbiamo inventato un solo nome: l’Esercito ortodosso russo, cui due settimane dopo è stata disegnata la bandiera”.

Alcuni dettagli sulla Unità Sarmat si possono reperire sul DailyBeast secondo il quale si sarebbe trattato del gruppuscolo organizzato e guidato da Verin subito dopo il suo arrivo in Donbas nel marzo 2014. Interessante la spiegazione sull’origine del nome: dovuto all’ambizione dei suoi attivisti di riunificare le terre storiche della Grande Scizia, accorpando l’Ucraina odierna, la Russia Meridionale, la Moldavia ed i Balcani nord-orientali. Il tutto sotto l’autorità di Mosca di cui Verin si riconosce fedele eurasiatista oltre che adepto putinista: “Putin non tradirà mai il movimento filo-russo nell’Ucraina orientale. È il nostro leader”, la sua chiosa finale.
Quanto a Pravoslavnyy Donbass, sarebbe stato il gruppetto capitanato da Dmitry Boitsov di cui parleremo meglio più avanti
Qualche notizia sulla Unità Scudo (“Shchit”). Formata in aprile a Druzhkovka da Yuriy Protsenko (“Dushman”) (2), che la tiene sotto il proprio comando fino al 16 maggio quando passa alla brigata Vostok. Il reparto fu tra quelli che presero d’assalto gli uffici SBU di Slaviansk, assumendo di fatto il controllo della città fin dall’11 aprile. Il reparto contribuì alla difesa di Slaviansk per poi ritirarsi a Donetsk su ordine di Girkin. Da notare come, contrariamente alla narrativa che fa di sé stesso, Girkin sembra non sia stato molto apprezzato da questa parte dei suoi subordinati, bensì accusato di non aver voluto difendere le posizioni a Slaviansk ed anzi di essere stato più dannoso che utile.
Particolarmente duro il giudizio di Protsenko su Strelkov, rilasciato su VK il 3 maggio 2016, due anni dopo i fatti:
“Dal primo incontro con Strelkov a Slavyansk, sono rimasto deluso da lui. Quest’uomo non è un combattente e nemmeno un eroe. Non so chi lo stia promuovendo lì. Ma il fatto è che ho partecipato a una riunione con il mio gruppo e non ci sono più andato, ho mandato il mio vice, Valery Druzhka. Poi Strelkov lo ha nominato comandante, gli ha detto: “Valery, puoi comandare di lato, ma non mi fiderò di te con le persone”. Questo è stato il caso di Slavjansk […]. Poi c’è stato il ritiro da Slavyansk, ma io ero già nel battaglione Vostok di Khodakovsky, impegnato nell’addestramento al combattimento, poi Saur-Mogila, davanti a Panteleimonovka […] Francamente, abbiamo chiuso tutti i buchi che Strelkov ha creato cedendo metà del Donbass a causa dei suoi interessi mercantili o delle sue ambizioni, non lo so. Ma quest’uomo non è quello destinato alla guerra. Era semplicemente superfluo, in tutta onestà”.
È ritornata sui medesimi fatti anche Miroslava Reginskaya, moglie di Strelkov, che gestisce il canale TG del marito tuttora in carcere. Il 5 luglio 2024, in occasione dell’anniversario della battaglia di Sloviansk, scrive infatti una versione totalmente opposta:
“Vorrei ricordarvi oggi una data storica importante. 10 anni fa, nella notte tra il 4 e il 5 luglio, la guarnigione di Slavyansk lasciava la città, essendo riuscita, grazie a un’operazione militare ben congegnata, a sfuggire all’accerchiamento.
A quel tempo, Slavyansk era circondata su tutti i lati dall’esercito regolare di uno stato ucraino ostile. L’aiuto tanto sperato dalle milizie e dagli abitanti della città durante questi eroici 85 giorni non è mai arrivato. Lungo l’unica “strada della vita”, sotto la minaccia di bombardamenti, Igor Strelkov ritirò la guarnigione in poche ore in modo che nessuno sospettasse nemmeno il movimento dei militari. Questo è ora riconosciuto come praticamente impossibile, l’apice dell’arte militare. Ma è così che è realmente successo.
Il dibattito sulla questione se la milizia avrebbe dovuto lasciare Slavyansk continua ancora oggi. Molti, allora come oggi, vorrebbero che i fucilieri, abbandonati senza sostegno, morissero eroicamente nel tentativo disperato di combattere le forze militari di un intero stato. Questo risultato probabilmente sarebbe adatto a molte persone.
La guarnigione infatti, era pronta a morire eroicamente. La tragedia della città devastata e consegnata al nemico rimarrà per sempre nella memoria di tutti coloro che vi furono coinvolti da quel giorno. È impossibile dimenticare.
Ma la guerra ha le sue leggi. Se la guarnigione fosse rimasta nella storia come un pugno di martiri morti in una battaglia impari con l’esercito ucraino, avremmo perso tutta la Novorossiya. Igor Strelkov a quel tempo era già ministro della Difesa della DPR. E l’intera situazione in quel momento ispirava seri timori: la primavera russa veniva uccisa sul nascere. Lo scenario della Crimea non si è materializzato per gli abitanti del Donbass. I disordini popolari furono brutalmente pacificati. Non furono fatti adeguatamente i preparativi per la difesa di Donetsk e Lugansk. Era solo questione di tempo prima che le autorità ucraine “riportassero l’ordine” nei territori indisciplinati.
L’uscita di Strelkov da Slavyansk con il restante personale della guarnigione e l’arrivo a Donetsk hanno cambiato gli equilibri di potere e hanno sparigliato le carte per quella parte del Donbass che non voleva la libertà. Le milizie di Sloviansk agguerrite dalla battaglia e la preparazione competente per la difesa di Donetsk, che Strelkov prese il più seriamente possibile: tutto ciò permise al popolo di Donetsk di difendere la propria indipendenza.
Pertanto, l’esodo da Slavyansk è sia un evento tragico per la città abbandonata, sia una saggia decisione militare che ha permesso di non uccidere la primavera russa proprio all’inizio”.

Dunque a distanza di anni ancora perdura la diatriba tra turbopatrioti sulle responsabilità della conduzione di fatti ed eventi, a dimostrazione di clamorose fallacie nella propaganda russa e nella narrativa fattane dagli utili idioti occidentali.
Qualcosa stona anche relativamente al ROA, indicato come milizia autoctona del Donbas.
Dopo l’esordio del 3/5 il ROA ritorna alle cronache il 10 maggio attraverso la dichiarazione di uno dei suoi leaders, Mickhail Verin, che attraverso VK dà notizia della partecipazione del suo reparto al presidio dei seggi referendari dell’11/5. In quella fase il reparto appare formato da volontari del Donetsk, di cui Mikhail Verin parla con grande trasporto:
“È facile calunniare, gettare fango su una persona o un movimento, o chiamare qualcosa di brutto con lo stesso nome. La cosa più importante per cui stiamo lottando è preservare il nucleo della fede, non perderlo […]. Ecco i comandanti dell’RPA, siamo gente comune, non indossiamo medaglie, non abbiamo un mucchio di macchine straniere nel nostro cortile. Ci sono combattenti, un battaglione pronto al combattimento, ci sono trincee, c’è un fronte. Forse siamo modesti, ma il nostro compito è ottenere la vittoria e la raggiungeremo”
In realtà come ammesso dallo stesso Verin, circa il 20% dei comandanti ROA erano russi, con lo stesso Strelkov-Girkin, indicato come comandante militare del gruppo, teleguidato da Mosca ed inviato (presumibilmente con i buoni uffici di Malofeev) a predisporre il terremo in attesa che si “materializzasse anche in Donbas lo scenario Crimea”, ovvero insurrezione, invasione, annessione: obiettivo che, come sappiamo, fu realizzato solo in parte.
Addirittura, nel suo reportage da Donetsk (19/5/14) l’inviata della NBC News di Mosca, Albina Kovaleva uova 6 rileva la non-disponibilità del ROA ad eseguire gli ordini di leaders autoctoni del Donbas, confermando di fatto l’eterodirezione delle milizie da parte dei tirafili del Cremlino. Secondo la giornalista, la ROA era in quel momento il gruppo meglio armato ed organizzato dell’intera panoplia insurrezionalista.
Appare comunque confermata l’origine autoctona della manovalanza combattente del ROA: il tutto su un totale iniziale di circa 100 uomini, poi saliti a 500 ed infine a 4.000, probabilmente sovrastimati.
Dal punto di vista ideologico la ROA è stata una compagine ultraconservatrice e tradizionalista, anche se apparentemente non collegata alla chiesa ortodossa di Mosca.
Da ricordare come l’oligarca Malofeev, mandante di Girkin sia un fanatico religioso, collegato al Patriarcato di Kiryll, nonché titolare del canale TV ultrareligioso, Katehon, a lungo diretto da Dugin.
Come potremo vedere in un futuro approfondimento, nella questione Donbas Malofeev, con Sergej Aksënov e Alexandr Borodai fecero da schermo al Cremlino consentendo lo sfruttamento della cosiddetta negabilità plausibile, che almeno fino all’invasione è stata la colonna portante della dezinformatsyia e propaganda russa nel Donbas.

5. Connessioni
Impregnati di ideologia religiosa, membri del ROA si resero responsabili di crimini e violenze contro obiettivi civili.
In particolare, furono responsabile del sequestro ed assassinio di quattro fedeli evangelici, poi ritrovati cadaveri con segni di torture, maldestramente ricomposti per fare ricadere la causa della morte su di un colpo di mortaio ucraino.
Furono poi sottoposti a rapimenti, percosse e umiliazioni anche attivisti ucraini (1/5/14) e preti cattolici a Slovjansk (15/7/14) e furono rapinate imprese private e negozi (30/12/14).
Tra le operazioni più note il rapimento di Nikolay Yakubovich, membro del Consiglio di difesa e sicurezza nazionale ucraina, sequestrato il 2/5/14 e liberato circa una settimana più tardi nel corso di uno scambio di prigionieri.
Ed è proprio da Yakubovich che provengono le principali illazoni circa una relazione di apparentamento tra ROA e RNU, il movimento neonazista di Barkashov di cui abbiamo parlato nella parte precedente.
Secondo una intervista rilasciata a Radio Svoboda nel giugno 2014, dopo il suo rilascio, la ROA, soprattutto nei suoi miliziani locali avrebbe avuto connessioni con la sezione RNU di Donetsk, disciolta da tempo e da cui proveniva anche Pavel Gubarev. A sostegno delle sue affermazioni Yakubovich riporta i colloqui avuti con i miliziani durante la sua prigionia.
Circa le origini della ROA, secondo Yakubovich sono da ricercarsi nella sezione Donetsk del movimento Oplot di Kharkiv, distaccatasi per dissidi interni e resasi autonoma come ROA. L’Oplot di Kharkiv, associazione politico-sportiva, non va confusa con la 5a Brigata Oplot, unità di fanteria territoriale in cui la ROA confluirà nel dicembre 2014. Secondo Yakubovich, molti membri della ROA sarebbero stati veterani reduci dalle campagne in Afghanistan, Cecenia e Transnistria.
Una ulteriore connessione è quella rappresentata da Dmitry Boitsov, leader del ROA, proveniente addirittura dal Pamyat e sodale di Barkashov. Boitsov era stato fin dal giugno 2014 molto critico nei confronti di Putin, per la sua presunta indecisione nell’appoggiare apertamente le milizie, dopo le prime convulse settimane di aprile e maggio, che avevano dato l’illusione di uno “scenario Crimea”. Ed infatti, nel pieno dell’assedio di Sloviansk (4 giugno) eccolo dichiarare alla NBCnews:
“L’unico aiuto possibile per noi sarebbe l’arrivo delle forze russe.
Se [Putin] non interviene con le sue forze, ci saranno persone qui che vorranno distruggerlo, perché ci ha dato false speranze.”
Il 7 maggio 2014, alla vigilia dei “referendum” indipendentistici nel Donbas, Dmitry Boitsov sarebbe stato intercettato dall’SBU ucraino mentre riceveva direttamente da Barkashov, istruzioni telefoniche sui risultati da ottenere nelle urne. Fu in tale occasione che Barkashov avrebbe suggerito ad un Boitsov preoccupato di non poter raggiungere la percentuale auspicata, di indicarla comunque: “scrivi come se l’89% avesse votato per la DPR”.

Non è chiaro se il nastro si sia poi rivelato autentico: sta di fatto che in un post su VK del 7/5/14 Barkashov confermava di trovarsi in quel momento a Donetsk e di poter quindi conferire con “Dima” (Dmitry) di persona, senza dover ricorrere al telefono. La connessione tra i due evidentemente sussisteva, indipendentemente dalla autenticità della telefonata.
Ma chi è esattamente Boitsov? Le informazioni su di lui scarseggiano. Secondo un servizio di BBC.com era il leader di Pravoslavnyy Donbass, ovvero una delle quattro piccole milizie citate in apertura, che nell’aprile/maggio 2014 si erano fuse per formare la ROA; dopodiché Boitsov avrebbe mantenuto il comando della ROA di Sloviansk.

Una terza connessione tra RNU e ROA è quella rappresentata da Alexander Valov, già leader a Murmansk di un gruppuscolo estremista, nonché tra gli organizzatori della Marcia Russa. Accusato di violenze ed estremismo nel 2013 per avere percosso un cittadino uzbeko, nel 2014 viene avvicinato dallo FSB che lo sottopone ad una alternativa: essere inquisito con carichi aggravati oppure accettare di impiantare una sezione RNU sotto proprio comando, attraverso cui reclutare volontari da inviare nel Donbas. In cambio avrebbe ottenuto sostegno finanziario e la cancellazione dei carichi penali. Valov respinse lampeoposta e riuscì quindi a riparare in Ucraina nell’autunno 2014, chiedendo asilo e rendendo testimonianza del fatto.
Quello di Valov è stato solo un caso, non andato a buon fine. Ma è pressoché certo che ve ne siano stati degli altri arrivati allo scopo.

6. Normalizzazione
L’inizio dell’estate spazzò via le illusioni anarcoidi dei miliziani più illusi che avevano pensato di poter ripetere il blitz crimeano senza colpo ferire. Il Donbas e soprattutto il progetto Novorossyia, che avrebbe dovuto incendiare un terzo dell’Ucraina, da Kharkiv a Odesa, si erano rivelati bocconi troppo indigesti per potere essere inghiottiti senza un massiccio e dichiarato intervento russo, per il quale Mosca non si sentiva probabilmente ancora pronta.
Ciò che il Cremlino aveva arraffato nel Donbas era comunque significativo e consentiva al regime di rimandare al futuro la partita decisiva mantenendo in Ucraina una solida testa di ponte, rappresentata da circa metà degli oblasti di Donetsk e Lugansk, con conseguente notevole capacità di destabilizzazione dello stato sovrano ucraino.
Ma ciò che per Mosca era un tangibile risultato geopolitico era comunque molto poco per i turbopatrioti, che con la Novorossyia avevano sognato in grande e che ora subivano la cocente disillusione di un quasi-tradimento, oltretutto con la prospettiva della “normalizzazione”.
A partire da agosto 2014 la discesa in campo di reparti regolari russi mise fine al caos politico-militare che imperversava nelle due sedicenti repubbliche, dove diversi leader prodotti dall’insurrezione furono rimpiazzati con le buone o con le cattive da figure più fedeli a Mosca e quindi meglio controllabili.
Analogamente, in autunno venne iniziata la riorganizazione delle milizie alcune delle quali furono smantellate o congelate ed altre riconvertite come reparti territoriali delle due entità separatiste. Alcuni leaders furono soppressi, come Aleksandr Bednov del battaglione Batman e Alexey Mozgovoi della brigata Prizrak, altri indotti a rientrare in Russia, come Milchakov di Rusich e Alberto Fazolo del battaglione internazionalista). Alcune unità furono mantenute autonome ma riorganizzate e quindi tenute sotto stretto controllo FSB.
Non sfuggì alla regola il ROA, che nel tardo autunno 2014, divenne il primo battaglione della 5a Brigata territoriale Oplot.
Il processo di normalizzazione fu completato nella primavera 2015 e nell’autunno successivo tutte le più radicali unità volontarie russe in Donbas avevano cessato di avere un qualche ruolo significativo nella politica della della DPR e della LPR.
Non si trattava ovviamente, da parte di Mosca di alcun segno di conciliazione o di rinuncia ai suoi programmi imperialistici verso l’Ucraina, bensì semplicemente della “normalizzazione” e riconduzione sotto al proprio controllo di una frangia movimentista turbolenta e difficilmente controllabile: che era stata utile come manovalanza proxy nelle prime convulse fasi dell’insurrezione, ma che adesso rischiava di diventare più fastidiosa che utile, nella sua foga massimalista.
Mosca aveva richiamato i suoi cani da guerra e sarebbero passati sette anni prima che li rilasciasse nuovamente.

Allegato bonus
Brigata “Oplot“

Unità miliziana volontaria del Donetsk, costituita come battaglione nella primavera 2014 su iniziativa di Alexander Zacharchenko, futuro capobastone del Donbas (poi eliminato in un attentato il 31/8/18), che in quella fase era tra le altre cose il leader della sezione di Donetsk della organizzazione Oplot di Kharkiv: movimento politico-sportivo coinvolto in vari business tra il lecito e l’illecito, compreso l’arruolamento di guardaspalle e contractors.
Resosi autonomo da Kharkiv, Zacharchenko riorganizzò in battaglione la ex-Oplot di Donetsk, ottenendo anche, grazie ai suoi agganci politici, armamenti pesanti, tra cui carri armati. Durante il regno di Girkin venne nominato comandante di militare Donetsk (maggio) e quindi “primo ministro” DPR (8 agosto), per poi essere quindi posto a capo della “repubblica” in novembre, in piena fase di normalizzazione ed attraverso un referendum farlocco.
Col passaggio alla politica full-time Zacharchenko cedette il comando operativo di Oplot -che nel frattempo si stava trasformando in brigata- al suo vice Andrey Borisov.
La brigata Oplot “normalizzata” nell’autunno 2014 dipendeva dal comandante delle truppe DNR, nonché “ministro della difesa” Vladimir Kononov, formalmente autonomo ma totalmente dipendente da Mosca ed in particolare dal GRU, comprese le questioni operative e finanziarie; oltre a ciò praticamente l’intero staff di comando della milizia territoriale del Donbas era formato da ufficiali russi: cosa che ha fatto delle truppe territoriali DPR una mera forza ausiliaria dell’esercito russo.
Nel tardo autunno 2014 l’originario battaglione Oplot, unitament nne all’ex-ROA, divennero i battaglioni costituenti della nuova brigata fanteria Oplot, a sua volta parte del 1° Corpo Territoriale DNR.
Nel gennaio 2023, a seguito della illegale annessione russa del Donbas e della formale incorporazione nell’esercito russo dei reparti territoriali DNR e LNR, la Brigata Oplot assunse la denominazione di 5a Brigata separata di fucilieri motorizzati, con nr. unità 08805, diventando anche formalmente un reparto dell’Armata Russa.

Note
1) ROA è l’acronimo di Russian Ortodox Army, che traslitterato in russo diviene ???, ovvero Russkaya Pravoslavnaya Armiya. ROA è stata però anche l’acronimo cirillico di Russkaja Osvoboditel’naja Armija (??????? O?????????????? A????) ovvero Esercito russo di Liberazione, vale a dire le formazioni russe di Andrey Vlasov, che collaborarono col Reich nella WW2.
2) Dushman è una parola farsi che significa “nemico” che i sovietici hanno utilizzato traducendola come “spettro” on”spirito” per indicare i Mujahidin durante la guerra in Afghanistan.
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