

Dal dibattito sull’Odissea di Nolan emerge una questione più ampia: perché continuiamo a interrogarci sugli stessi dilemmi da millenni? Le grandi domande non hanno soluzioni definitive, ma una storia. Il progresso non consiste nel cancellarle, bensì nel rispondervi meglio, avanzando nel tempo non in linea retta o in cerchio, ma lungo una spirale.
Questo non è un articolo sull’Odissea, ma su ciò che si può dire a partire da tutto il volume di discorsi generato dal film di Nolan. Ne discutiamo ormai da mesi. Di Odisseo come eroe dell’intelligenza o progenitore della ragione strumentale; del cavallo come astuzia, tecnologia, violazione del limite; di Troia, della colpa dei vincitori e della possibilità che la civiltà generi da sé i propri barbari. Abbiamo tirato in ballo Adorno e Horkheimer, Euripide, Dante e tanti altri.
Cosa dice il semplice fatto che continuiamo a disputare intorno a un racconto nato quasi tremila anni fa, al di là delle battute sull’estate e sulla grafomania di questo tempo?
Cambiano gli strumenti, gli ordinamenti politici, gli orizzonti etici, le forme della guerra, gli ordinamenti giuridici. Cambia il modo in cui immaginiamo noi stessi.
Eppure continuiamo a domandarci se l’intelligenza possa separarsi dalla giustizia, se la vittoria assolva chi vince, se sia possibile tornare a casa dopo aver distrutto quella altrui, se la civiltà sia davvero il contrario della barbarie, se la ragione non sia altro che il mito della fuoriuscita dal mito. Insomma: gli uomini cambiano e, insieme, rimangono gli stessi.
Spesso le grandi domande “metafisiche” sono state dichiarate inutili, dal momento che non arrivano mai a una conclusione definitiva, non producono la risposta verificabile che ci aspettiamo da un problema scientifico o tecnico. Sembrano condannarci a ripetere discussioni già avvenute.
Ma Nicolás Gómez Dávila osservava che i grandi dilemmi dell’umanità non hanno soluzione, hanno storia. Ed è precisamente la loro storia a costituire una parte decisiva della nostra.
La grande differenza tra una domanda scientifica e una domanda “metafisica” emerge proprio a partire da questo. Una domanda scientifica resta tale finché si presume che possa ricevere, almeno in linea di principio, un risultato determinato e verificabile. Se si stabilisse che nessun risultato è possibile, non avremmo più propriamente un problema scientifico.
Nel secondo caso, invece, l’impossibilità di giungere a una risposta conclusiva rafforza la problematicità. Ciò che non può avere assolutamente soluzione non è neppure un problema, dice lo scienziato. Ciò che sembra non avere soluzione mi fa ancora più problema, dice l’animale metafisico che noi siamo.
Ci sono alcune domande che, pur senza soluzione, non sono necessariamente vane: cancellarle significherebbe mutilare lo spirito umano. Non possediamo una definizione conclusiva di “giustizia” o “libertà”, ad esempio, eppure la storia è anche il conflitto tra le differenti risposte che le epoche hanno dato a quelle domande.
Le grandi questioni, perciò, non stanno oltre la storia – metafisiche, metastoriche – perché collocate nell’aldilà: stanno oltre perché la storia è il loro dispiegarsi.
Questo significa, in concreto, che, seppur le grandi domande non hanno una soluzione conclusiva, le risposte non sono equivalenti e il progresso esiste, anche se questo non coincide col liberarsi una volta per tutte dalla domanda – come quando, in ambito scientifico, abbiamo smesso di domandare se nel vuoto i corpi più pesanti cadano più rapidamente di quelli leggeri – bensì nel rispondervi meglio, imparando dalle conseguenze delle risposte precedenti.
Così, non abbiamo una definizione definitiva della giustizia, però abolizione della schiavitù, diritti politici, emancipazione femminile e Stato di diritto non sono semplici variazioni retoriche sullo stesso tema. Sono conquiste storiche, fragili e reversibili, che modificano il piano sul quale la domanda torna a porsi oggi.
I grandi geni dell’umanità non inventano nuove domande “metafisiche”, ma spostano il piano sul quale esse debbono essere poste.
Il tempo storico, allora, non somiglia né a una linea retta né a un cerchio. La linea retta è il sogno di chi crede che il tempo, da solo, ci renda migliori; il cerchio è l’incubo di chi pensa che nulla cambi davvero. La sua figura è piuttosto la spirale.
Torniamo intorno agli stessi interrogativi, ma non esattamente sul medesimo piano. La guerra di Troia non è una guerra contemporanea, e tuttavia può ancora insegnarci qualcosa sul vincitore. Odisseo non è Oppenheimer, ma la loro vicinanza simbolica dice qualcosa sulla responsabilità dell’inventore.
Ogni epoca riceve le medesime domande fondamentali dentro circostanze che non si erano mai date prima. Procediamo, dunque, mentre giriamo intorno, come la Terra che percorre lo stesso giro su sé stessa e attorno al Sole mentre si muove assieme a tutto il sistema solare.
Le risposte si accumulano, si contraddicono, si correggono; nessuna chiude la questione, ma nessuna lascia il mondo esattamente com’era. Forse avanzare significa proprio questo: non smettere di girare intorno alle domande essenziali, sperando ogni volta di guardarle da un’altezza diversa.
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Magnifica riflessione, originale e ricca di spunti di approfondimento. La metafora della spirale è molto convincente, se non per il fatto che, nella suggestione metafisica dell’autore, implica una spinta ascendente. Purtroppo io non sono affatto sicuro che nel nostro divenire sia presente questa “direzionalita’ etica”. In ogni caso ho apprezzato moltissimo l’articolo. Grazie.
Bellissima riflessione. Speriamo, a forza di porci le stesse domande, di trovare le risposte giuste e di metterle in pratica. Nadia Mai
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