
La visita di Carlo III negli Stati Uniti si carica di tensioni diplomatiche tra Londra e Washington. Tra frizioni politiche, divergenze strategiche e l’imprevedibilità di Trump, il viaggio rischia di trasformarsi in un banco di prova per il soft power britannico e per la tenuta dei rapporti transatlantici.
La visita di Re Carlo III negli Stati Uniti, programmata per la fine di aprile, andrà avanti. Il governo ha deciso di non cancellarla, nonostante le tensioni tra Londra e Washington. La scelta è di non sancire una rottura che, con la cancellazione, rischierebbe di apparire definitiva, e di usare la visita come occasione per tentare di stemperare l’atmosfera.
I rapporti tra Keir Starmer e Donald Trump erano stati fin dall’inizio una strada in salita. Prima di essere eletto, il leader laburista aveva criticato Trump sia durante il suo primo mandato alla Casa Bianca, sia durante la campagna presidenziale del 2024, arrivando a definire “assolutamente ripugnanti” alcune delle sue dichiarazioni.
Dopo l’insediamento a Downing Street, la realpolitik lo aveva tuttavia spinto verso un approccio più pragmatico. Poi era arrivata la visita a Washington, nel febbraio 2025. Era stata in quella occasione che Trump aveva consegnato a Starmer l’invito a Re Carlo.
Con la crisi della Groenlandia, tutto era franato. Nel discorso di Monaco, Starmer aveva dichiarato che il Regno Unito non avrebbe rotto con gli Stati Uniti, ma non avrebbe accettato un rapporto fondato sulla minaccia economica o sull’abbandono delle regole.
L’attacco unilaterale all’Iran e le pressioni esercitate sui leader europei – Starmer in particolare – avevano acuito ulteriormente le tensioni, soprattutto a seguito di alcune scelte del governo britannico: il rifiuto di intervenire al fianco degli Stati Uniti contro Teheran, il progetto di riportare il Regno Unito nel mercato unico europeo, e una postura più assertiva nei confronti di Mosca, anche attraverso l’abbordaggio delle navi della flotta fantasma, proprio quando gli Usa avevano rimosso le sanzioni.
L’ambasciatore americano a Londra, Warren Stephens, aveva dichiarato che un riavvicinamento britannico all’Unione europea sarebbe stato percepito negativamente dalla Casa Bianca. Starmer aveva ribadito che nessuna pressione lo avrebbe dissuaso dalle proprie decisioni, prese esclusivamente nell’interesse del Regno Unito.
Trump aveva risposto ridicolizzando. Sul rifiuto britannico di mettere a disposizione le basi militari per gli attacchi all’Iran, di Starmer aveva detto: “non è certo Winston Churchill”. Su Truth Social aveva poi scritto: “non abbiamo bisogno di gente che si unisce alle guerre dopo che abbiamo già vinto”. Sulla crisi dello Stretto di Hormuz, aveva definito il comportamento di Starmer “debole e incerto”.
“Qual è il peggio che potrebbe accadere quando Re Carlo visiterà Donald Trump a Washington alla fine di questo mese?” si domanda Stephen Bates sul Guardian. Secondo il giornalista, quello che Carlo può portare a Washington è la risorsa diplomatica più preziosa della monarchia britannica: il soft power, la capacità di affascinare, di convincere i governi stranieri che il Regno Unito merita di essere preso sul serio, nel commercio, nella cultura, nel turismo. Tutte cose che, però, l’amministrazione statunitense disprezza.
Carlo si trova così ad affrontare la missione più delicata del suo regno.
I rischi non mancano, data l’imprevedibilità di Trump: che, per esempio, ridicolizzi il Primo Ministro davanti al Re o dica qualcosa di offensivo al sovrano stesso. Che cosa farà il Re a quel punto? Come reagirà?
In circostanze normali sembrerebbero ipotesi assurde, ma Trump ha abituato il mondo a considerare ogni eventualità, perché con lui nulla sembra oltre la soglia del diplomaticamente impensabile. E allora la crisi, anziché attenuarsi, potrebbe trasformarsi in una rottura irrecuperabile.
Nel Regno Unito la monarchia non è pura coreografia: pur nella sua distanza dalla politica, il sovrano è la rappresentazione della nazione. Se gli attacchi a Starmer hanno suscitato fastidio trasversale, un’uscita fuori posto nei confronti di Carlo non sarebbe un affronto al governo, ma a ogni britannico.
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