A giudicare dai risultati, numerici e non, con tutte le cautele che sappiamo perché non se ne faccia un “caso nazionale”, credo che quello sardo sia il risultato di un esperimento di ingegneria genetico-politica, del quale nessuno possa andare del tutto fiero.
È così sicuramente a destra, dove ad essere bocciato è stato, di nuovo, soprattutto il metodo. Perché in realtà l’ossessione meloniana per un’applicazione coatta e indiscriminata del manuale Cencelli, che la autorizza ad imporre i propri nomi ovunque, con la convinzione – e diciamo pure la presunzione – di avere la vittoria in tasca a prescindere dal candidato (in questo caso un sindaco che non è stato votato nemmeno nella sua città), ha almeno un precedente illustre, con un identico risultato: quello delle elezioni comunali di Roma. Anche in quel caso, il primo in cui FdI ha immaginato di poter capitalizzare i nuovi rapporti di forza e rimarcare un presunto diritto all’occupazione di ogni spazio disponibile, aveva portato alla classica “scelta dall’alto”, che all’elettore del territorio, come si è visto anche sull’isola, può non andare affatto giù. La Lega, dal canto suo, a fronte di un magrissimo 3,80%, farà fatica a scrollarsi di dosso le accuse di sabotaggio, che hanno iniziato a serpeggiare già dall’uscita dei primi dati, ai danni di un candidato mai del tutto digerito, imposto dalla premier in sostituzione dell’uscente Solinas. Se voleranno stracci alla prossima riunione del CdA della coalizione di governo è presto per dirlo, ma una caccia al colpevole ci sarà senza dubbio e c’è da immaginare che il prezzo da pagare subito, a titolo di anticipo, sarà l’addio definitivo al terzo mandato per Zaia alla presidenza del Veneto, una poltrona che FdI potrebbe a questo punto rivendicare a titolo di risarcimento danni.
Ma non c’è troppo da ridere nemmeno a sinistra. Per carità, il campo largo alla fine ha funzionato, nonostante Alessandra Todde abbia dovuto fare i conti anche con un competitor come Renato Soru, che 20 anni fa era stato eletto alla guida della Sardegna proprio per il centro sinistra. E questo per Elly Schlein è un toccasana come lo sarebbe la vittoria di una partita difficile per un CT che rischia l’esonero dopo un campionato deludente. Ma la strada per rendere il Frankenstein sardo, la base per una organica coalizione progressista è tutta in salita. Soprattutto perché il minotauro che emerge al momento ha una testa grillina su un corpo Dem e non viceversa. La vittoria anestetizzerà le tensioni interne sul momento, ma, come da migliore tradizione del Partito Democratico, le varie correnti riprenderanno a breve il tiro al piccione sulla segretaria, che troppo spesso è stata accusata (anche a ragion veduta) di rincorrere Conte su posizioni al limite dell’accettabile, almeno per un pezzo del variegato e chiassoso condominio di Via del Nazareno. Conte, per parte sua, se la ride, ma solo per aver rotto la maledizione dell’irrilevanza nelle elezioni locali. Perché altro non può attendersi uno che ha fatto, a strettissimo giro di posta, disinvoltamente il premier di un governo giallo-verde e di uno giallo-rosso, quello che ha reso il movimento del “nessuna alleanza e nessun compromesso”, nell’unico partito che avuto propri ministri in TUTTI i governi nella passata legislatura. Un partito che dopo quella metamorfosi vive, senza imbarazzo, politicamente alla giornata. Poco male governare dove si può, mantenendo però le mani libere in vista di elezioni come quelle europee, dove corre ognun per sé.
Ma presto il movimento mutaforma, rinnegato persino dal suo creatore, dovrà decidere cosa fare da grande. E di certo non basta uno zaino pieno di mirto e pane carasau per partire alla riconquista di Palazzo Chigi.
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Chiaro, dunque condivisibile, come sempre. Complimenti