


Ralph Lauren, nato Ralph Lifshitz nel 1939 nel Bronx da una famiglia di immigrati ebrei ashkenaziti, ha costruito uno dei sistemi estetici più coerenti e riconoscibili della moda contemporanea. Dalle cravatte larghe e colorate degli esordi fino all’impero del lifestyle brand globale, la sua storia è quella di un figlio della classe operaia americana che ha trasformato l’aspirazione sociale in linguaggio visivo.
Il 14 ottobre 1939, nel Bronx, viene alla luce il quarto figlio di una famiglia di immigrati ebrei ashkenaziti provenienti dalla Polesia, un’enclave oggetto di frequenti pogrom, tra Bielorussia e Ucraina, il cui cognome è Lifshitz.
Nasce in un modesto appartamento popolare, in un contesto urbano dove il lavoro manuale e la stabilità economica rappresentano l’unica meta raggiungibile. Il padre Efraim, detto Frank, è imbianchino; la madre Frieda Cutler gestisce la casa con il rigore tipico della “Jewish mother”.
Per il ragazzino nulla lascia presagire un destino fuori dall’ordinario: cresce infatti nell’ambiente della piccola classe lavoratrice urbana americana del dopoguerra, tra spazi ridotti, risorse limitate e forte attenzione alla rispettabilità sociale, descritto mirabilmente da Philip Roth nel suo controverso romanzo d’esordio Portnoy’s Complaint.
In età scolare viene prima iscritto all’Accademia talmudica di Manhattan, poi nel ’57 si diploma alla De Witt Clinton High School. A 16 anni, insieme al fratello George, aveva cambiato legalmente il cognome da Lifshitz a Lauren, anche a seguito di episodi di bullismo. Inizia quindi a studiare economia al Baruch College della New York University, ma abbandona dopo due anni per lavorare e contribuire al sostegno familiare.
Fin dall’adolescenza rivela un’attenzione particolare per il modo di vestire, non tanto per la moda in sé quanto per il significato sociale dell’abbigliamento: ordine, aspirazione, identità. In un ambiente dove gli abiti sono spesso ereditati o adattati, questa sensibilità assume un valore quasi premonitore del futuro di quel ragazzo che diventerà il più noto stilista americano: Ralph Lauren.
Dopo il congedo dal servizio militare nel ’64, si impiega come assistente alle vendite da Brooks Brothers, nello storico tempio del “preppy style” di Madison Avenue: un passaggio breve ma decisivo nella formazione della sua idea di eleganza New England.
Successivamente lavora per la cravatteria Rivetz e, sulla base di quell’esperienza, nel ’67, a 28 anni, crea un proprio marchio: la Ralph Lauren Corporation, affiancandovi il nome Polo, ispirato allo sport e al relativo immaginario aristocratico di derivazione britannica.
L’esordio avviene con una linea di cravatte in controtendenza, di immediato successo: larghe, fatte a mano, realizzate in materiali inconsueti come cachemire e seta indiana, dai colori vivaci.
L’attività cresce rapidamente: nel ’69 inaugura una boutique uomo da Bloomingdale’s e nel ’71 lancia la linea femminile, con camicie dal taglio maschile adattato al corpo della donna, rese iconiche da Diane Keaton che le indossava anche con la cravatta.
In questi anni compare il logo del giocatore di polo, destinato a diventare uno dei segni distintivi del marchio, soprattutto nelle magliette di cotone di piqué nido d’ape, in competizione con la storica Lacoste.
Negli anni successivi il marchio si espande ad accessori, calzature, biancheria per la casa e arredo, presentati in ambienti ricostruiti con estrema coerenza nei piani della townhouse all’888 di Madison Avenue, primo flagship store Polo Ralph Lauren, dove – si potrebbe dire – tutto, persino il personale, è parte della scenografia.
Nel panorama della moda del secondo Novecento, la sua figura occupa una posizione singolare: non tanto per aver introdotto nuove forme, quanto per aver costruito uno dei sistemi estetici più coerenti e riconoscibili dell’età contemporanea. La distanza tra condizione reale e aspirazione diventa una costante della sua costruzione stilistica.
Il suo approccio non è quello dell’innovazione formale radicale, ma della costruzione di senso: l’abbigliamento come linguaggio sociale. In questo quadro, modelli come Fred Astaire rappresentano un riferimento culturale più che stilistico, legato a un’idea di naturalezza aristocratica e controllo dell’immagine, capace di tenere insieme blazer formali, camicie di chambray, jeans vissuti e sneakers.
Negli anni Settanta il rapporto con il cinema rafforza ulteriormente questa visione: i costumi per Il grande Gatsby fissano un’estetica americana sospesa tra memoria e costruzione culturale, destinata a diventare una delle cifre del marchio.
La forza di Ralph Lauren risiede nella capacità di selezionare e rendere coerenti elementi già esistenti – tradizione anglosassone, cinema, sport, memoria – trasformandoli in un linguaggio stabile, riconoscibile e replicabile su scala globale.
Il marchio rappresenta oggi uno dei casi più compiuti di “lifestyle brand”, capace di estendere la propria identità dall’abbigliamento all’abitare, fino all’esperienza complessiva del consumo.
Più che inventare uno stile, ha costruito un immaginario: il “weekend dressing” si estende a tutte le occasioni.
Termino con un ricordo personale legato alla “Home Collection”: l’azienda italiana per cui lavoravo forniva rasi e percalle di alta qualità, poi tinti e stampati da un’altra realtà italiana leader mondiale del settore, prima di essere inviati a Clemson, in South Carolina, nello stabilimento del licenziatario per la confezione dei capi finiti.
In occasione della Market Week di New York, la collezione veniva presentata nello showroom della licenziataria WestPoint Stevens sulla Seventh Avenue, dove ero invitato come main supplier.
Ricordo in particolare un allestimento supervisionato con rigore maniacale dallo stilista in persona: un cottage arredato con le novità, ricostruito nei minimi dettagli, con prato e fiori veri, nel cui giardino era parcheggiata una station wagon anni ’50 con finiture in legno.
Il dettaglio sorprendente è che lo showroom si trovava al trentesimo piano del grattacielo. E ancora oggi mi chiedo come ce l’abbiano portata!
Un esempio della grande capacità di Ralph Lauren di aver inventato una scenografia divenuta stile autonomo americano, conferendo dignità ad oggetti di consumo preesistenti.

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Per una volta concordo totalmente su un esempio di eleganza maschile (e oltretutto anche un gran figo) (e oltretuttissimo sposato con la stessa donna da 62 anni!)
Leggendo di Ralph Lauren, mi ha colpito un parallelo suggestivo. Nel 1977, un altro talento ebraico del Bronx, Milton Glaser, disegnò su una busta in taxi il celebre “I <3 NY” per risollevare il morale di una New York in crisi. Con pochissimi elementi creò un simbolo universale di amore e appartenenza. Due uomini della stessa New York dura e ambiziosa: uno ha vestito il sogno americano, l’altro ha fatto amare la città che lo aveva generato. Entrambi hanno trasformato aspirazione e identità in immagini potenti, semplici e durature.