

La foto mostra una mia carissima amica e collega nel fiore degli anni, donna di gran classa, professionista straordinaria, mancata di recente con mio grande dispiacere.

La ricordo in questa sede dove si parla di stile perché è stata per oltre vent’anni responsabile del design del marchio che portava il nome di un notissimo gruppo tessile che ne gestiva al suo interno diversi altri, due dei quali erano sotto la mia responsabilità.
Facevamo quindi lo stesso mestiere, con scambi quotidiani per coordinarci ed evitare sovrapposizioni; credo sia interessante capire come si sviluppa il lavoro creativo, partendo da idee astratte per arrivare al prodotto finito, con l’intento di incontrare il gusto di chi lo acquisterà.
La stima e l’ammirazione per lei sono state unanimi nel nostro mondo, da parte mia le confessai anche un po’ di invidia perché consideravo le sue capacità inarrivabili, anche se, ormai anziani e lontani dal lavoro, lei mi rispose di aver provato lo stesso sentimento nei miei confronti, nell’occasione ne ridemmo con un po’ di nostalgia.
Ma come nascono l’idea di un disegno, una cartella colori o un’intera collezione? Quali sono i passaggi dal progetto, che ha in sé molto dí artigianale e qualcosa di artistico, ai più concreti aspetti tecnici per realizzarlo?
Al giorno d’oggi tutto è reso più semplice dalla rivoluzione digitale: Internet, graphic computer, macchine da stampa digitali che hanno sostituito quelle meccaniche ed altre sofisticazioni più sottili, difficili da spiegare in poche righe.
Prima si partiva dal foglio bianco, su cui i disegnatori tessili, abili come pittori, schizzavano soggetti floreali, astratti, iperrealistici, decori classici o etnici ecc.
Como, Parigi e Londra erano le sedi principali degli studi di design tessile, che conservavano grandi quantità di antichi documenti, volumi di disegni e foto, ma soprattutto sgualciti campioni di tessuto da cui trarre le idee o semplicemente reinterpretare vecchi soggetti.
Ci si recava negli studi avendo già in mente lo stile della collezione a venire e con l’aiuto dei disegnatori si elaboravano i diversi temi.
I macchinari da stampa meccanici imponevano disegni che avessero un rapporto metrico ripetibile, per cui dovevano essere realizzati rispettando quel vincolo, assolta il quale si poteva procedere all’incisione dei quadretti di stampa (sostanzialmente un metodo serigrafico) con cui effettuare le prove di colore per realizzare un minimo di tre varianti dello stesso disegno.
A quel fine si utilizzava l’immensa cartella del Pantone tessile, per ricavare il mix di coloranti chimici che fornisse il tono di colore esatto dei vari soggetti componenti il disegno, oggi ottenibile con un sistema computerizzato, allora dalle esperte mani delle operaie della “cucina colori”.
Dopo le prime prove su stoffa si aggiustavano le tonalità fino a raggiungere il risultato che lo stilista desiderava, chi era più bravo faceva meno prove perché vedeva con gli occhi della mente il disegno definito nelle sue tinte.
Quella signora faceva pochissime prove!
Ma questo era solo il processo tecnico finale, a monte cosa c’era?
Prima di tutto il gusto personale, l’esperienza, la cultura (intesa come storia dell’arte, della moda e del costume) e la preparazione tecnica, ma erano fondamentali la curiosità e la capacità di ricerca che avevano portato la mia amica a viaggiare molto, ad esempio in India ad acquistare tessuti con fantasie cachemire e sari dai colori di origine vegetale, in Turchia ad acquistare o fotografare tappeti anatolici Kilim, nella penisola dello Yucatàn in Guatemala a Tikal per gli scialli dalle righe variopinte, in Giappone per i kimono e i disegni grafici su carta di riso, a Bali in Indonesia per i tessuti batik, ma dovunque vi fossero immagini, materie od oggetti, fonti di ispirazione.
Spesso ci recavamo insieme negli atelier dei principali studi di disegno tessile, ma non mancava mai una visita al Marché Aux Puces quando eravamo a Parigi o a Camden e Carnaby a Londra, non ne uscivamo mai a mani vuote.
Ha lasciato un archivio importante di libri, tessuti e disegni di cui avevamo parlato di recente perché non sapeva a chi donarli, pur avendo preso contatto con varie industrie che avevano declinato l’offerta.
Infatti, come ho detto all’inizio, oggi con il computer, partendo da un semplice schizzo o da un vecchio disegno, si può creare qualcosa di totalmente nuovo e diverso, aggirando con piccole modifiche anche quanto coperto da copyright, inviando il file direttamente in fabbrica dove una stampante digitale è in grado di produrre senza altri interventi quanti metri di tessuto occorrano, senza più il limite dei minimi di stampa per variante.
Ho accennato alla preposizione tecnica perché dal tessuto si passa alla confezione, bisogna conoscere a fondo quali sono i macchinari da usare nelle varie fasi per ottenere le fogge desiderate, per questo le commesse di lavorazione accompagnano il tessuto con accurate schede tecniche compilate dai product-manager, ma sotto la responsabilità di chi ha progettato il prodotto nella totalità, compreso il packaging che è parte integrante del suo appeal.
Il responsabile del prodotto di una grande azienda deve combattere con il marketing e spesso auto-limitare la propria creatività, perché gli estremismi in genere non pagano e la posta in gioco è molto alta, a certe dimensioni gli errori possono causare perdite ingenti.
Termino svelando quello che credo sia un piccolo segreto della creatività, cioè la dicotomia tra l’idea e il prodotto realizzato, l’insoddisfazione e la delusione che ne derivano sono le molle che spingono a iniziare di nuovo, come diceva lei: “Perché la prossima volta sarà esattamente come lo avevo immaginato!”
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