


Il Regno Unito appare attraversato da una crisi permanente tra violenza urbana, polarizzazione politica e disinformazione social. Da Belfast alle tensioni nel Labour, passando per dimissioni ai vertici della Difesa e guerre narrative online, il Paese vive un cortocircuito tra realtà e rappresentazione, dove ogni evento diventa carburante per nuove fratture identitarie e politiche.
Non passa ormai giorno senza che il Regno Unito sia sconvolto da qualche notizia dirompente, complice una miscela di selettività con cui la piattaforma di Elon Musk rende virali determinati episodi di cronaca, le operazioni di guerra ibrida orchestrate dal Cremlino attraverso figure come Tommy Robinson, che, appena rientrato da un tempestivo viaggio a Mosca, torna a radunare le sue gang per mettere a ferro e fuoco le città, e, infine, ultima ma non meno importante, la guerra civile all’interno del Labour.
Partiamo da Belfast che brucia, con gruppi di unionisti intenti a incendiare abitazioni dopo aver trovato un nuovo bersaglio, dopo trent’anni di mani legate con i cattolici. Quale luogo migliore per una guerriglia identitaria? Perché stiamo parlando di una città segnata da oltre trent’anni di conflitto, dove l’Accordo del Venerdì Santo ha posto fine alla violenza organizzata, senza però aver trasformato la geografia sociale e mentale del territorio.
Belfast resta una città ancora divisa, dove quartieri, identità e appartenenze continuano a sovrapporsi. Una città in cui il potere dei community leaders mantiene un peso: repubblicani da un lato, unionisti dall’altro. Figure che esercitano influenza sul territorio, sulla vita delle comunità e sui circuiti della criminalità locale.
In questo contesto, l’ostilità verso l’«altro» non è un fenomeno nuovo. Per decenni il confine identitario è stato tracciato dalla contrapposizione tra unionisti britannici e repubblicani irlandesi. Oggi, per i primi, quella stessa pulsione trova un nuovo oggetto. Non più soltanto il cattolico, ma l’immigrato. E allora, nella smania di dare fuoco alle case, come sessant’anni fa, l’unionista ritrova la sua raison d’être.
Nel frattempo, il Labour, invece di compattarsi contro il nemico comune, l’ondata xenofoba fomentata dalla destra americana e dal Cremlino, sceglie di compattarsi contro il nemico interno: il primo ministro Keir Starmer, dispiegandosi, in questa sua rocambolesca battaglia, come il principale asset dei nemici esterni.
Giungono in rapida sequenza le dimissioni del segretario alla Difesa John Healey e del ministro per le Forze Armate Al Carns. Per motivi più che giustificati, s’intende: Starmer, pur aumentando le spese per la difesa, non lo avrebbe fatto nella misura ritenuta necessaria per contrastare l’emergenza internazionale.
Una critica condivisibile, ma espressa, attraverso la scelta delle dimissioni, in forma distruttiva più che negoziale, con una certa cecità nel considerare la guerra ibrida come componente del conflitto stesso, o la necessità di indipendenza energetica nella stessa ottica, privilegiando l’urgenza di armamenti convenzionali rispetto alla tenuta della stabilità interna, decisiva per contrastare l’operazione di destabilizzazione mediatica in corso.
È una guerra interna con Starmer, accusato di volta in volta dalla sinistra o dalla destra del partito: picconato dai primi (con il ministro dell’Energia Ed Miliband in testa) e mazziato dai secondi (con Wes Streeting in poppa e il vento di Tony Blair). In sostanza, non esiste una linea che Starmer possa seguire senza trovarsi sotto un fuoco incrociato.
Che Starmer non sia più in grado di conciliare le due anime del partito è palese. Che sostituirlo non risolverebbe il problema, ma lo acuirebbe, è altrettanto ovvio: nessuna delle due fazioni potrebbe produrre un leader che non si trovasse ingabbiato nella stessa dinamica, Andy Burnham, l’attuale sindaco di Manchester e maggiore contendente alla leadership, in primis.
John Healey e Al Carns sono figure di primo piano, integre e competenti, entrambi con un profilo tale da poter aspirare alla leadership. Nessuno dei due è un ribelle; al contrario, Healey in particolare è sempre stato vicino a Starmer e, proprio per questo, le sue dimissioni assumono un peso politico maggiore, perché provengono da uno dei suoi principali alleati.
Il contesto rende il gesto ancora più significativo: arrivano a ridosso della richiesta del primo ministro ai possibili contendenti di lasciare il gabinetto, in nome della correttezza istituzionale.
E allora viene da chiedersi qual è il vero obiettivo di queste dimissioni. Si tratta di un sacrificio politico per tentare di cambiare la traiettoria del governo, nello specifico spostando risorse dalla transizione energetica alla difesa, una mossa, in questo caso, sterile? Oppure di cogliere il momento della possibile sfida che Burnham lancerà a Starmer per candidarsi loro stessi?
In tutto questo manca tanto l’asse costruttivo delle manovre in corso quanto una visione d’insieme da parte di chi si schiera schizoidamente da una parte o dall’altra, mentre Starmer viene contemporaneamente attaccato dall’interno per spendere troppo nella difesa e per non spendere in maniera sufficiente; per avere aumentato le tasse e per non averle aumentate abbastanza; per avere incrementato la spesa sociale e non averlo fatto a sufficienza e via di seguito, in una sorta di delirio che mostra palesemente il danno fatto dai social media alla collettività e alle dinamiche dei partiti.
E dulcis in fundo, il popolo social anti-immigrazione, spesso con bandiera ucraina sul profilo, che si scaglia contro i laburisti e inneggia all’ascesa di Reform UK, un partito apertamente pro-russo e attraversato da diatribe interne tali da far apparire il Labour come un modello di concordia (Reform UK è popolato dagli stessi Tories cacciati per le loro saghe nordiche), con all’interno (per giunta) i due maggiori responsabili del disastro migratorio britannico: Suella Braverman e Robert Jenrick.
Qui il cortocircuito diventa definitivo.
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