

È un rituale televisivo ormai stantio che va in onda ciclicamente su Rai3. La scenografia è studiata nei minimi dettagli: studio in penombra, luci drammatiche, la voce grave e impostata di Sigfrido Ranucci e quel montaggio ansiogeno costruito per indurre nello spettatore un’indignazione a comando. È il collaudato “metodo Report”: si parte dalla sentenza inappellabile – “Il governo è pericoloso, autoritario e liberticida”, “Israele compie il genocidio” – e si piega la realtà affinché confessi il crimine, poco importa se nel processo si calpesta la logica o si scivola nel ridicolo.
L’ultimo atto di questa commedia dell’assurdo riguarda il sistema giustizia e un presunto “software spia” che il Governo avrebbe imposto ai magistrati. Il nome del terribile strumento di sorveglianza di massa? Microsoft Endpoint Configuration Manager (MECM). Per chi mastica anche solo i rudimenti dell’informatica, la puntata che andrà in onda domenica prossima sarà, con moderata sicurezza, un misto tra una fake news colossale e una prova di imbarazzante analfabetismo digitale; per il pubblico generalista, invece, il messaggio che passerà sarà devastante: “Meloni e Nordio vi spiano”.
Proviamo a capire questo teorema di cartapesta togliendo la colonna sonora da film horror. MECM non è un trojan israeliano, non è Pegasus e non è un’arma cibernetica del dark web. È, molto banalmente, lo standard globale per la gestione dei parchi macchine IT aziendali, utilizzato da banche, ospedali, università e, con ogni probabilità, dagli stessi tecnici Rai per gestire i PC su cui viene scritta la trasmissione. Serve agli amministratori per gestire migliaia di computer da remoto, installare gli aggiornamenti di sicurezza e difendere la rete dagli hacker veri.
L’alternativa a strumenti come questo sarebbe il Medioevo digitale: se esce una falla critica in Windows, un tecnico dovrebbe girare fisicamente stanza per stanza in ogni tribunale d’Italia con una chiavetta USB in mano. Il Ministero sta semplicemente modernizzando un’infrastruttura ferma agli anni ’90, ma per la narrazione di Ranucci l’efficienza è sospetta.
L’aspetto forse più grottesco dell’intera vicenda, curiosamente omesso dalla ricostruzione televisiva, è la genesi temporale di questa presunta “infrastruttura di controllo”. I contratti Enterprise con Microsoft e la spinta alla gestione remota non sono un capriccio eversivo dell’attuale esecutivo, ma il frutto di processi avviati ben prima, con un’accelerazione decisiva proprio durante il governo Conte 2 e la gestione del ministro Bonafede. In piena emergenza pandemica, queste tecnologie furono (giustamente) implementate per permettere lo smart working e la digitalizzazione.
Ironia della sorte, gli strumenti che oggi vengono dipinti come il braccio armato di un nuovo fascismo digitale erano, fino a ieri, lodati come necessari passi avanti verso la modernità. Ma si sa, la memoria storica è la prima vittima della propaganda.
L’intera inchiesta gioca poi su un equivoco tecnico subdolo. Poiché MECM ha i diritti di amministratore sui PC – necessari per installare i programmi – la trasmissione deduce che il Governo legga le sentenze in anteprima. È una sciocchezza tecnica infantile, equivalente a sostenere che il portiere di un palazzo, possedendo il passepartout per le emergenze idrauliche, passi le giornate a frugare nella biancheria intima degli inquilini.
Chi vuole spiare usa strumenti silenziosi, non la suite ufficiale di Microsoft, che è pesante, visibile e traccia ogni singolo movimento nei log di sistema. Usare MECM per fare spionaggio è come cercare di origliare una conversazione entrando nella stanza con un carro armato: tecnicamente possibile, ma strategicamente idiota.
La verità è che a Report non interessa capire l’infrastruttura IT del Ministero. L’obiettivo è un altro, ben più politico: la riforma della Giustizia. Bisogna alimentare la narrazione del “Governo contro la Magistratura” per confermare agli occhi di quella parte del “popolo del NO” che l’esecutivo vuole mettere sotto controllo le toghe. Hanno preso una noiosa attività di manutenzione informatica e l’hanno trasformata in un complotto eversivo, trasformando il giornalismo in una fucina di fake news colossali ma anche dichiaratamente e platealmente banali.
È un’operazione di sistematica distorsione della realtà, un terrorismo mediatico che sacrifica la verità tecnica sull’altare di una propaganda tanto infondata quanto pericolosa.
Tutto ciò impone una triste considerazione: il giornalismo, e non solo quello generalista, si è purtroppo piegato a una logica così utilitaristica da aver smarrito la sua missione originaria di “cane da guardia del potere”. Ranucci e Report rappresentano l’esempio lampante di questa distorsione: non più informazione, ma uno strumento di propaganda destinato a manipolare la capacità critica dei cittadini facendo leva esclusivamente sulla loro emotività.
Seguendo questa deriva, non dovremmo stupirci se la prossima inchiesta puntasse il dito contro gli elettricisti del Ministero, colpevoli di poter teoricamente “controllare la luce” negli uffici dei giudici e, quindi, di lasciarli al buio se le sentenze non piacciono. Il livello del dibattito pubblico, purtroppo, è ormai sceso a questo punto.

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Nel corso degli anni su certe specifiche inchieste leggevo da certi esperti di settori relativi a una tale specifica inchiesta mostrata dalla trasmissione, che la maggior parte degli argomenti era affrontata con superficialità e poco approfondimento.
Quindi non un’informazione completa e corretta, ma parziale e contornata dai soliti sospetti e pregiudizi quando l’argomento diventava complesso. In più interviste tagliate ad hoc e rimontate per fare intendere una certa tesi, invece di una corretta ricostruzione dei fatti.
Poi certo gli autori della trasmissione possono dire che quegli esperti hanno interesse a difendere il loro settore e la loro professione, ma da quel che so le inchieste di questa trasmissione non sono mai andate oltre il sensazionalismo televisivo del momento relativo alla durata della medesima, senza arrivare a un vero ribaltamento della realtà dato da delle decisioni in tribunale o da altri apparati competenti in materia e nel giudizio.
Esattamente. Si chiama “giornalismo a tema”: stabilisco una tesi e trovo tutte le informazioni che me la provino. Che sia vere, fuori contesto, o false, poco importa.
Ranucci è solo un front man, dietro di lui c’è ben più di uno che non vuole apparire, ma conseguire i propri obiettivi. Sarebbe bello (battuta) approfondire tale comportamento – di entrambi, il front man e i registi dietro le quinte – sotto il profilo etico-deontologico. Pia illusione, ma non per questo bisogna demordere nello smascherare i disonesti intellettuali, purtroppo una nutrita schiera
Concordo Stefano. Grazie ??