
Quell’America nata da una rivoluzione, che ha combattuto una guerra di secessione.
Quell’America che ha sterminato i nativi e praticato la schiavitù.
Quell’America che il 5 giugno del 1944 mio padre abbracciò nei soldati che liberavano Roma, lui ebreo con la sua famiglia e figlio di due mesi.
Quell’America dove emigrò la sorella di mia madre e nel ’47, sposando un giovane ebreo fuggito a New York dalle leggi razziali nel ’38 con genitori e fratelli.
Quell’America dove De Gasperi volò nel ’47 a chiedere la carità per un Paese distrutto e affamato — e la ottenne.
Quell’America del jazz, del rock, di Broadway e delle serie che ci parlavano più dei libri di scuola.
Quell’America che ci portò musica meravigliosa, chewing gum, Coca-Cola, libri proibiti.
Quell’America che ci ha dato: Spoon River Anthology, Edgar Allan Poe, Mark Twain, Francis Scott Fitzgerald, Ernest Hemingway, J. D. Salinger, Saul Bellow, Philip Roth, Arthur Miller — e mi fermo qui.
Quell’America che ci travolse con i film a colori.
Quell’America dove lo sport è business… ma senza trucchi.
Quell’America che cambiò il modo di vestire con un jeans, il capo più democratico.
Quell’America che inventò il sogno americano.
Quell’America che era — ed è — il sogno di molti.
Quell’America scritta col K, odiata da molti altri.
Quell’America che trasformò il successo in religione.
Quell’America che costruì miti più forti della realtà.
Quell’America della moneta più forte e del debito più alto.
Quell’America che conobbi negli anni ’70 e fu amore a prima vista.
Quell’America dove tutto è possibile e nulla è garantito.
Quell’America che premia il merito e abbandona chi resta indietro.
Quell’America che ha reso il denaro un feticcio.
Quell’America che cambiava il mondo senza chiedere permesso.
Quell’America con difetti terribili: razzismo, pena di morte.
Quell’America che sbagliò mille volte in politica estera.
Quell’America che, unica tra le nazioni, gettò due bombe atomiche.
Quell’America del proibizionismo, del ’29, del maccartismo, del 2008 — e del New Deal.
Quell’America che entrava nelle crisi senza sapere come uscirne.
Quell’America che parlava di pace con il linguaggio delle armi.
Quell’America delle alleanze che non riconosce più.
Quell’America dove si uccidono i presidenti.
Quell’America dove si assalta il Parlamento manu militari.
Quell’America potenza imperiale che combatte guerre ingiuste ma lascia i territori conquistati.
Quell’America del KKK.
Quell’America che vende le armi ai sedicenni.
Quell’America dei predicatori milionari.
Quell’America che si divide su tutto.
Quell’America che predica libertà e vive nella paura.
Quell’America che celebra gli eroi e dimentica i poveri.
Quell’America che non sa più parlarsi senza urlare.
Quell’America prima democrazia moderna.
Quell’America dove nacque il ’68.
Quell’America tutto e il contrario di tutto.
Quell’America dei grattacieli e delle periferie degradate.
Quell’America maggior consumatore di droga.
Quell’America che cambiò il mondo con automobili, aerei, computer, Internet.
Quell’America che trasformò la tecnologia in destino.
Quell’America che anticipa il futuro e teme il presente.
Quell’America che inventa ciò che il mondo imita.
Quell’America che ha aperto la strada all’interconnessione globale — e ora all’intelligenza artificiale.
Quell’America che mandò il primo uomo sulla Luna.
Quell’America che attira i migliori cervelli del mondo.
Quell’America che vinse la Guerra Fredda — e ora teme la Cina.
Quell’America che ha eletto presidenti ex attori hollywoodiani e businessman falliti.
Quell’America — Questa America — che ha rieletto Trump, che è amico dei nostri nemici.
Quell’America che amavamo — Questa America — che ci delude, ci allontana… e ci fa paura.
Quell’America cui speriamo di poter un giorno dire: “Welcome back America”.
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Grazie Stefano Piperno.
Quell’America che abbiamo amato e criticato senza sapere che sarebbe diventata irriconoscibile e che speriamo un giorno di poter riconoscere.