di Giulio Massa
La nomina della premier estone Kaja Kallas alla carica di Alto Rappresentante per la politica estera dell’UE mi sblocca un ricordo. Il ricordo di un’improvvisa epifania, di un istante in cui tutti gli elementi posti fino a quel momento solo razionalmente in fila per formare un convincimento appaiono d’improvviso intimamente “veri”, parti di una realtà ormai imminente. Era il 20 febbraio 2022, ultimo weekend di pace prima dell’invasione russa dell’Ucraina.
Qui in Italia, con l’eccezione dei soliti quattro gatti liquidati come tardo adolescenti nostalgici delle partite di Risiko, ci si cullava, con l’abituale alterigia, nel liquido amniotico della bolla pacifista e “realista” che per decenni ci ha convinti che la guerra, essendo stata espunta dal nostro fragile orizzonte concettuale, fosse per ciò stesso sparita dalla faccia della Terra. Era la bolla mediatica, per intenderci, dentro la quale, mentre oltre centomila truppe russe erano ammassate in stato combat ready sul confine ucraino, riveriti guru di geopolitica sfottevano le previsioni di invasione formulate dagli USA, in un antipasto di quell’orgia di antiamericanismo che si sarebbe poi forsennatamente celebrata negli anni a venire. “Isteria dell’intelligence americana che non ne ha azzeccata una, del resto non è il loro mestiere”, liquidava con saccenza perfino indulgente il sempre assertivo Dario Fabbri. Salvo smentirsi un secondo dopo per dire che l’isteria era in realtà un messaggio cifrato (evidentemente comprensibile solo a pochi iniziati ed egli modestamente lo nacque) con il quale gli americani facevano sapere a Putin che per l’Ucraina non avrebbero mosso un dito, Kyiv non era nella loro sfera di interessi e quindi si poteva trattare (sic!). Era la bolla in cui il suo mentore Caracciolo, a pochissimi giorni dall’invasione, consegnava al Riformista un grido di allarme planetario:” abbiamo un problema che si chiama America. Il paese guida dell’Occidente ha fatto una figura barbina, per usare un eufemismo”. Tutto ciò perché gli americani avevano inizialmente rivelato che l’invasione sarebbe avvenuta il 16 febbraio, mentre l’oracolo della gepolitica for dummies già sapeva che non si sarebbe mai verificata in quanto Putin – maestro di strategia per il quale il Nostro trasuda devota ammirazione pur fingendo mellifluamente di stare nel campo occidentale – aveva già raggiunto i suoi obiettivi (si rilassassero, dunque, gli ucraini e smettessero di guardare la CNN).
Qui da noi, invece, qualche eccentrico che guarda la CNN c’è, come pure qualcuno che compulsa il Financial Times, la bibbia salmonata dell’informazione finanziaria.
Dunque, è la domenica prima dello scoppio di quella guerra che la stragrande maggioranza degli italiani ancora liquidano come una fola. Come ogni weekend, il FT ospita la rubrica “Lunch with the Financial Times”. Un’istituzione più che una rubrica: è dal 1994, infatti, che le firme del FT siedono ogni settimana a tavola con i grandi protagonisti della scena internazionale. Il contesto è normalmente molto rilassato. Gli intervistatori sono prodighi di dettagli nel descrivere le portate scelte dagli ospiti (da Musk a Kissinger, da Toni Morrison a Roger Federer, a Hillary Clinton), l’atmosfera del locale, la musica di fondo.
Quella domenica Richard Milne, corrispondente del FT per Scandinavia e Baltici, è a Tallinn, a pranzo con Kaja Kallas.
Gli ingredienti della rubrica sono quelli consueti, ma il clima no. Il lettore italiano, appena strappatosi dal chiacchiericcio superficiale, alienato e ideologico dei nostri talk, piomba nella realta’. L’ipotesi della guerra, irrisa dal wishful thinking italiota contrabbandato per fine realismo politico, diventa carne viva quando, racconta Milne, Kallas gli riferisce di una riunione fiume di gabinetto per discutere della preparazione dell’Estonia a conflitti o attacchi ibridi come la guerra informatica. “Cosa facciamo quando non c’è internet? Come funzionano queste cose? Come paghiamo le pensioni”.
In quei giorni, la vecchia Europa, l’Europa del ventennale appeasement verso Putin, l’Europa che guarda con malcelata insofferenza, e persino una punta di razzismo, ai nuovi arrivati “ex patto di Varsavia”, descritti come fanaticamente prigionieri di un passato di risentimento e di odio russofobico (la possibilità che la Russia sia temuta e vista negativamente per motivi perfettamente razionali non è neppure contemplata), ecco quell’Europa sta mettendo in scena l’ultimo, patetico spettacolo di impossibile “mediazione”.
Sono i giorni della beata incredulità dei sonnambuli, i giorni delle telefonate fiume di Macron a Putin (durata standard novanta minuti, chissà poi perche’) per bersi promesse menzognere e revisionismo imperialista in salsa duginiana. Il corrispondente del FT interroga Kallas proprio sul protagonismo macroniano. La premier estone esita, ma poi il fiume della realtà tracima: Mi chiedo quanto posso essere franca (……) Sento che c’è un forte desiderio di essere l’eroe che risolve questa situazione, ma non credo che sia risolvibile in questo modo.(……) Sembra esserci una sorta di ingenuità nei confronti della Russia. Stavo cercando di spiegarlo anche al presidente Macron: lo stai guardando attraverso il prisma di un paese democratico. Dici che sarà super costoso per la Russia fare una guerra… [A Putin] non importa. Non è in lizza per le elezioni”. Per Kallas, non è solo questione di sguardo non affetto da miopia. E’storia personale. Come racconta Milne, “la sua bisnonna, la nonna e la madre – allora di soli sei mesi – furono deportate in Siberia nel 1949”. La premier avverte come la Storia stia beffardamente capovolgendo la condizione di generazioni cosi lontane tra loro. “(….) Avevano la libertà, avevano tutte le scelte, avevano un mondo libero. Tutto è stato loro tolto. E io sono assolutamente la generazione opposta. Non avevamo niente, non avevamo scelte, non avevamo niente neppure nei negozi. Poi abbiamo avuto tutto, nel 1991 abbiamo riavuto la nostra libertà. (….) Il nostro sviluppo è stato abbastanza rapido, ma per me è molto importante capire che non è scontato. Potremmo perdere tutto di nuovo. (…) Questo è ciò che a volte provo durante le discussioni del Consiglio europeo. Per alcune di queste persone è una discussione teorica. Mentre per noi è una preoccupazione quotidiana, una vera preoccupazione. Mi piacerebbe investire tutti questi soldi, che investiamo nella difesa, nell’istruzione, ma non abbiamo davvero scelta”.
Quella domenica capii che ci sarebbe stata la guerra. Fu come se le parole di Kallas avessero conferito l’urgenza del vero e del reale ad un’opinione fino a quel momento astrattamente coltivata quasi in solitudine.
Quarantott’ore dopo la Storia si fece carico di dare ragione alla premier estone. A lei e a quanti per vent’anni avevano “letto” correttamente Putin. Ovviamente, qui da noi, nella terra del pacifintismo collaborazionista e dell’odio antioccidentale, nessun mea culpa, nessun “ci siamo sbagliati”. Anzi ci è toccato pure riascoltare, anche dalle cattedre teoricamente più autorevoli, lo sciocchezzaio sull’”abbaiare della Nato”, proprio mentre l’Estonia e altri paesi assistevano sgomenti (ma non sorpresi) alla tragica rappresentazione del loro sicuro destino qualora non avessero in passato aderito all’alleanza atlantica.
Oggi quindi la nomina di Kallas procura un effetto particolare. Chi scrive è sufficientemente smaliziato per prevenire le obiezioni. Si dirà di quale suk sia l’iter di scelta dei top jobs europei, della scarsa incidenza, finora, del ruolo di Alto Rappresentante per la politica estera europea, dell’appannarsi della stella Kallas nella politica domestica estone. Più ancora si può dire che Kallas andrà rappresentare un qualcosa, la politica estera europea, che non si dà in natura, come attesta la vergognosa e patetica visita dello sguattero Orban a padron Putin. Tutto vero, al pari delle ombre sinistre che, da Parigi a Washington, si allungano sul sostegno all’Ucraina di una grande parte dell’Occidente.
Tutto vero. Eppure. Eppure la presenza di Kaja Kallas in quella posizione procura non solo il confortante effetto dell”adulto nella stanza”, ma anche la garanzia che sulla frontiera c’è qualcuno che conosce il nemico per averlo visto negli occhi. In tempo di guerra, non è poco. Persino per i tanti da noi che si illudono di non essere in guerra con nessuno.
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Molto bello
Appassionante, letto tutto d’un fiato, respiro sospeso e promessa a me stessa, di rileggerlo e assaporarlo con calma.
Grazie