

Con quest’articolo comincia la collaborazione di Paola Kafira con InOltre. Scrittrice e ricercatrice indipendente, si occupa da anni di analisi e divulgazione. Attraverso il suo lavoro di approfondimento, studia la complessa realtà del mondo islamico. Autrice di “Islam: una guida chiara e semplice“. Benvenuta Paola.
Chiese bruciate, famiglie sfollate, civili ortodossi uccisi in Oromia e Arsi: in Etiopia la violenza contro i cristiani cresce da mesi, ma resta quasi invisibile nel racconto internazionale. Una crisi religiosa, etnica e politica che rischia di diventare uno dei fronti più gravi dell’Africa.
Tra il 31 maggio e il 1° giugno 2026, nel distretto di Aseko, zona di Arsi (regione di Oromia), almeno 37 cristiani ortodossi sono stati massacrati. Oltre 280 famiglie sono state sfollate. La chiesa di San Gabriele di Teleta Chefa, che serviva la comunità da 101 anni, è stata data alle fiamme e rasa al suolo; un’altra chiesa, quella del Medhanealem di Kara Kuftena, è stata saccheggiata.
L’attacco purtroppo non è isolato, ma si inserisce in una spirale di violenza che dura da anni e che negli ultimi mesi è andata intensificandosi, senza mai ricevere la dovuta copertura nei media internazionali.
Già a marzo 2026, la Commissione etiope per i diritti umani (EHRC) aveva documentato 34 cristiani ortodossi uccisi in poche settimane tra i distretti di Shirka e Merti, per un totale di 164 vittime nel solo distretto di Shirka dall’inizio dell’anno.
Nel comunicato del 3 marzo, l’EHRC ha accusato esplicitamente l’OLF-Shene (il nome ufficiale con cui il governo designa l’Oromo Liberation Army) di aver condotto attacchi coordinati nei distretti di Jawi, Shirka, Gebe e Robe. Dal 26 febbraio 2026, gli assalti, condotti con machete e armi da fuoco, avevano già causato oltre 40 morti.
L’EHRC descrive un pattern inequivocabile: famiglie allineate e assassinate nelle proprie abitazioni, un modus operandi da pulizia etnica.
Il quadro complessivo è ancora più drammatico: dall’inizio del 2025, la violenza in Oromia ha causato oltre 1.244 morti civili, concentrati nelle zone di Arsi e West Arsi. Nel solo ottobre 2025, fonti della Chiesa e il Consiglio interreligioso d’Etiopia avevano documentato più di 25 cristiani ortodossi uccisi nella sola East Arsi in un mese.
Nello stesso anno, gruppi armati hanno incendiato, demolito o saccheggiato almeno 25 chiese nelle regioni di Oromia e Amhara.
Per comprendere la portata di quanto accade, occorre tenere a mente la natura e l’identità dell’Etiopia. Il Paese ha adottato il cristianesimo come religione ufficiale nel IV secolo, intorno al 330-340 d.C., sotto il re Ezana di Aksum.
La Chiesa ortodossa etiope Tewahedo è una delle più antiche al mondo, con radici che affondano nella tarda antichità e legami con la tradizione biblica raramente eguagliati altrove: è l’unica chiesa cristiana a conservare l’Arca dell’Alleanza, secondo la propria tradizione, ed è menzionata nelle Scritture stesse.
Oggi l’Etiopia conta circa 138 milioni di abitanti. Il 61% si identifica come cristiano (43% ortodosso, 20% protestante), il 33% come musulmano. Nelle regioni orientali e sudorientali l’islam è maggioritario. Ed è proprio in queste aree di confine, dove le maggioranze si invertono, che la violenza anticristiana è più intensa.
È infatti proprio la jihad islamica a rappresentare il primo nemico persecutore dei cristiani d’Etiopia. L’islam vi arrivò nel VII secolo, durante la Prima Hijra (613-615 d.C.), quando Maometto ordinò ai propri seguaci di andare in esilio temporaneo nel regno cristiano di Aksum.
I rapporti tra le due fedi conobbero presto momenti di attrito, tensioni di confine e violenze fino a sconfinare nel conflitto estremo. Tra il 1527 e il 1543, l’Etiopia fu invasa e occupata da un esercito jihadista proveniente dal Sultanato di Adal, guidato dall’imam Ahmad ibn Ibrahim al-Ghazi, noto come Ahmad Gragn.
Sostenuti dall’Impero Ottomano e da una coalizione di forze arabe, somale e harari, i suoi eserciti distrussero sistematicamente chiese e monasteri, praticarono conversioni forzate e alimentarono il commercio di schiavi cristiani.
La jihad di Ahmad aveva come obiettivo esplicito la conversione dell’Etiopia all’islam. Le cronache arabe dell’epoca descrivono gli etiopi cristiani come “infedeli” e “idolatri” da combattere, convertire e ridurre in schiavitù.
Con l’eccezione delle comunità rifugiatesi in zone inaccessibili, quasi tutte le chiese e i monasteri furono infatti saccheggiati e rasi al suolo. La jihad si concluse nel 1543 con la morte di Ahmad in battaglia e grazie all’alleanza tra le forze etiopi e i portoghesi, giunti in soccorso dei cristiani africani contro l’espansione islamica violenta.
Purtroppo queste pagine di storia sembrano ripetersi ciclicamente. Oggi, secondo l’organizzazione Open Doors, che monitora la persecuzione dei cristiani nel mondo, l’Etiopia occupa il 36° posto su 50 nella lista dei Paesi più pericolosi per i cristiani.
La jihad islamica è riuscita a infiltrarsi ai confini, attraverso le reti di Somalia e Sudan, e alimenta gli attacchi con organizzazione paramilitare, armi, finanziamenti e terroristi addestrati.
Ma la jihad islamica non è l’unica responsabile delle violenze contro i cristiani etiopici. In particolare gli Amhara (un’etnia a maggioranza ortodossa) sono costantemente minacciati da alcuni gruppi armati definiti etno-nazionalisti di radice marxista-leninista.
Spesso questi gruppi agiscono anche con la complicità dello stesso governo etiope. Ad esempio l’Oromo Liberation Army (OLA), designato dal governo etiope con il nome OLF-Shene e classificato come organizzazione terroristica, è stato identificato come responsabile di numerosi massacri di civili amhara in Oromia nel corso degli ultimi anni.
Tra i più documentati: il massacro di Gimbi, il 18 giugno 2022, in cui oltre 400 civili amhara furono uccisi, le vittime vennero bruciate vive e alcune donne incinte vennero assassinate con i loro figli.
Il 4 luglio 2022, un secondo massacro nella zona di Qelem Wollega costò la vita a 150-300 persone (secondo le diverse fonti). Il Centro europeo per il diritto e la giustizia (ECLJ) ha descritto questi crimini come potenzialmente configuranti un genocidio, aggiungendo che “il sentimento anti-Amhara è strettamente legato all’avversione nei confronti della fede ortodossa”.
A complicare ulteriormente il quadro è la presenza di ulteriori gruppi di matrice marxista-leninista, come ad esempio il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (TPLF). Secondo le organizzazioni di monitoraggio locali, i gruppi opererebbero in alcuni casi con la tolleranza o la complicità del governo centrale.
Tedla Melaku, autore e attivista umanitario etiope-americano, sintetizza così la situazione: “Le forze wahhabite in Etiopia, in collaborazione con elementi etno-fascisti al potere nel regime, stanno massacrando cristiani e bruciando chiese, prendendo di mira in modo specifico gli Amhara a causa della loro eredità semitica e cristiana.
Dall’altro lato, le forze marxiste attaccano la Chiesa e l’identità cristiana dell’Etiopia da decenni. Questo è iniziato con l’omicidio dell’ultimo imperatore cristiano nel 1974 e con l’esecuzione del patriarca della Chiesa ortodossa etiope”.
Ciò che colpisce, nella lettura dei fatti etiopici, non è solo la brutalità degli attacchi, ma la sistematica assenza di copertura mediatica da parte della stampa occidentale. Centinaia di civili uccisi, chiese incendiate, intere comunità disperse: notizie che, se riguardassero altre minoranze religiose in altri contesti geopolitici, occuperebbero i titoli dei telegiornali per settimane.
L’Etiopia è uno dei Paesi più popolosi dell’Africa e uno dei più antichi Stati cristiani del mondo. La sua Chiesa ortodossa custodisce una tradizione che precede di secoli quella delle maggiori chiese europee.
Eppure i massacri dei suoi fedeli vengono registrati quasi esclusivamente da organizzazioni specializzate — Open Doors, Barnabas Aid, ECLJ — e da testate della diaspora etiope, mentre i grandi media internazionali guardano altrove.
La persecuzione dei cristiani in Africa è la più grande storia di violenza religiosa del nostro tempo, e rimane la meno raccontata. L’Etiopia, con i suoi numeri in crescita, si avvia a diventare il secondo fronte più grave del continente dopo la Nigeria.
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Articolo molto interessante e tremendo. Peccato che il carattere tipografico usato renda molto difficile e faticosa la lettura.
Se non cambiate il carattere tipografico rendendolo più scuro e più incisivo rispetto allo sfondo penso che perderete altri possibili followers, incluso il sottoscritto. Buona serata.
C. Bona
Grazie Celsio. Il nuovo sito è in corso di lavorazione e terremmo certamente conto della sua osservazione.
Forse dipende dal dispositivo con cui si legge? Io sul PC leggo perfettamente.
Proprio perché è un argomento trascurato, suggerirei di pubblicare questo articolo sui social. Nadia Mai
Inviato da Outlook per Androidhttps://aka.ms/AAb9ysg ________________________________
Nel mio blog lo sarà sicuramente.