
Il referendum sulla giustizia si chiude con la vittoria del No, ma il nodo resta intatto: il rapporto tra politica e magistratura. Tra inchieste urbanistiche a Milano e tensioni pre-elettorali, il voto appare sempre di più come un segnale politico mancato che come una scelta tecnica sul merito della riforma.
Un’attenzione particolarmente evidente è data dalla stampa milanese alla richiesta del pubblico ministero di requisire le torri, primo oggetto dell’indagine delle procure milanesi sull’edilizia, sebbene gran parte, se non tutti, gli appartamenti siano già stati venduti.
Alcuni non fortunati proprietari hanno votato NO al referendum, potendo finalmente esternare il loro astio contro la presidente del Consiglio, rea a loro avviso di essere naturalmente fascista, amica di Trump e pericolosa per il futuro del Paese. Naturalmente, in questa approfondita valutazione manca qualunque considerazione sulla composizione dell’attuale governo, che vede tre ministri come Giorgetti, Tajani e Crosetto in ruoli chiave, dove portano la loro esperienza, non certo di estrema destra.
Ma, tornando al merito della questione, quello che questi sfortunati proprietari di appartamenti acquistati nelle torri non hanno capito è che la vera questione posta dal referendum era spezzare, perlomeno parzialmente, quel rapporto perverso tra politica e magistratura, dando un segnale agli uni e agli altri: rapporto che è stato la causa di molti rovesciamenti di classi dirigenti negli ultimi cinquant’anni, avvenuti attraverso le procure e quindi in modo totalmente alieno da qualunque percorso democratico.
Rapporti perversi che non hanno portato a eliminare la malavita, soprattutto in alcune regioni, ma che hanno dato enorme potere alla magistratura e altrettanto ruolo a quella parte politica che agisce favorita da alcuni media in costante dialogo con essa. Milano, dall’epoca di Tangentopoli in poi, di questo è l’emblema.
Il disegno politico che vuole spazzare l’attuale dirigenza, troppo compiacente, e sostituirla non certo con il centrodestra ma con la parte più a sinistra del Partito Democratico, nucleo del campo largo, come dimostrano le dichiarazioni di Maiorino, oggi che si è precipitato a disegnare per il futuro una Milano diversa, non schiava a suo parere degli immobiliaristi, e forse sperando in una candidatura sua a sindaco, è fin troppo evidente a un anno dalle elezioni.
Certamente la proposta referendaria aveva delle lacune gravi, che rimandavano poi a integrazioni parlamentari, punti che avrebbero dovuto essere meglio esplicitati. Ma, prescindendo dal fatto che la divisione delle carriere è in vigore in gran parte dei Paesi occidentali, il vero significato di quel referendum era politico.
Per dare uno schiaffo alla presidente del Consiglio si è mancata un’opportunità che non si ripeterà: quella non di garantire l’indipendenza della magistratura dalla politica, ma quella della politica dalla magistratura, dando perlomeno un segnale a entrambe che il Paese era pronto a cambiare.
Gli inutili slogan “salviamo la Costituzione” — inutili perché nessuno metteva a rischio la Costituzione — hanno solo contribuito a mantenere uno stato di fatto che è, peraltro, tra le ragioni per cui qualche volta dall’estero ci guardano con sospetto quando si tratta di investire in Italia.
Una magistratura che si fa politica e una politica che si sottomette alla magistratura non sono il segno di un Paese sano. E questo, perlomeno, una parte degli italiani lo aveva capito, ma non è bastato.
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