


Nel 1974, davanti al Consiglio di sicurezza dell’ONU, l’accusa era già formulata. Nel 1982, dopo appena quarantotto ore di guerra in Libano, il manifesto la portò in prima pagina. Il Dossier verde del CDEC documenta un repertorio – genocidio, soluzione finale, Israele uguale nazismo, colpa collettiva degli ebrei – che precede di decenni il 7 ottobre e il governo Netanyahu.
Quando, il 15 aprile 1974, davanti al Consiglio di sicurezza dell’ONU, Israele fu accusato di perseguire «un genocidio, puro e semplice, contro il popolo palestinese», Bibi Netanyahu aveva ventiquattro anni. Studiava architettura al MIT, dove era tornato dopo aver combattuto nella guerra del Kippur.
A pronunciare quelle parole fu Haissam Kelani, rappresentante della Siria, durante la 1766ª riunione del Consiglio di sicurezza. La frase si trova al paragrafo 65, pagina 7, del verbale ufficiale S/PV.1766.
Non è il solo caso. Nel 1978, quattro anni prima della guerra del Libano, un rapporto della Sottocommissione delle Nazioni Unite per la prevenzione delle discriminazioni registrava l’intervento di un membro secondo il quale avrebbe dovuto essere menzionata «la forma di genocidio subita dal popolo palestinese». Non era una risoluzione né una conclusione dell’organismo, ma la prova documentale che quel lessico circolava già nelle sedi internazionali.
Quanti affermano, o ritengono, che l’accusa di genocidio sia sorta in risposta alla condotta di Israele a Gaza dopo il 7 ottobre e che l’antisemitismo ne sia una conseguenza dovrebbero conoscere questi fatti. Il lessico oggi presentato come una reazione a Netanyahu era già disponibile quando Netanyahu non era ancora entrato in politica. E non sarebbe rimasto confinato nelle aule dell’ONU.
Nel 1982 quel repertorio era già completo: genocidio, soluzione finale, Israele uguale nazismo, gli ebrei trasformati da vittime in carnefici. E Netanyahu? Era vice ambasciatore a Washington.
Nel gennaio 1983 il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea pubblicò La guerra nel Libano e l’opinione pubblica italiana: confusione, distorsione, pregiudizio, antisemitismo, noto come Dossier verde. Curato da Adriana Goldstaub con la collaborazione di Laura Wofsi Rocca, raccoglie materiali prodotti tra il 6 giugno e l’8 ottobre 1982: titoli, articoli, volantini, manifesti, dichiarazioni pubbliche ed episodi di antisemitismo. Il dossier è consultabile integralmente sul sito dell’Osservatorio antisemitismo.

Il Dossier verde si inseriva in un’attività di monitoraggio avviata dal CDEC alla fine degli anni Sessanta, strutturata nel 1975 nell’Archivio antisemitismo e proseguita dal 1991 con un rapporto annuale. Non era dunque un documento occasionale, ma una delle prime tappe di una rilevazione continuativa. Fonti: storia dell’Osservatorio antisemitismo e rapporti annuali dal 1991.
Gli autori ne delimitano con precisione il perimetro: il dossier documenta il dibattito sulla guerra e offre una campionatura delle manifestazioni antisemite dello stesso periodo. Esclude le critiche, anche dure, che non sconfinano nella demonizzazione e non postula un nesso automatico tra linguaggio pubblico e atti antisemiti.
È entro questo perimetro che il Dossier verde avvalora l’evidenza storica. Non costruisce una teoria retrospettiva: mette in fila documenti raccolti mentre gli avvenimenti erano ancora in corso e mostra quanto rapidamente il governo israeliano, lo Stato d’Israele, gli israeliani e infine gli ebrei diventassero un unico soggetto colpevole.
L’8 giugno 1982, appena quarantotto ore dopo l’ingresso dell’esercito israeliano in Libano, il manifesto titolò: «Israele tenta il genocidio».
Il titolo non parlava di eccessi, di sproporzione o di possibili crimini di guerra. Attribuiva a Israele l’intenzione di compiere un genocidio. Il verbo «tenta» conteneva già il verdetto: non un esito da accertare, ma un progetto in corso. Il termine giuridicamente e storicamente più grave veniva impiegato quasi all’apertura delle ostilità, quando gli eventi successivamente arbitrariamente invocati a sua dimostrazione non erano ancora avvenuti.
il manifesto, 8 giugno 1982

Fonte: CDEC, Dossier verde, p. 14
Il passaggio dalla cronaca alla memoria della Shoah fu altrettanto immediato. Un manifesto della Federazione lavoratori metalmeccanici di Milano evocava vagoni piombati, campi di concentramento e camere a gas, raffigurava Begin come vittima trasformata in carnefice e accostava il «genocidio» alla «soluzione finale». A Bologna, il 21 giugno, partiti, sindacati e istituzioni convocavano una manifestazione sotto lo slogan «Fermiamo questo genocidio». Erano trascorse due settimane dall’inizio della guerra.
Il meccanismo semantico era già completo. Israele non veniva soltanto accusato di usare una forza illegittima: veniva collocato nel posto del nazismo. La memoria ebraica era requisita e rovesciata contro gli ebrei. La formula delle vittime diventate carnefici chiudeva il cerchio: Auschwitz cessava di essere una storia da ricordare e diventava l’unità di misura con cui imputare agli ebrei una colpa nuova.
«Il silenzio è complice»

Fonte: CDEC, Dossier verde, p. 23
«Fermiamo questo genocidio»

Fonte: CDEC, Dossier verde, p. 33
La parte più rivelatrice del Dossier verde viene subito dopo. Mentre la polemica si radicalizzava, il bersaglio usciva dalla politica israeliana. A Genova, il 14 e 15 giugno, comparvero svastiche sui portali della sinagoga e sulla lapide dedicata a un rabbino deportato. La contestazione di un’operazione militare aveva trovato il proprio indirizzo non in un’ambasciata o in una sede politica, ma in un luogo di culto ebraico e in un memoriale della deportazione.
Dopo i tragici eventi di Sabra e Chatila, il salto divenne ancora più esplicito. A Milano la comunità ebraica denunciò minacce e intimidazioni; un grande albergo rifiutò di ospitare la festa di compleanno di un ragazzo ebreo. Al San Carlo di Napoli il direttore d’orchestra israeliano Daniel Oren fu accolto da un quarto d’ora di insulti: «ebreo nazista», «massacratore», «assassino». Alcuni contestatori tentarono di farlo scendere dal podio. La sua responsabilità politica consisteva nell’essere israeliano; quella simbolica, nell’essere ebreo.
Non occorre dimostrare che ogni titolo di giornale produca una svastica o che ogni manifestante diventi un antisemita. Il dato decisivo è il passaggio di categoria: da una decisione del governo Begin alla colpa degli ebrei, da una guerra alla sinagoga, dal Libano alla festa di un ragazzo, dal gabinetto israeliano al podio di un musicista. La critica politica dispone di bersagli politici. Quando il bersaglio diventa l’ebreo in quanto tale, la parola corretta esiste già.
Il passaggio obbedisce alla più antica logica dell’antisemitismo, che trasforma l’ebreo nel portatore di una responsabilità collettiva. La Shoah rovesciata serve precisamente a questo: convertire il trauma ebraico nella prova di una colpa e trattare gli ebrei d’Europa come rappresentanti di Israele nelle città in cui vivono.
La sinagoga e il memoriale di Genova

Fonte: CDEC, Dossier verde, p. 104
Le minacce agli ebrei milanesi

Fonte: CDEC, Dossier verde, p. 121
Daniel Oren contestato al San Carlo

Fonte: CDEC, Dossier verde, p. 122
Quello che il Dossier verde documenta non è un’eruzione isolata destinata a spegnersi. È l’emersione di un repertorio che, una volta entrato nel discorso pubblico, resta disponibile e si riattiva a ogni conflitto. La struttura – il passaggio dal governo israeliano alla colpa degli ebrei, la Shoah rovesciata, l’ebreo trasformato in nazista – non è contingente. È ricorrente.
L’obiezione più comune sostiene che le fiammate antisemite seguano le guerre d’Israele e siano dunque una loro conseguenza. La sequenza temporale viene trasformata in assoluzione morale: se l’odio esplode dopo un’azione israeliana, quell’azione avrebbe generato l’odio.
Ma un detonatore non è una causa e soprattutto non trasferisce la responsabilità dall’aggressore alla vittima. Il fatto politico offre una data, un lessico e un’occasione a un pregiudizio che deve essere già disponibile per colpire persone estranee a quel fatto.
Le responsabilità restano distinte. Il governo israeliano risponde delle proprie decisioni; chi minaccia un ebreo o profana una sinagoga risponde del proprio antisemitismo. Confondere i due piani non rende più severo il giudizio su Israele; rende più indulgente il giudizio su chi odia gli ebrei.
Il dossier del 1982 registra una concomitanza e distingue la critica dalla distorsione e la distorsione dal pregiudizio. È una cautela che oggi si è quasi persa. La catena viene spesso raccontata al contrario: prima la condotta di Netanyahu, poi la radicalizzazione dell’opinione pubblica, infine l’antisemitismo come sottoprodotto deplorevole ma comprensibile. I documenti mostrano invece che il vocabolario, le analogie e il trasferimento della colpa erano operativi decenni prima.
La storia successiva offre un controesperimento persino più semplice: le stesse accuse e le stesse fiammate antisemite si sono manifestate quando Israele era governato da uomini e partiti che non appartenevano al Likud.
Nel novembre 1975, mentre il primo ministro era il laburista Yitzhak Rabin, l’Assemblea generale dell’ONU approvò la risoluzione 3379, secondo cui «il sionismo è una forma di razzismo e discriminazione razziale». La risoluzione sarebbe stata revocata soltanto nel 1991. Fonti: biografia di Rabin sul sito della Knesset e risoluzione 3379 dell’Assemblea generale.
Nell’autunno del 2000, durante il governo laburista di Ehud Barak e nelle prime settimane della seconda Intifada, la polizia francese registrò più di settanta episodi antisemiti. In una sola notte furono incendiate cinque sinagoghe; venne attaccata con bottiglie incendiarie una scuola ebraica e furono date alle fiamme le porte delle abitazioni di due famiglie ebree. La cronaca del Guardian è del 14 ottobre 2000.
Nel 2006, mentre governava Ehud Olmert, leader del partito centrista Kadima, la guerra con Hezbollah fu accompagnata da un aumento degli episodi antisemiti in Europa. Un rapporto del Congresso ebraico europeo, costruito sulle segnalazioni di ventinove comunità nazionali, documentò vandalismi, minacce, insulti e aggressioni contro gli ebrei locali. Il rapporto del Congresso ebraico europeo rilevò che l’atmosfera anti-israeliana si riversava frequentemente sugli ebrei europei. In Italia il CDEC censì ottanta episodi, contro i cinquantatré dell’anno successivo, con una moltiplicazione di scritte contro Israele e gli ebrei e di email di minacce e insulti. Fonte: Osservatorio antisemitismo della Fondazione CDEC.
Tra il dicembre 2008 e il gennaio 2009, durante l’operazione Piombo fuso, il primo ministro era ancora Olmert e il ministro della Difesa era il laburista Ehud Barak. Il presidente dell’Assemblea generale dell’ONU Miguel d’Escoto Brockmann accusò Israele di genocidio. La dichiarazione fu riportata il 14 gennaio 2009.
A Roma un piccolo sindacato propose di boicottare non i prodotti israeliani, ma direttamente i negozi appartenenti a ebrei, invitando a non acquistare dalle attività «gestite dalla comunità ebraica». La protesta contro l’operazione militare aveva dunque nuovamente trovato il proprio bersaglio negli ebrei italiani. La vicenda fu documentata dal World Jewish Congress. Il successivo rapporto del CDEC individuò proprio nel gennaio 2009 il mese maggiormente caratterizzato da episodi di pregiudizio e ostilità contro gli ebrei. Fonte: L’antisemitismo in Italia nel 2008 e all’inizio del 2009.
Rabin, Barak e Olmert non appartenevano al Likud. Il governo cambiava, il trasferimento della colpa restava identico: dalle decisioni di Israele agli ebrei che vivevano a Parigi, Milano o Roma.
Il 7 ottobre 2023 Hamas massacrò civili israeliani, devastò comunità e prese ostaggi. La cronologia successiva è cruciale perché impedisce di raccontare l’intera ostilità occidentale come reazione a ciò che Israele avrebbe fatto dopo.
Il 15 ottobre, otto giorni dopo il massacro e prima dell’inizio dell’operazione terrestre, più di ottocento studiosi e professionisti del diritto internazionale, dei conflitti e dei genocidi firmarono una dichiarazione che avvertiva del possibile genocidio a Gaza. Il documento porta la data del 15 ottobre 2023. La categoria era già al centro della scena nella fase iniziale della guerra.
La cronologia decide una questione precisa: l’accusa non può essere descritta come il risultato inevitabile di venti mesi di guerra se compare dopo otto giorni. Come nel 1982, il verdetto arriva prima della lunga ricostruzione che in seguito sarà usata per giustificarlo. La parola precede il fascicolo.
Netanyahu diventa così un alibi retroattivo. Gli vengono attribuite non soltanto le responsabilità del suo governo, ma l’origine di un repertorio che lo precede di decenni. Il nome del primo ministro è cambiato più volte. La struttura dell’accusa è rimasta intatta.
Il Dossier verde rende difficile sostenere che l’antisemitismo contemporaneo sia stato esasperato fino a diventare qualcosa di nuovo dalla condotta dell’attuale governo israeliano. Le guerre offrono al pregiudizio un’occasione, una data e nuove parole d’ordine. Non lo inventano.
Nel 1982 c’erano già il genocidio pronunciato quasi subito, l’ebreo trasformato in nazista, la Shoah rivoltata contro le sue vittime, le sinagoghe imbrattate e gli ebrei chiamati a rispondere di Israele. Negli anni successivi lo stesso meccanismo si è ripresentato sotto governi laburisti, centristi e di destra.
Attribuire a Netanyahu l’origine o la natura di questo repertorio significa scambiare il pretesto con la causa. Nel 1974 Netanyahu era uno studente; nel 1975 governava Rabin; nel 1982 c’era Menachem Begin; nel 2000 c’era Barak; nel 2006 e nel 2009 c’era Olmert.
Cambiano le guerre, i governi e i primi ministri. Restano l’accusa di genocidio, l’inversione della Shoah, gli attacchi agli ebrei della diaspora. Resta l’antisemitismo.
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