
Esiste una categoria di politica che preferisce il rito alla realtà, il selfie in piazza al risultato sul campo. È la politica del “diritto internazionale” inteso come scudo dietro cui nascondere l’impotenza, o peggio, l’indifferenza.
Le recenti esternazioni di Alessia Morani ne sono un esempio plastico: un distillato di retorica che scambia l’attivismo di fazione per impegno morale e la cautela diplomatica per saggezza, arrivando a derubricare l’azione politica avversaria a un mero sottoprodotto dello “scandalo Epstein” o della “politica economica”.
L’errore logico di chi vive di politica è pensare che l’esistenza umana sia una serie di caselle da barrare. “Non vi ho visto manifestare con noi in piazza per la libertà del popolo iraniano”, scrive sprezzante Alessia Morani, tradendo un limite cognitivo: l’incapacità di concepire l’individuo libero, chi scrive, analizza e denuncia da anni i regimi o le sofferenze dei popoli senza sentire il bisogno di marciare sotto le insegne di un partito.
La verità non ha bisogno di una scorta o di un coro; spesso è più incisiva nella solitudine di un’analisi onesta che nel clamore di una piazza organizzata per scopi elettorali. Rivendicare una presenza fisica come unico certificato di sensibilità è l’ultima spiaggia di chi non ha argomenti nel merito.
Poi c’è l’immobilismo travestito da etica. Utilizzare il precedente del Venezuela per domandare se vi sia stato un “cambio di regime o solo un furto di petrolio” al fine di invocare astratti “organismi internazionali” è un esercizio di cinismo intellettuale. Si sventola lo spauracchio del profitto altrui per coprire il fatto che, mentre si attendeva il rispetto del diritto internazionale, un popolo intero veniva ridotto alla fame e al silenzio.
C’è un’ipocrisia profonda nel piangere le vittime dei dittatori solo quando sono lontane, per poi condannare chiunque decida di spezzare quelle catene con l’unico linguaggio che i tiranni comprendono: la forza. È troppo comodo dichiararsi “contro il regime” e contemporaneamente inorridire se qualcuno quel regime lo abbatte davvero.
La libertà non è un omaggio che arriva per posta prioritaria dagli uffici di Bruxelles o New York; è quasi sempre il frutto di rotture traumatiche che la politica “da salotto” non ha il coraggio di gestire.
Preferire il mantenimento dello status quo – ovvero un massacro silenzioso e ordinato – a un intervento risolutivo è una scelta morale, non solo politica. Chi scrive di oppressi e oppressori senza filtri ideologici sa che la guerra è una tragedia, ma che la pace sotto una dittatura è solo una tragedia più lunga e meno rumorosa.
Mentre la deputata Morani cerca i suoi interlocutori tra le folle dei suoi sostenitori, la storia procede. E non aspetta il permesso di chi pensa che una piazza gremita valga più di una verità nuda. La coerenza non si misura in chilometri percorsi nei cortei, ma nella capacità di restare lucidi quando il mondo preferisce l’ipocrisia della quiete alla complessità della liberazione.

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