
La recente visita di Re Carlo in Australia, insieme alla Regina Camilla, ha riportato in primo piano il dibattito sulla futura identità del Paese e la possibilità che diventi una repubblica. Il momento principale della visita si è svolto presso la Parliament House di Canberra, dove il Re ha tenuto un discorso che ha toccato vari temi, tra cui il cambiamento climatico, la pandemia di Covid-19 e il suo legame personale con l’Australia. Tuttavia, la giornata è stata segnata da una protesta inaspettata.
Lidia Thorpe, senatrice indipendente, sostenitrice dei diritti degli indigeni australiani, ha interrotto il discorso del monarca gridando. “Questo non è il tuo paese”, denunciando la corona per aver “rubato le terre aborigene” e accusando il Re di genocidio contro i popoli indigeni. Mentre veniva allontanata dalla sicurezza, ha continuato a esprimere il suo dissenso con toni duri, sottolineando la necessità di un trattato che restituisca dignità e diritti ai popoli originari dell’Australia.
Questo incidente ha acceso i riflettori su una questione scottante: il ruolo della monarchia in un’Australia che da tempo sta valutando l’idea di diventare una repubblica. La senatrice Thorpe non è nuova a queste posizioni: ha più volte espresso la sua convinzione che il passaggio alla repubblica non possa avvenire senza prima affrontare le ingiustizie storiche subite dai popoli aborigeni, tra cui la mancanza di un trattato formale con i governi australiani.
Nonostante l’interruzione, il primo ministro Anthony Albanese ha accolto con favore il Re e la Regina, elogiando il loro impegno verso temi importanti come il cambiamento climatico e la riconciliazione. Albanese ha anche sottolineato che il dibattito sul futuro costituzionale dell’Australia è in continua evoluzione e che la monarchia, pur presente, ha sempre rispettato le discussioni sul futuro del Paese.
Le reazioni alla protesta sono state diverse. L’ex primo ministro Tony Abbott, noto per il suo fervente sostegno alla monarchia, ha definito l’intervento di Thorpe “esibizionismo politico”. Altri, come il noto uomo d’affari Dick Smith, hanno invece lodato il fatto che l’Australia, come democrazia, permetta simili manifestazioni senza ripercussioni legali.
Nel frattempo, Thorpe ha rilasciato una dichiarazione in cui ribadisce la sua posizione: prima di trasformare l’Australia in una repubblica, è necessario risolvere l’”affare incompiuto” con i popoli indigeni, stabilendo un trattato che riconosca il loro diritto alla sovranità.
Il dibattito sulla transizione dell’Australia verso una repubblica è dunque complesso e coinvolge numerosi aspetti legati all’identità nazionale, agli indigeni, ai principi democratici, alla stabilità, alle implicazioni finanziarie e all’equità sociale. I sostenitori sottolineano i vantaggi dell’autodeterminazione e della modernizzazione, mentre gli oppositori avvertono dei rischi di instabilità e dei costi legati a un cambiamento così significativo nel sistema di governo.
Per molti australiani, il percorso verso una repubblica sembra inevitabile anche se le opinioni divergono su come affrontare questa transizione: c’è chi vorrebbe mantenere forti legami con la corona e chi invece desidererebbe una rottura netta.
Edito su La Ragione il 24.10.2024
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