

Tra legge di bilancio e decreto milleproroghe la questione del mancato rinnovo della convenzione con Radio Radicale per la trasmissione dei lavori parlamentari si è politicamente aggravata, ma anche chiarita.
Nella legge di bilancio il Governo si era “dimenticato” di onorare il proprio impegno, che Giorgia Meloni in persona aveva però ribadito nella conferenza stampa di inizio anno, perfino largheggiando nelle promesse e garantendo pure uno stanziamento straordinario per la digitalizzazione dell’archivio storico della testata, che si sarebbe dovuto sommare a quello ordinario. Troppa grazia.
L’emendamento per il rinnovo della convenzione, con un corrispettivo economico di otto milioni di euro, è stato sì presentato da quasi tutti i gruppi parlamentari di maggioranza e di opposizione al decreto milleproroghe, durante l’esame in Commissione alla Camera, ma il Governo ne ha imposto la riformulazione, dimezzando il corrispettivo previsto e demandando alle due Camere l’onere di conguagliare eventualmente la differenza – quattro milioni – necessaria ad assicurare a Radio Radicale le stesse risorse di cui disponeva vent’anni fa; risorse che nel frattempo, a causa dell’inflazione, si sono ridotte in termini reali di circa un terzo del valore.
Radio Radicale nel 2026 compie cinquant’anni. Ha infatti iniziato a trasmettere le sedute parlamentari nel 1976, quando la prima pattuglia di deputati radicali è sbarcata alla Camera. Per quasi vent’anni, fino al 1994, i radicali hanno autofinanziato quest’impresa, destinandole la propria parte del finanziamento pubblico ai partiti.
Nel 1990 la legge di riforma del sistema radiotelevisivo (nota come “legge Mammì”) ipotizzò che, oltre alle concessioni per tre reti televisive e tre reti radiofoniche, “ove richiesto dai Presidenti del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati” la Rai ne ricevesse una aggiuntiva, per una “rete radiofonica riservata esclusivamente e trasmissioni dedicate ai lavori parlamentari” (articolo 24 della legge 223/90).
Fu chiaro che l’identikit di questa emittente coincideva, tranne che per la natura societaria privata, con quello di Radio Radicale, la quale, nel 1994, stipulò la prima convenzione per garantire su scala nazionale la trasmissione radiofonica delle sedute parlamentari, con un corrispettivo di 10 miliardi di lire annui.
Da allora – malgrado nel 1998 sia stato istituito il canale di GR Parlamento dalla Rai, che con scarse fortune si è trascinato fino ai giorni nostri – le convenzioni con Radio Radicale, prima triennali, poi biennali e infine annuali, sono state sempre rinnovate e fino al 2018 rivalutate nell’importo, arrivando a 10 milioni di euro annui.
Poi, alla metà del 2019, ai tempi del Governo Conte I, c’è stata una battuta d’arresto e la convenzione è stata rinnovata per un solo semestre, perché il M5S aveva inglobato anche Radio Radicale nella sua ordalia contro la Casta, invitando l’editore (cioè l’Associazione politica Lista Marco Pannella) a rivolgersi al mercato e annunciando lo stop definitivo del contratto pubblico.
Dopo la caduta dell’esecutivo gialloverde la situazione è migliorata, anche se solo parzialmente, e la convenzione annuale è stata ripristinata, ma ridotta a 8 milioni di euro (tanto quanto Radio Radicale riceveva vent’anni prima). Così si è arrivati alla fine del 2025 e all’incidente degli ultimi giorni.
Ma è davvero un incidente? Non c’è ragione per crederlo e non c’è ragione per ritenere che far finta di crederlo possa propiziare un risultato positivo per Radio Radicale, per cui la maggioranza di Governo dimostra ormai con chiarezza di avere in mente una “soluzione” analoga a quella che Putin immagina per un’Ucraina dimidiata e addomesticata.
Radio Radicale è da mezzo secolo molto di più che “radio Parlamento”. È l’unico archivio vivente dell’intera vita pubblica italiana. Ci sono le sedute del Csm, gli appuntamenti pubblici di tutti gli organi costituzionali, i principali processi, tutti i congressi e le conferenze di partito e delle principali associazioni nazionali, i maggiori (e a volte anche minori) convegni sui temi d’attualità politica e culturale, le presentazioni dei libri delle più svariate discipline, centinaia di migliaia di interviste a tutti i protagonisti del dibattito pubblico.
Poi ancora rassegne stampa dell’informazione nazionale e internazionale (europea, americana, africana, cinese, turca…); rubriche che spaziano dall’economia al cinema e dalla letteratura alla religione. Alcuni materiali sono presenti anche altrove, la gran parte sono esclusivi, ma tutti insieme si trovano, ad accesso gratuito e diretto, solo su Radio Radicale.
L’originalità dell’impresa editoriale inventata da Marco Pannella è consistita nel suo essere, al cento per cento, anche un’impresa politica, non nel senso di una radio di partito, quale pure formalmente è, quanto piuttosto di una radio impegnata a garantire quello che per Pannella era il più politico dei diritti individuali, il diritto alla conoscenza, di cui il leader radicale aveva una visione classica e antica, cioè laica e universalistica, nel senso della divulgazione critica e rivolta a tutti i cittadini in quanto cittadini, non a una cerchia ristretta di iniziati e specialisti, né a una platea di utenti della comunicazione di consumo.
Per molti anni, soprattutto da parte della sinistra comunista e post-comunista, si è considerata la politica radicale una sorta di variante anarchica della demagogia qualunquistica e la polemica antipartitocratica di Pannella come un’eresia antiparlamentare, proprio mentre i radicali erano impegnati a trasformare la vita delle istituzioni e dei partiti in una liturgia popolare, come fece il Concilio Vaticano II costringendo il celebrante della messa a guardare in faccia i fedeli.
Col senno di poi, quella di qualunquismo è un’accusa che fa sorridere, se si pensa all’entusiasmo con cui proprio gli eredi di quella sinistra hanno disperatamente cercato e trovato l’abbraccio con l’antipolitica grillina e post-grillina e si sono votati a quel fenomeno da baraccone del trasformismo in pochette di Giuseppe Conte.
Però anche col senno di prima non sarebbe stato difficile comprendere che la volontà di fare luce non solo sulle dinamiche delle istituzioni, ma anche su quelle dei partiti e delle organizzazioni sociali, del sistema economico, della macchina giudiziaria e dell’industria culturale rispondeva a un principio di pedagogia politica direttamente discendente dal “conoscere per deliberare” einaudiano e dalla convinzione salveminiana e gobettiana che la partecipazione politica delle masse implicasse l’ingresso del popolo nell’età adulta, per evitare di farne carne da cannone di pure operazioni di potere, fosse pure formalmente democratico.
Il diritto alla conoscenza, su cui Pannella ha insistito fino agli ultimi anni di vita, è una cosa del tutto diversa dal culto della trasparenza totale come dispositivo ideologico del panopticon del potere, quale era, ad esempio, nelle distopie di Casaleggio sul perfetto “formicaio” della democrazia digitale e dalle operazioni di saturazione e sabotaggio mediatico del sistema informativo, attraverso la presunta autoevidenza e neutralità di dati selezionati in base ai bias del “pubblico target”, come nella guerra civile ibrida condotta da Assange.
Pannella concepiva Radio Radicale come una finestra sull’agorà e di qui nasce anche l’ossessione per la registrazione, trasmissione e archiviazione integrale di tutti i materiali, con un’acribia documentaria e un dispendio di quattrini senza precedenti e senza eredi nel sistema dell’informazione italiana.
Malgrado personalmente tracimasse a ogni ora del giorno e della notte dalle sue frequenze, la programmazione della radio per Pannella era ispirata a un ideale illuministicamente enciclopedico, non faziosamente proselitistico.
Radio Radicale è stato uno strumento formidabile per la socializzazione politica degli italiani e anche uno specchio fedele dei loro cambiamenti, come dimostrò nel 1986 la vicenda di “radio parolaccia” – trentacinque giorni di microfoni aperti, senza filtro, a chiunque volesse intervenire – che svelò il volto di un’Italia nascosta e sconosciuta e mostrò in anteprima la libertà di parola che divora se stessa; dieci anni dopo sarebbe arrivato Internet, vent’anni dopo Facebook, a mostrare lo stesso cortocircuito antropologico che lega il massimo della libertà e il minimo della responsabilità.
Dal punto di vista storico, Radio Radicale è stata forse anche l’impresa di Pannella più riuscita e non casualmente sopravvissuta alla vera e propria conflagrazione della galassia radicale seguita alla sua morte. L’unica impresa radicale in cui tutti i radicali, di tutte le sigle e osservanze possibili, ancora oggi si riconoscano.
L’idea di una rete radiofonica della Rai in grado di fare il lavoro di Radio Radicale è stata tirata fuori più volte e altrettante riposta nel cassetto dei sogni impossibili o del tanto per dire. GR Parlamento, che pure esiste, ha affiancato, ma mai davvero sostituito, Radio Radicale, per la banale ragione che il suo editore (i partiti che vincono le elezioni in posizione dominante e quelli che le perdono in posizione subordinata) fa davvero un altro mestiere e ha un’altra idea, mettiamola così, della propria missione editoriale.
Per fare Radio Radicale bisogna credere che serva a qualcosa e a questo hanno creduto solo i radicali, per una ragione molto simile a quella per cui nell’alto Medioevo a copiare e tramandare i manoscritti antichi furono i monaci benedettini e non le corti imperiali: perché, appunto, solo loro credevano che tutta quella spesa di tempo e di fatica valesse la pena dell’impegno.
Tutti i discorsi su modalità alternative e potenzialmente più economiche per assicurare il servizio di Radio Radicale sono ridicole imposture. Radio Radicale non fornisce un servizio pubblico. Lo ha creato. Senza i radicali non esisterebbe e senza Radio Radicale non esisterà. Lo sa benissimo questo Governo, come tutti i Governi che l’hanno preceduto, nessuno dei quali – neppure quello che il “gerarca minore” Vito Crimi (secondo l’azzeccatissima definizione di Massimo Bordin) sobillava a chiudere i conti con questa anomalia politico-giornalistica – è arrivato al punto di staccare la spina e favorire l’auto-consegna dell’emittente a un potenziale salvatore.
Questo, con ogni evidenza, è invece il disegno della maggioranza meloniana, che toglie poco alla volta a Radio Radicale l’ossigeno necessario e prepara un intervento di emergenza di un editore amico (della maggioranza, non di Radio Radicale). Non è riguardoso per l’intelligenza, né rispettoso per la moralità di ministri, sottosegretari e parlamentari di maggioranza ritenere che giudichino davvero 4 milioni di euro annui il prezzo giusto e non negoziabile per il servizio di Radio Radicale. Radio Radicale era lo scandalo glorioso della conoscenza, oggi è quello ignobile del ricatto.
È ovviamente più che legittimo (anche se politicamente sconcio) che si decida di chiuderla; non che si faccia finta di tenerla in vita finanziando solo metà del suo bilancio e promettendo un aiuto che non c’è, ma per cui si fanno voti perché possa arrivare.
Da ascoltatore e ancora più da “prodotto” di Radio Radicale – il mio apprendistato alla politica, quando ero un giovanissimo liceale, avvenne sulle sue frequenze, con i racconti della disobbedienza di Lech Walesa e di Vaclav Havel al lugubre ordine sovietico dell’Est Europa – mi auguro che questa vicenda finisca bene e comunque con o senza Radio Radicale, non con una finta Radio Radicale in mano a un mecenate inviato da Palazzo Chigi per trasformare l’unica enciclopedia civile dell’Italia in un’emittente prostituita alla benevolenza dei potenti.

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