

Le immagini delle piazze italiane, gremite in solidarietà con Gaza, hanno suscitato molto entusiasmo in una parte consistente dell’opinione pubblica. Lo sciopero nazionale di lunedì 22 settembre chiedeva anzitutto di fermare il massacro dei civili palestinesi, ponendo in essere tutte le azioni possibili per legare le mani a Israele ed impedire a Netanyahu di perpetrare la propria scellerata azione militare.
Come si può non essere d’accordo con un tale finalità, indipendentemente dalle sensibilità culturali e politiche? Eppure, qualcosa di profondo ha stonato, qualcosa che rende questo impegno nobile in astratto, tanto incompleto quanto contraddittorio.
Non ci riferiamo alle frange estremiste che, come spesso capita in queste mobilitazioni, si abbandonano ad atti di teppismo e a slogan inaccettabili. Per correttezza dobbiamo evitare di assimilare la totalità dei manifestanti a quanti esaltano o giustificano Hamas, riducono la storia di Israele a una mostrificazione ideologica o addirittura si abbandonano alla guerriglia urbana.
Per quanto largo sia il gruppo di violenti e radicali, dobbiamo distinguerlo da chi porta civilmente in piazza le proprie istanze, che in democrazia va sempre riconosciuto come interlocutore. Vogliamo pure evitare di approfondire quale sia il futuro che molti manifestanti immaginano per la Palestina, per non complicare troppo il discorso.
Il problema sorge quando la stessa sinistra (o un pezzo consistente di questa) che oggi scende in piazza per Gaza, quando si è trattato di Kyiv, ha fatto esattamente il contrario: non ha chiesto al governo italiano di sostenere chi subiva l’invasione e i bombardamenti russi, ma di “fermare le armi”, di “non provocare Putin”, di sacrificare la resistenza ucraina sull’altare di una pace astratta, unilaterale, che avrebbe significato soltanto la resa del Paese aggredito.
Per questo motivo, non vale l’argomento “per Gaza si fa di più perché i governi tacciono, per l’Ucraina di meno perché già aiutata”. Per l’Ucraina ci si è mobilitati, ma sostanzialmente contro o da equidistanti. Si è chiesto di interrompere gli aiuti militari che oggi permettono a Kyiv di difendersi e di contenere le perdite dei civili. Dire, ancora, che in Ucraina “non si tratta di civili contro un esercito” è capzioso: lo è solo perché USA e UE, con mille limiti e ritardi, hanno scelto di fornire armi, intelligence e sostegno politico.
Se avessimo ascoltato chi predicava disarmo e neutralità, oggi probabilmente saremmo a commentare la fine dell’Ucraina come Stato indipendente e democratico.
Questa contraddizione rivela da un lato, il solito vulnus ideologico, che porta a vedere l’Occidente come fonte di ogni male e chiunque gli si opponga come il “meno peggio”, fosse pure un regime autoritario o un invasore imperialista.
Dall’altro, una sorprendente ignoranza storica: molti sembrano dimenticare che l’Europa dell’Est ha conosciuto l’imperialismo russo e il giogo sovietico, che i popoli di Polonia, Baltici, Ucraina hanno lottato per la libertà, la democrazia, l’autodeterminazione. Che la Russia di Putin non è la risposta progressista ai difetti del capitalismo occidentale, ma una potenza che reprime diritti, annienta oppositori, perseguita minoranze.
Contro il mattatoio di Gaza si urla, giustamente, “basta bombe”. Per Kyiv si chiedeva “basta armi”. Ma senza armi, oggi, Kyiv non esisterebbe più come capitale di una nazione indipendente. Senza aiuti militari, milioni di ucraini sarebbero profughi sotto un regime fantoccio imposto da Mosca. Un pezzo consistente di sinistra italiana paga qui decenni di ambiguità mai risolte.
L’antioccidentalismo, l’illusione del “né con l’uno né con l’altro”, la tentazione di leggere ogni conflitto con le lenti degli anni Settanta, come se esistessero ancora imperialismi “buoni” e “cattivi”, finiscono per renderla muta davanti alle contraddizioni del presente.
Difendere i civili di Gaza è giusto e necessario. Ma difendere i civili ucraini significa difendere anche il loro diritto a resistere, a non essere cancellati da una potenza straniera. La sinistra che non riesce a tenere insieme questi due principi – pace e autodeterminazione, solidarietà e realismo – rischia di perdere entrambi. E, soprattutto, rischia di perdere ogni credibilità morale.
Non si tratta di imbastire un’assurda concorrenza tra due massacri. Tale questione è decisiva perché si tratta di dire se Gaza si difende in nome dei valori democratici o in forza dell’astio verso il malvagio Occidente, di cui Israele sarebbe un’espressione eminente, reiterando così vetusti schemi della “sinistra campista”, tanto inconsistenti dal punto di vista intellettuale, quanto seducenti nella loro falsa capacità di spiegare il mondo con pochi semplici elementi.
Nel primo caso, lo sguardo resta fisso sulle vittime, chiunque esse siano, e denuncia i tiranni, chiunque essi siano; nel secondo, invece, le vittime e i tiranni diventano solo figuranti da valorizzare in base ai propri pregiudizi politici.
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Articolo eccellente. Ancora mi scontro con gente che mi dice (testuale) “eh, ma Putin ha fatto anche cose buone”? . Oppure “la rivoluzione Ucraina e’ stata architettata dagli Stati Uniti contro la Russia”. Come se i 3000 morti di Euro Maidan fossero stati al servizio di qualcuno. Altro esempio di inconsistenza: in Sud Sudan c’e’ un genocidio anche piu’ grave con campi profughi di Uganda, ma nessuno ne parla e nessuno scende in piazza … come nessuno e’ sceso in piazza quando il regime iraniano sparava alla donne che protestavano
L’occidente è pieno di contraddizioni proprio perché è il contesto socio-politico più libero ad oggi espresso dall’umanità. E’ l’unico contesto politico e sociale che ammetta la possibilità di essere anti-se stessi. Questa semplice considerazione imporrebbe una riflessioni a sinistra: diritti individuali, di espressione, di genere, delle minoranze, sono temi occidentali. Che proprio l’Europa ritiene importanti e dirimenti a livello valoriale. L’Ucraina può fare errori, ma sono errori, non un progetto politico, Israele commette errori, anche gravissimi, ma non sono l’unica espressione del sentimento di un paese, infatti moltissima gente scende in piazza contro Netanyahu e non finisce per questo perseguitata. Lo stesso per Trump: opera una svolta autoritaria? La gente riempie le piazze. Quindi ben vengano sempre le piazze, soprattutto in presenza di una crisi umanitaria pesante. Anche se dimenticano qualche vittima, anche se non conoscono la storia nel dettaglio, anche se invocano l’ONU e la legalità solo su alcuni temi, e non si accorgono di altri.
Ottimo articolo, ma inutile, non c’e peggior sordo…