

C’è un profumo inebriante che si respira tra gli stand della fiera del libro qui a Roma. Non è solo odore di carta stampata, è l’aroma pungente della superiorità morale. Si cammina tra corridoi affollati, dove la cultura dovrebbe essere un esercizio di complessità, e ci si imbatte invece in una straordinaria galleria di specchi deformanti.
Basta fermarsi davanti a certi banchetti, orgogliosamente addobbati con la bandiera giusta, quella che oggi è il lasciapassare per ogni salotto bene. Qui, tra un saggio e un pamphlet, spicca il vero capolavoro del pensiero contemporaneo: la pubblicistica che spiega “perché il palestinismo è femminista”.
È un esercizio di acrobatica intellettuale che lascia ammirati. Si deve possedere una fantasia notevole per riuscire a sovrapporre la lotta per l’emancipazione femminile con l’ideologia di chi considera la donna una proprietà o un mezzo di riproduzione demografica per il jihad.
Eppure, lì, tra le luci al neon della fiera, il paradosso non disturba nessuno. Il velo diventa simbolo di ribellione contro l’Occidente patriarcale, mentre le donne iraniane o afghane, che per quel velo muoiono, restano un fastidioso rumore di fondo, non funzionale alla narrazione.
Poco più in là va in scena la liturgia delle presentazioni. Autori compunti, con l’aria grave di chi porta il peso del mondo sulle spalle, che iniziano ogni frase con la formula magica: “Io non sono antisemita, ma…”. È quel “ma” il vero protagonista della fiera. Dopo quella congiunzione avversativa, tutto è permesso.
Si può sostenere chi grida “From the river to the sea” — che tradotto dalla neolingua significa la cancellazione di uno Stato e dei suoi abitanti — pur restando convinti democratici. L’antisemitismo, in questi spazi, non è mai quello di chi vuole cancellare gli ebrei dalla mappa geografica; è sempre colpa di chi osa difendersi.
Ma il vero capolavoro, il momento in cui la fiera tocca vette di surrealismo assoluto, è la protesta contro la casa editrice “neofascista”. Si assiste a scene di indignazione vibrante: picchetti, urla, la caccia al mostro. La colpa imperdonabile dell’editore incriminato? Pubblicare autori “impresentabili”, forse persino antisemiti, dicono. E qui la logica non solo muore, ma resuscita sotto forma di farsa commerciale.
Perché a gridare contro il presunto antisemitismo di destra sono le stesse gole che, un attimo prima, intonavano slogan che inneggiano alla distruzione di Israele. Si scagliano contro il fascismo dei libri mentre sventolano le bandiere di chi il fascismo lo applica con la Sharia.
E non si accorgono del paradosso supremo, la beffa finale: con le loro urla, con i loro cordoni sanitari, stanno regalando a quella voce editoriale neofascista la campagna pubblicitaria più efficace che si possa immaginare.
La sinistra antisionista, che si crede guardiana della purezza, finisce per creare il mercato proprio al suo presunto nemico. Ogni urlo di censura vende una copia in più, ogni picchetto trasforma un testo mediocre in un frutto proibito. Sono i migliori agenti di commercio della destra radicale, e nemmeno se ne rendono conto.
È la grande ipocrisia del nostro tempo: l’antisemitismo è intollerabile se indossa la camicia nera, ma diventa “resistenza” se indossa la kefiah.
Alla fine si esce dalla fiera con una certezza amara: non si stanno combattendo i mostri. Si sta solo lavorando, inconsapevolmente, per ingrassarli tutti. E in questo salone delle vanità, tra un “palestinismo femminista” e una condanna a senso unico, la verità è l’unica ospite che non ha ricevuto l’invito.
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(Daniela Martino)
Il mercato non punisce la malafede, ma l’invisibilità. Urlando, “i puri di cuore” rendono l’impresentabile visibile e, quindi, commercialmente valido. Non è solo la verità a non aver ricevuto l’invito, è il pensiero dialettico stesso, sostituito da un duello a senso unico dove la farsa è l’unica vincitrice. Complimenti per il suo articolo.
Alla fiera del libro sono stati ammessi libri e autori israeliani ed ebrei? Ci sono state proteste o tentativi di sabotaggio da parte di facinorosi “progressisti” nel caso?
Per il resto, ormai una parte della sinistra sembra più una succursale del califfato jihadista che un movimento per il progresso e il rispetto dei diritti umani.
E’ in pieno cortocircuito mentale perché se si guarda bene all’ideologia e al pensiero dei gruppi palestinesi e jihadisti, sono più conservatori e integralisti dei fascisti stessi che quella parte di sinistra dice di avversare e combattere. Beh d’altronde poi si capisce, hanno sempre avuto un’ammirazione per il “padre dei lavoratori rivoluzionari” Stalin, che non era meno fascista e criminale di quelli originali di destra.
Grazie Alessandro,
luminoso articolo che irradia intelligenza e onestà.
Grazie Maria Nadia. Grazie sempre per il tuo prezioso sostegno.
Cari saluti
Alessandro
Vedo un po’ le stesse cose. Da un lato mi dico che se non avessi letto biografie su Mussolini come quella di Petracco, per quanto figlio di una combattente partigiana, ne saprei di meno sul fascismo. La storia non va censurata. E’ l’apologia di fascismo che non si può fare (ma fa continuamente capolino al governo con intermittenti revisionismi, anche questo fenomeno va riconosciuto, a livello globale). Dall’altro, da persona di sinistra, vedo da molti anni il paradosso: stare dalla parte degli oppressi non significa che alcuni oppressori hanno il lasciapassare in quanto a loro volta, si pensa, oppressi. Hamas è il caso lampante: nella Flottilla c’era una delegazione LGBTQI, che veleggiava allegramente verso coloro che, applicando la sharia, ritengono l’omosessualità censurabile e la puniscono severamente. Insieme a loro i collettivi femministi… Io mi sono dato una regola di pensiero: la libertà individuale non è negoziabile, quali che siano le motivazioni antropologiche, etniche, culturali. E questo non significa giustificare Netanyahu, ma conservare distanza critica e pensiero articolato.
Che dirle, la mia opinione coincide con la sua. Credo che la fobia del consenso elettorale abbia offuscato le menti della sinistra. Una urgenza, quella di “riconquistare” posizioni e conservare rendite di posizione, che ha mortificato la linea progressista e della ragione.
Cari saluti
Alessandro