

L’Europa si trova in una fase storica in cui le categorie che ne hanno guidato l’azione per oltre trent’anni non sono più sufficienti a interpretare il mondo, né tantomeno a governarlo. Il ritorno della politica di potenza, la frammentazione dell’ordine internazionale e l’emergere di un confronto sistemico tra grandi attori stanno erodendo, giorno dopo giorno, lo spazio strategico del Vecchio Continente. In questo contesto, il dibattito sul riarmo europeo viene spesso affrontato con categorie morali, contabili o ideologiche, quando dovrebbe essere trattato per ciò che è: una questione di sopravvivenza strategica.
L’errore di fondo è duplice. Da un lato, si continua a pensare che la sicurezza sia una variabile derivata dall’economia o dalla cooperazione multilaterale; dall’altro, si confonde il riarmo con un desiderio di conflitto, anziché con la sua funzione primaria nella teoria delle Relazioni Internazionali: la deterrenza. In un sistema internazionale sempre più competitivo, instabile e revisionista, non riarmarsi non equivale a scegliere la pace, ma a rinunciare alla propria capacità di incidere sugli eventi.
Il ritorno della politica di potenza e la fine dell’illusione post-storica
Dal punto di vista teorico, ciò che stiamo osservando è il definitivo superamento dell’illusione liberal-istituzionalista che ha dominato il pensiero strategico europeo dopo il 1989. L’idea che l’interdipendenza economica, le istituzioni multilaterali e il diritto internazionale potessero neutralizzare il conflitto tra Stati si è rivelata storicamente contingente, non strutturale.
Il sistema internazionale è tornato a funzionare secondo logiche realiste: competizione per le sfere di influenza, uso della forza come strumento politico, coercizione economica, guerra ibrida e cognitiva. Gli Stati Uniti, sotto l’amministrazione Trump, hanno iniziato a trattare l’Europa non più come alleato privilegiato ma come competitore strategico. Anche qualora questa postura dovesse attenuarsi con un futuro cambio di leadership a Washington, il dato strutturale rimarrebbe: l’Europa non può continuare a delegare la propria sicurezza ai cicli politici americani.
Nel frattempo, la Cina ha chiuso il 2025 con una delle più grandi esercitazioni militari mai condotte nei pressi di Taiwan, segnalando chiaramente che la competizione con gli Stati Uniti non è più solo economica o tecnologica, ma apertamente strategico-militare. La Russia, pur indebolita sul piano convenzionale, continua a rappresentare una minaccia diretta per la stabilità europea attraverso armi, guerra ibrida, ricatto energetico, disinformazione e proiezione di mercenari. La Turchia, formalmente membro della NATO, segue una traiettoria autonoma e spesso divergente dagli interessi europei. L’Africa è diventata il terreno di competizione tra potenze mediorientali, Russia e Cina, con effetti diretti sulla sicurezza europea.
In questo scenario, l’Europa sta perdendo terreno non perché spende poco, ma perché non pensa in termini di potere.
Perché il riarmo è necessario (e perché da solo non basta)
Nella teoria realista, la deterrenza è la funzione cardine della forza militare. Riarmarsi non significa preparare la guerra, ma rendere il costo dell’aggressione superiore al beneficio atteso. Senza deterrenza non esiste capacità negoziale; senza capacità negoziale non esiste politica estera credibile.
L’Europa, oggi, soffre di una contraddizione strutturale: è una potenza economica di primo livello ma un attore strategico incompleto. Questa asimmetria la rende vulnerabile. Le minacce che affronta non sono ipotetiche, ma concrete e cumulative: pressione russa ai confini orientali, instabilità nel Mediterraneo allargato, competizione tecnologica globale, frammentazione delle alleanze tradizionali.
Tuttavia, un riarmo privo di visione politica è altrettanto inutile. La forza, nella tradizione di Clausewitz, è sempre uno strumento della politica, non il suo sostituto. Senza una politica estera europea autonoma, il riarmo rischia di trasformarsi in una somma di sforzi nazionali scoordinati, incapaci di produrre deterrenza sistemica. La questione non è solo “quanto” spendere, ma per cosa, con quale dottrina, verso quale obiettivo strategico.
L’Europa ha bisogno di integrare il riarmo in una strategia complessiva che tenga insieme difesa, industria, tecnologia, diplomazia e autonomia decisionale. Altrimenti continuerà a essere un attore reattivo, non proattivo.
L’errore anti-storico dell’anti-riarmo e la dimensione cognitiva del conflitto
I movimenti e i partiti anti-riarmo commettono un errore analitico profondo: assumono che l’assenza di forza produca automaticamente pace. Dal punto di vista storico e teorico, è esattamente il contrario. La rinuncia alla deterrenza non elimina il conflitto, ma lo sposta a favore di chi è disposto a usare la forza.
Questo pacifismo non è neutrale. Ha radici storiche ben precise: nasce come pacifismo ideologico di matrice comunista, strutturalmente anti-NATO e ostile a un’Europa forte e autonoma. Durante la Guerra Fredda, questo paradigma ha spesso funzionato come strumento di legittimazione indiretta dell’imperialismo sovietico. Oggi, in forme aggiornate, svolge una funzione analoga rispetto alla Russia e, in parte, alla Cina.
Non si tratta di complottismo, ma di guerra cognitiva. La delegittimazione del riarmo europeo è uno degli obiettivi centrali delle strategie di influenza delle potenze revisioniste. Un’Europa disarmata, divisa e moralmente paralizzata è un attore facilmente ricattabile. Il discorso pacifista assoluto, che rifiuta la forza in ogni sua forma, diventa così uno strumento oggettivo di indebolimento strategico.
Il paradosso è evidente: chi si oppone al riarmo in nome della pace contribuisce, di fatto, a ridurre la capacità dell’Europa di evitarla. Perché in un sistema internazionale anarchico, la pace non è un diritto, ma un equilibrio.
Deterrenza o irrilevanza
Il riarmo europeo non è una scelta ideologica, né un cedimento alla logica militare. È una presa d’atto della realtà. In un mondo segnato dal ritorno della competizione tra grandi potenze, dall’erosione delle garanzie multilaterali e dall’uso sistematico della forza – diretta o indiretta – l’Europa deve decidere se vuole restare un soggetto politico o accettare di diventare uno spazio conteso da altri.
Ma il riarmo, da solo, non basta. Senza una politica estera europea coerente, senza una visione strategica condivisa e senza la volontà di esercitare potere, anche l’aumento delle spese militari rischia di essere sterile. La vera alternativa non è tra riarmo e pace, ma tra deterrenza e irrilevanza.
La storia delle Relazioni Internazionali insegna una lezione semplice e brutale: gli attori che rinunciano a pensare in termini di potere non vengono premiati per la loro virtù, ma sfruttati per la loro debolezza. Se l’Europa vuole attraversare il XXI secolo da protagonista, deve smettere di avere paura della parola “forza” e tornare a darle un significato politico. Perché, in ultima analisi, non riarmarsi è già una scelta strategica. E oggi è la scelta peggiore possibile.

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Articolo perfetto, mostra la realtà delle cose la totale assenza di nerbo e lungimiranza dei politici europei. Potremmo dire che noi europei abbiamo la pancia piena ma la dispensa è drammaticamente vuota!!!
Non si poteva dire meglio, bel articolo.