

La memoria di Vittorio Arrigoni continua a essere usata come simbolo unilaterale contro Israele. Ma dietro lo slogan “restiamo umani” resta una storia più scomoda: odio verbale, indulgenza verso Hamas e una narrazione che assolve sempre una parte e condanna sempre l’altra.
In occasione dei 15 anni dall’omicidio dell’attivista filopalestinese Vittorio Arrigoni, avvenuto a Gaza nel 2011, Alessandro Di Battista ha pubblicato un post per ricordarlo e riprenderne una dichiarazione contro Israele.
Con questa impostazione, a un lettore ignaro può sembrare che fossero gli israeliani i responsabili della sua morte.
Invece, come ha ricordato il giornalista ed esperto di comunicazione Daniele Regard, Arrigoni venne ucciso da jihadisti locali. Uno di loro, Mahmoud al-Salfiti, in seguito fuggì da Gaza per poi unirsi all’ISIS in Iraq, dove venne eliminato nel 2015.
Di Battista ha omesso quei fatti che non sono funzionali alla sua narrazione antisraeliana.
In seguito alla sua morte, Arrigoni si è ritagliato un posto fisso nel pantheon della sinistra antisionista e filopalestinese. Sebbene sia stato presentato più volte come un pacifista, se si gratta la superficie la sua figura presenta diverse ombre, tra istigazione all’odio, fake news e vicinanza al terrorismo.
Odio per gli israeliani
A dispetto dello slogan “restiamo umani”, con il quale concludeva spesso i suoi articoli su “Il Manifesto” o sul suo blog “Guerrilla Radio”, Arrigoni utilizzò parole assai aggressive nei confronti degli israeliani.
Non a caso, dopo l’omicidio sua madre, Egidia Beretta, fece in modo che il corpo del figlio venisse riportato in Italia senza passare da Israele, rimarcando il suo odio anche dopo la morte.
Come ricordarono all’indomani della sua morte Pierluigi Battista sul “Corriere della Sera” e Fiamma Nirenstein su “Il Giornale”, aveva definito i sionisti “ratti”, oltre a invocare la dannazione per i “demoni sionisti”.
Considerava Fatah una centrale di “venduti alla causa di Israele” e si lamentava del fatto che “intasano l’etere” gli appelli per la liberazione di Gilad Shalit, soldato dell’IDF tenuto in ostaggio da Hamas dal 2006 al 2011.
Nei suoi attacchi non risparmiava neanche gli intellettuali della sinistra pacifista israeliana. Una volta disse: “Io i libri di Yehoshua, Grossman e Oz non li leggo perché sono sporchi di sangue”.
Come riportato nel 2011 dal sito “Informazione Corretta”, sulla sua pagina Facebook l’attivista insultava pesantemente gli ebrei che lo criticavano, anche con toni violenti.
Clara Banon, ebrea veneziana emigrata in Israele e il cui figlio lavorava in un kibbutz vicino a Gaza, raccontò che Arrigoni aveva augurato la morte a suo figlio e si era detto dispiaciuto dopo aver saputo che parte della famiglia di lei si era salvata durante la Shoah.
Vicinanza a Hamas
Parallelamente, Arrigoni parlava poco dei crimini di Hamas e dei missili sparati contro Israele.
A testimoniare la sua vicinanza al movimento islamista vi è il fatto che, come riportato dal “New York Times”, era uno degli attivisti propal occidentali che nel 2008 ricevettero un passaporto palestinese da parte dell’allora leader di Hamas a Gaza, Ismail Haniyeh.
Nel gennaio 2009, poco dopo la fine dell’Operazione Piombo Fuso, in un articolo su “Il Manifesto” Arrigoni negò che Hamas avesse utilizzato le ambulanze della Mezzaluna Rossa per spostarsi.
Lo fece nonostante le conferme di ciò riportate da Lorenzo Cremonesi sul “Corriere della Sera” e da Guido Rampoldi su “La Repubblica”, entrambi giornalisti con posizioni tendenzialmente ostili nei confronti d’Israele.
Da notare il fatto che al termine dell’articolo Arrigoni evidenziò anche la morte di 5 giornalisti sotto i bombardamenti, anticipando l’abitudine divenuta dominante dopo il 7 ottobre di sottolineare il numero di giornalisti morti a Gaza, nonostante molti di loro fossero affiliati a Hamas o alla Jihad Islamica.
Nel dicembre 2025, il Meir Amit Intelligence and Terrorism Information Center ha rivelato che su 266 lavoratori dei media morti a Gaza, almeno 157 erano legati a formazioni terroristiche.
Nell’articolo sul “Manifesto”, Arrigoni negò anche che Hamas utilizzasse gli ospedali, affermando che se “la resistenza avesse utilizzato gli ospedali come postazioni per combattere, i medici li avrebbero fatti evacuare rifiutandosi di curare i feriti”, e che utilizzarli “equivarrebbe a un suicidio politico per Hamas, e Hamas non vuole suicidarsi, è un movimento ben radicato che vuole ampliare i suoi consensi”.
Sostenne anche che fosse Israele, e non Hamas, a utilizzare i civili palestinesi come scudi umani.
Peccato che questa pratica sia stata ammessa dai vertici di Hamas, anche dopo il 7 ottobre. Nel giugno 2024, il “Wall Street Journal” ha reso pubblici dei messaggi privati di Yahya Sinwar, il quale affermava senza mezzi termini che le perdite tra la popolazione civile palestinese erano utili alla causa.
In un altro articolo sul “Manifesto”, pubblicato nel luglio 2009, nel difendere una Flotilla di attivisti propal diretta a Gaza, Arrigoni scrisse che “i pirati somali assaltano per avidità, per i soldi, la marina israeliana aggredisce e trasgredisce ogni legge internazionale in chiave di punizione collettiva per un popolo colpevole di aver scelto il suo governo tramite elezioni libere e democratiche”.
In pratica, difese il governo di Hamas in quanto eletto democraticamente, dimenticando che dopo le elezioni del 2006 il movimento islamista cancellò ogni possibile opposizione, costringendo nel 2007 Fatah a lasciare Gaza dopo mesi di scontri violenti.
La faida con Saviano
Il 7 ottobre 2010, esattamente 13 anni prima che quella data lasciasse un trauma indelebile nella storia d’Israele, Roberto Saviano partecipò a una manifestazione a Roma intitolata “Per la verità, per Israele”.
In quell’occasione, l’autore di “Gomorra” prese le difese dello Stato ebraico, ricordando l’accoglienza di Tel Aviv e la tolleranza in Israele nei confronti delle minoranze.
L’evento vide la partecipazione di numerosi esponenti della politica italiana ed europea, giornalisti, esponenti del mondo della cultura e anche di Shimon Peres e Benjamin Netanyahu.
Tre giorni dopo, Arrigoni pubblicò un videomessaggio diretto a Saviano, citando il “dolore” nell’aver saputo della sua partecipazione alla manifestazione organizzata da quelli che lui definiva “coloni israeliani”.
Successivamente, l’attivista propal denunciò l’arresto in Israele dell’attivista nordirlandese Mairead Maguire, che in precedenza aveva cercato di entrare a Gaza con la Flotilla.
E qui salta all’occhio una contraddizione: da un lato Arrigoni sottolineò il fatto che la Maguire aveva vinto il Nobel per la pace, ma dall’altro lato in seguito definì “criminale di guerra” Shimon Peres, sebbene anche lui avesse vinto lo stesso premio nel 1994, assieme a Yitzhak Rabin e Yasser Arafat, per gli Accordi di Oslo.
Nel ricordare che in Israele vi era un 20% circa di cittadini arabi, Arrigoni parlò di “extracomunitari che legiferano e fanno leggi razziali contro la popolazione autoctona”, accusando Israele di essere uno Stato di apartheid.
Sostenne anche che Nelson Mandela lo avrebbe denunciato e che a Tel Aviv gli arabi vivessero in “ghetti” paragonabili alla segregazione razziale in Sudafrica e negli Stati Uniti.
E qui siamo di fronte a palesi falsità: a parte l’ironia che un presunto antirazzista definisse gli ebrei “extracomunitari” in una terra con la quale hanno sempre avuto un legame storico, non vi era neanche una parola sul fatto che gli arabi israeliani hanno sempre avuto il diritto di voto e di avere i propri rappresentanti eletti all’interno della Knesset, tutte cose che i sudafricani neri non avevano fino al 1994.
Quanto a Mandela, è vero che era fortemente vicino alle istanze dei palestinesi, ma è anche vero che egli era favorevole alla Soluzione dei due Stati, e non a uno Stato unico che sostituisse Israele come Arrigoni.
Nel 1999 si recò inoltre in visita in Israele, oltre ad aver ricevuto nel 1997 un dottorato honoris causa da parte dell’Università Ben Gurion del Negev.
Un’altra “fonte” citata da Arrigoni per denunciare il presunto razzismo d’Israele è il gruppo rap arabo-israeliano DAM, noto per le sue canzoni fortemente propal.
Peccato che i suoi membri nel corso degli anni abbiano fatto anche esternazioni apertamente antisemite. Il loro capo, Tamer Nafar, durante un evento nel 2019 all’Università della Carolina del Nord, ha detto che “non posso essere antisemita da solo”, invitando il pubblico a prendere come modello l’attore e regista Mel Gibson.
Oltre ad aver suscitato numerose polemiche, in quanto il suo film “La passione di Cristo” sembrava attingere agli stilemi dell’antigiudaismo cristiano, nel 2006 Gibson disse che “gli ebrei sono responsabili di tutte le guerre del mondo”, dopo essere stato arrestato a Los Angeles per aver guidato mentre era ubriaco.
Conclusioni
Tra le decine di personaggi famosi che parteciparono alla manifestazione filoisraeliana del 2010 a Roma, viene da chiedersi come mai a essere preso di mira sia stato proprio Saviano.
Il quale, ironia della sorte, dopo il 7 ottobre ha cambiato casacca, firmando nel 2025 l’appello di Gad Lerner e di altri ebrei di sinistra contro la “pulizia etnica dei palestinesi a Gaza”, così come un appello contro il DDL Delrio per il contrasto dell’antisemitismo.
Una risposta plausibile è che, siccome lo scrittore è un personaggio fortemente connotato a sinistra, per la sua difesa d’Israele sia stato visto come un “eretico” da coloro che seguono ciecamente i dogmi dell’ideologia filopalestinese, quasi come se fosse una religione.
Un fenomeno al quale assistiamo anche oggi, con i continui attacchi contro gli esponenti di ciò che resta della sinistra sionista, quali Piero Fassino, Pina Picierno e Anna Paola Concia.
Arrigoni e quelli come lui non si sono posti come voci ribelli, ma come guardiani dell’ortodossia.
A distanza di 15 anni dal suo omicidio, il suo modus operandi è diventato la norma nella narrazione mainstream su Israele.
Scriveva “restiamo umani”, ma tutto ciò che è successo dopo il 7 ottobre 2023 ci insegna che bisogna diffidare di chi pretende di avere il monopolio dell’umanità.
Nonostante siano stati dei palestinesi a ucciderlo, è rimasto un simbolo della lotta contro Israele.
Questo perché, come ebbe modo di denunciare in un editoriale sul sito “Ynet” del 2017 l’opinionista israeliano Ben-Dror Yemini, “esiste una mega-narrazione che obbliga le forze progressiste a esentare gli arabi da qualunque responsabilità e a puntare il dito contro Israele. E quando c’è una narrazione, chi ha bisogno dei fatti?”.
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Anche il noto saltimbanco ebreo italiano ha immediatamente denunciato che era stato ucciso da Israele. Quando allo slogan “restiamo umani”, lo trovo invece perfettamente adeguato al personaggio e alla sua azione; per spiegare cosa intendo riporto il testo del breve post che ho pubblicato dopo la sua morte.
RESTIAMO UMANI
Era lo slogan della sua banda. Quando l’ho visto per la prima volta mi è venuto freddo. Quando l’ho visto per la prima volta mi è venuta prepotentemente alla memoria la frase di quel pezzo grosso nazista – non ricordo quale – che aveva detto (cito a memoria): “Il miracolo è che abbiamo potuto fare questo e restare umani”. Il “questo” erano gli stermini di massa, uomini e donne, vecchi e bambini strappati a migliaia dalle loro case, portati sul bordo di una fossa comune, fatti spogliare e ammazzati a colpi di mitra, fila dopo fila, ogni fila a cadere sui cadaveri della fila precedente, continuando a sparare col sangue alle ginocchia, e ricoprendo poi tutto di terra, quelli completamente morti con quelli ancora vivi da far morire poi soffocati. Restiamo umani. Chi conosce Arrigoni e la sua banda SA che il suo concetto di umanità era esattamente lo stesso: odio antiebraico senza limiti, desiderio di sterminio, complicità attiva coi prosecutori dell’opera di Hitler. Pietà perché è stato ammazzato dai suoi stessi complici? Non siamo ridicoli, per favore.