

C’è un nuovo nemico pubblico in città. È Alessandro Bastoni, il difensore dell’Inter “reo”, nel corso del big match di Serie A di San Valentino, di aver simulato un fallo allo scopo di far espellere lo juventino Kalulu e poi di aver vistosamente esultato dopo aver visto il cartellino rosso. Attaccato, deprecato e ingiuriato, Bastoni è stato costretto a una dolorosa autocritica, in stile sovietico. La sua colpa? La mancanza di “fair play”. Aver tentato di ingannare, ed esserci riuscito.
Questo episodio può essere l’occasione giusta per rimarcare un concetto fondamentale dello sport, e della vita sociale in generale, che non è immediatamente comprensibile eppure è decisivo. Le attività umane, quelle sportive ancora più delle altre, non si fondano sul fair play, ma sulle regole e sul loro rispetto.
È certamente lodevole essere dotati di obiettività e buona educazione, comportarsi in modo leale e non tentare di ingannare gli altri; anzi, osiamo dire che tutti dovrebbero avere un comportamento ideale quando competono per una vittoria sportiva, nel calcio, nello sci, negli scacchi, in qualsiasi disciplina.
Ma il presupposto di un’attività regolamentata come lo sport, ovviamente, è che gli atleti possano imbrogliare, ingannare, comportarsi scorrettamente e che, in realtà, lo facciano molto spesso. Pensateci bene: se così non fosse, non servirebbero gli arbitri. Se non esistesse la deviazione, non sarebbe necessaria la norma. Se non ci fossero scorrettezze, sarebbero inutili le sanzioni.
Il fair play è una qualità morale, strettamente individuale. Ma il regolamento sportivo deve presupporre una collettività di devianti, di giocatori che sgambettino l’avversario piuttosto che subire un gol, che tentino qualunque trucco pur di non perdere, che protestino per un fallo che sanno benissimo di non aver subito, che perdano tempo per mantenere un pareggio prezioso.
Solo supponendo che gli atleti, come tutti gli esseri umani, siano dei “legni storti”, per dirla alla Kant, si può sperare di creare un ambiente di correttezza e legalità, che non è frutto delle singole buone tendenze di tutti, ma al contrario presuppone che tutti tendano a deviare dalle regole e quindi istituisce gli strumenti per riportare il gioco nell’ambito della correttezza, e dunque dell’eguaglianza delle condizioni di partenza.
E se questo è vero nella società in quanto tale, è ancora più vero nello sport, le cui regole hanno poca o nulla attinenza con i principi morali. Il “fuorigioco” non è immorale, ad esempio, come non lo è muovere un cavallo in diagonale o un alfiere come una torre.
Le regole dello sport sono totalmente astratte, soltanto strumentali a creare le condizioni di una competizione appagante e spettacolare, in cui prevalga il migliore in un’attività che non ha utilità concreta, se non quella di divertire e appassionare chi la segue, e a dare la garanzia che vinca chi realmente merita. Quindi è inutile fare appello al fair play o alla “moralità” degli atleti: bisogna insistere sulla coerenza e sull’effettività delle regole.
Il problema, quindi, per tornare all’evento da cui è partito questo ragionamento, non è certo il fatto che Bastoni abbia simulato o abbia esultato, ma che le regole attuali del calcio siano inadatte o carenti. Sarebbe bastata una revisione VAR per fare giustizia, ma le norme per ora non la consentono in caso di seconda ammonizione. Si potrebbe ipotizzare una squalifica ex post per i simulatori, che disincentiverebbe, almeno in parte, simili comportamenti.
Insomma, per evitare episodi come questi non ha senso pensare di agire sulla psicologia di Bastoni o degli altri giocatori, nella speranza che diventino anime pure e angeliche. Lo sport non è fatto per gli angeli. È una competizione in cui gli esseri umani, con le loro qualità e i loro limiti – tra cui la tendenza a imbrogliare e a cercare il proprio interesse anche a scapito di quello altrui – trovano un campo neutro in cui possono creare una competizione giusta ed egualitari nonostante le proprie devianze.
Lasciate stare Bastoni, che dovrà comunque fare i conti con la propria coscienza, e mettete mano ai regolamenti, se volete un gioco più leale.

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Mettiamola così: Bastoni nella simulazione del fallo è stato furbo e abile. Nell’esultare apertamente per il cartellino rosso ha mostrato invece di essere un peracottaro, rozzo e di pessimo gusto, e per questo, se non per altro, merita tutta la riprovazione possibile. Il vero furbo abile e intelligente, lo è fino alla fine, e non si fa beccare come un pollo qualsiasi.
condivido totalmente. a ben vedere, è la stessa mancanza che rileviamo nella società. in questo caso non di regole (ce ne sono fin troppe) ma di sanzioni esemplari ex-post, rapide, dure e irrevocabili.