Scrisse diversi anni fa Sabino Cassese con riferimento alle proteste studentesche: “Gli abusi della libertà di riunione, di quella di manifestare nei luoghi pubblici, i danni conseguenti, i disagi provocati a cittadini incolpevoli, non hanno ancora insegnato che la competizione «con metodo democratico» comporta anche il rispetto dei diritti degli altri e il senso del limite”.
Io, nella mia malmostosa mezz’età, questa liturgia che si ripete uguale da più di mezzo secolo la vivo come una tassa che in gioventù mal sopportavo e oggi mi annoia.
Quella seriosa saccenza da bigotti, gli insopportabili luoghi comuni ideologici, la sempiterna kefiah, la pressoché totale mancanza di senso delle proporzioni. Ogni generazione sembra aver avuto bisogno di scrivere il proprio romanzetto di formazione che alla fine si rivela la solita pallosa litania contro l’Occidente, il Capitalismo, l’Amerika ed Israele.
Ho sempre detestato quella banalità del “Se non sei comunista a vent’anni sei senza cuore, se lo sei a quaranta sei senza cervello.” Ma, a giudicare dal comportamento di molti, ho capito che in effetti ha fatto breccia nella coscienza collettiva. È diventato un luogo comune la bufala che solo i giovani hanno a cuore il futuro del pianeta, la giustizia sociale, l’egualitarismo, la pace e via dicendo. “Boomer” è un insulto accettato in primis dai boomer. Chi lo sa? Magari sarà l’atavico senso di colpa parentale o la nostalgia per la giovinezza perduta. E però non riesco a non provare compassione per quegli accademici che si ritrovano a fare da comprimari a questa celebrazione del solito processo sommario tratto dal Bignami della rivoluzione culturale di Mao.
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Mi duole evidenziare che “la sempiterna kefiah” la portano anche molti boomer, che mica sono riusciti a uscire dall’adolescenza e che pertanto si uniscono, almeno moralmente, alle proteste.
Vero
Mi identifico e concordo.
Magnifico