

I tormentoni dell’estate 2026 non passano più dalla radio, ma dai social: sono le etichette con cui si liquida chi dissente. Razzista, omofobo, islamofobo, negazionista: parole usate non per discutere, ma per evitare il confronto. Tanto vale collezionarle come figurine.
Ve li ricordate i tormentoni estivi?
Quelle canzoni che sentivi ovunque e che, arrivato Ferragosto, iniziavi a odiare?
In questa estate del 2026 ho notato che i tormentoni non passano più per radio, ma su X.
E sono le etichette.
Quelle che ti attaccano gli altri.
Dici qualcosa sulle continue aggressioni nelle nostre città?
Razzista.
Scrivi mezza cosa su Cerno, minacciato dagli islamici?
Omofoba.
Un post sul velo imposto alle donne?
Islamofobica.
Non fai un post al minuto sul caldo?
Negazionista.
Fai un «beh» su Elena nera?
Razzista.
Su Sinone?
Omofoba.
Su Gesù, che non era palestinese?
Islamofobica.
E così via, perché le etichette sono tante e mica vorrai risparmiarne qualcuna.
Anni passati a ripeterci che siamo tutti uguali, che non ci sono differenze tra gli esseri umani, che dobbiamo accettare le diversità altrui e accoglierle. Poi, appena dissenti, olè: via con le etichette insultanti.
Che poi non ci crede nessuno a tutte quelle etichette, nemmeno chi le appiccica.
Sono soltanto modi per sminuire pensieri e idee diversi da quelli di chi non sa reggere un confronto.
Per questo mi permetto di darvi un consiglio, un gioco per l’estate 2026: la collezione delle etichette, come le figurine Panini.
Celo, celo, manca.
Magari mangiando un ghiacciolo, che rinfresca. Sperando che non ci sia qualcuno pronto a inventarsi una nuova etichetta: chi non mangia il Magnum è gelatofobico.
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