


Un programma australiano destinato ai media multiculturali ha assegnato oltre mezzo milione di dollari a operatori accusati di estremismo e antisemitismo. Il caso mostra come criteri burocratici e controlli opachi possano trasformare la coesione sociale in un’etichetta, finanziando contenuti contrari agli obiettivi dichiarati dal programma statale.
Non sempre è necessario che gli avversari dell’Occidente finanzino direttamente chi lo combatte dall’interno. Ieri abbiamo raccontato come soldi cinesi, reti di Hamas e bot iraniani possano convergere con movimenti occidentali.
In Australia il meccanismo compie un passo ulteriore. Non servono Teheran o Pechino, finanziatori opachi o società-schermo. Sono bastati un ministero, un bando pubblico e un controllo che, sul punto decisivo, non ha lasciato tracce sufficienti per capire quale giudizio sia stato esercitato.
Il programma
Nel quadro del pacchetto Critical Support for Multicultural Communities, dotato complessivamente di 44,8 milioni di dollari australiani, il governo di Canberra ha finanziato un programma destinato ai media multiculturali indipendenti. L’iniziativa, annunciata per 10 milioni, ha distribuito 9,2 milioni nell’esercizio 2025-26, con contributi compresi tra 35 mila e 500 mila dollari. Minister for Multicultural Affairs – Department of Home Affairs
Le intenzioni erano quelle di promuovere comprensione, tolleranza e appartenenza. Anche la coesione sociale compare nei criteri. Per gli operatori candidati nella categoria 3, quella degli outlet multiculturali indipendenti, il Department of Home Affairs richiede che i contenuti non «minino la coesione sociale»: produced content does not undermine social cohesion.
La precisazione sulla categoria conta. Per le categorie 1 e 2 l’accesso passa invece dall’appartenenza a due associazioni di settore, IMMA e CBAA. Per sapere se la clausola sui contenuti si applicasse a un determinato beneficiario occorre dunque conoscere la categoria con cui ha partecipato. Gli atti pubblicamente accessibili non lo spiegano.
L’inchiesta
Il 9 agosto The Australian ha calcolato che 532.300 dollari sono finiti a tre operatori accusati di avere ospitato retorica estremista, stereotipi antisemiti e contenuti indulgenti verso Hezbollah e Hamas: 308 mila dollari a OPN Media Limited, 100 mila a Seena Incorporated e 124.300 a 1620 Pty Ltd. The Australian
Il contributo più consistente è quello assegnato a OPN Media, la società che gestisce OnePath Network. La sovvenzione compare nel registro pubblico GrantConnect. Le accuse sui contenuti provengono invece dall’inchiesta del quotidiano e vanno verificate sulle pubblicazioni originali. GrantConnect
Tra queste figura un’intervista all’ex ministro degli Esteri Bob Carr intitolata «Exposing the disturbing Israeli lobby inside Australia». OnePath presenta la lobby israeliana come un’operazione ricca e organizzata, capace di condizionare la democrazia australiana; Carr arriva a definirla una «Israeli Jewish lobby» che agirebbe come operazione d’influenza straniera. OnePath Network
La critica a Israele e alle organizzazioni filoisraeliane è materia politica legittima. Nemmeno intervistare una figura pubblica equivale ad aderire a ogni sua affermazione. Il problema è la cornice scelta dal network: il passaggio dalla critica a gruppi di pressione identificabili alla rappresentazione di una lobby ebraica finanziariamente onnipotente, capace di deformare la democrazia nazionale, riattiva uno degli archetipi più antichi dell’antisemitismo.
Il meccanismo
Gli atti disponibili non rivelano in quale categoria OPN sia stata ammessa né quale verifica editoriale sia stata compiuta. Il bivio, però, è chiaro. Se ha partecipato nella categoria 3, la compatibilità dei contenuti con la coesione sociale era un requisito esplicito e il governo dovrebbe spiegare come sia stato valutato. Se ha avuto accesso attraverso un’altra categoria, emerge un difetto del bando: il criterio sui contenuti non vale con la stessa chiarezza per tutti.
Un bando controlla facilmente registrazione, bilanci, capacità tecnica e sostenibilità economica. Giudicare i contenuti è più scomodo, perché impone di stabilire quando la militanza politica diventi propaganda, demonizzazione o incitamento.
Esaminare severamente un media che rappresenta una minoranza espone inoltre un’amministrazione all’accusa di discriminazione; limitarsi ai requisiti formali è burocraticamente più sicuro. Non sappiamo se questo timore abbia guidato i funzionari australiani. Ma l’incentivo esiste: il costo del giudizio è immediato, quello dell’omissione emerge soltanto quando qualcuno confronta le sovvenzioni con i contenuti.
La prudenza contro le discriminazioni è doverosa. Quando però diventa rinuncia a valutare il merito, la coesione sociale si riduce a una formula rituale: tutti la sottoscrivono, nessuno spiega come sia stata applicata.
La differenza che conta
Il caso australiano non dimostra alcuna regia straniera. Sono le istituzioni democratiche a destinare volontariamente, con denaro dei contribuenti e finalità virtuose, risorse a operatori accusati di contraddire gli obiettivi del programma.
Chiamarli «avversari» non significa che ogni beneficiario sia un nemico dell’Occidente o che ogni critica a Israele sia antioccidentale. Significa riconoscere che uno Stato può sussidiare messaggi che corrodono le regole comuni in nome delle quali concede il sussidio.
Le prime vittime sono proprio le comunità che il programma vorrebbe servire. I media comunitari che informano senza indottrinare si trovano in concorrenza con operatori ideologici meglio organizzati e ora anche finanziati. La coesione sociale esce dal circuito più fragile di come vi era entrata.
Nel gennaio 2026 lo stesso Stato australiano ha approvato il Combatting Antisemitism, Hate and Extremism Act, che aumenta le pene per alcuni reati d’odio, introduce strumenti contro i gruppi estremisti ed estende i poteri di revoca o rifiuto dei visti. La legge ha ricevuto il Royal Assent il 21 gennaio ed è entrata in vigore il giorno successivo. Attorney-General’s Department
Il sistema politico australiano combatte dunque l’antisemitismo per legge e, per via amministrativa, finanzia operatori accusati di diffonderne gli stereotipi. Non è necessario immaginare una complicità ideologica: basta una procedura che controlla tutto tranne ciò che andrebbe davvero controllato.
Il capolavoro dell’Occidente contemporaneo non è aver scelto consapevolmente di finanziare i propri avversari. È aver sostituito il giudizio con una procedura burocratica, fino a poterli finanziare senza che nessuno debba poi assumersene la responsabilità.
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La questione non sembra semplice e facilmente risolvibile.
Per esempio, quegli operatori trovati colpevoli di fare propaganda antisemita e/o antioccidentale, potrebbero aver dimostrato inizialmente di essersi conformati alle regole per poter accedere ai finanziamenti e di avere una struttura interna pienamente legale e autorizzata.
Potrebbero aver agito come attraverso delle imprese di copertura utilizzate dalle organizzazioni criminali, a prima vista sembrando a norma operando con attività regolari ma avendone invece di altre con secondi fini sottostanti e non immediatamente intercettabili dalle autorità.