

Tre dati fondamentali emergono dalle elezioni locali nel Regno Unito: la fuga dai partiti tradizionali, l’ascesa di Reform UK e la disfatta dei Conservatori, travolti da un elettorato di destra che ha voltato loro le spalle in favore dell’estrema destra. Eppure, paradossalmente, il Paese nel suo insieme si è mosso poco. Non c’è stato uno spostamento ideologico da un campo all’altro: si è assistito piuttosto a una redistribuzione interna agli schieramenti.

Entriamo nei numeri. Sul versante destro dello spettro politico, Reform UK ha conquistato 648 seggi. Di questi, ben 635 provengono direttamente dai Tories. Un travaso netto, che racconta di un’emorragia interna più che di un’espansione esterna. La base conservatrice, insofferente e disillusa, ha trovato in Nigel Farage una nuova casa politica.
A sinistra, la situazione è meno drastica ma comunque emblematica. Il Labour ha perso 198 seggi. A beneficiarne sono stati in buona parte i Liberal Democratici, che ne hanno guadagnati 146, seguiti dai Verdi con un incremento di 41. Una redistribuzione che, ancora una volta, avviene tutta dentro i confini dello stesso blocco ideologico.
Il quadro si fa ancora più eloquente se si guarda alle 23 contee in gioco: i Conservatori hanno perso tutte e 15 quelle che controllavano, mentre i Laburisti l’unica che avevano. Di queste, 10 sono passate a Reform UK, 3 ai Liberal Democratici e 10 agli indipendenti. Anche in questo caso, la fotografia è chiara: la destra non ha guadagnato terreno in termini assoluti. Anzi, rispetto alle elezioni del 2019, ha perso il controllo di cinque contee. La vittoria di Farage, per quanto fragorosa, non corrisponde dunque a una crescita dell’area, ma a una ristrutturazione interna che penalizza gravemente il Partito Conservatore.
Per i Tories si tratta di una débâcle storica. Non solo hanno perso due terzi dei loro seggi, ma si trovano ora in una crisi d’identità profonda, tallonati da un Reform UK in piena espansione che si nutre del loro elettorato. Ancora più allarmante è la fuga di figure locali storiche, che non solo cambiano casacca ma trascinano con sé intere porzioni di consenso. “I risultati delle elezioni locali mostrano l’entità del lavoro necessario per ricostruire la fiducia nel Partito Conservatore e l’importanza di raddoppiare gli sforzi” ha dichiarato la leader Kemi Badenoch.
Nemmeno il Labour può dirsi soddisfatto. Pur non essendo tradizionalmente dominante nelle amministrazioni locali, da sempre terreno favorevole ai Conservatori (nel 2019 detenevano 956 seggi, contro i 269 dei laburisti), il partito guidato da Keir Starmer non solo non riesce a capitalizzare sul tracollo avversario ma capitombola a sua volta. Il malcontento generale, a sinistra, si disperde in rivoli che rafforzano partiti minori e indipendenti. Un campanello d’allarme recepito da Starmer che ha dichiarato: “Dobbiamo fare di più e più in fretta”.
Brucia la sconfitta (per soli 6 voti) alla by election di Runcorn dove era in ballo un seggio ai Commons, vinto da Sarah Pochin una ex-Tory recentemente passata a Reform UK. Il seggio era stato erroneamente ritenuto “sicuro” dai laburisti, i quali non avevano tenuto conto dell’impatto del voto strategico alle elezioni politiche (con elettori LibDem e Verdi che avevano votato Labour per sconfiggere i Conservatori) e il fatto che il seggio era vacante perché il laburista Mike Amesbury si era dimesso dopo essere stato condannato per aggressione, non certo qualcosa che giocava a favore del Labour.
In sintesi, le elezioni locali non hanno raccontato tanto un cambiamento d’indirizzo politico nel Paese, quanto una frattura crescente tra cittadini e partiti tradizionali. E nel vuoto lasciato da questi ultimi, si fanno largo forze nuove, radicali, capaci di intercettare le paure e le insofferenze di un elettorato sempre più fluido.
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