

Luigi Di Placido è un imprenditore, appassionato di politica sin da ragazzo. Consigliere comunale a Cesena per diverse legislature. Da sempre appartenente all’area politica liberaldemocratica. Segretario Provinciale e membro della Direzione Nazionale del Partito Liberaldemocratico. Benvenuto Luigi.
La campagna promossa da Ravenna Farmacie e dal Comune introduce criteri politici nella scelta dei prodotti farmaceutici. Un precedente che mette in discussione l’imparzialità del servizio pubblico, la fiducia nel farmacista e la distinzione tra competenza sanitaria e propaganda geopolitica.
Le farmacie comunali dovrebbero essere tra i pochi luoghi nei quali il cittadino possa sentirsi al riparo dalla polarizzazione politica. Entrandovi, ci si aspetta informazioni corrette sui medicinali, consigli fondati sulle evidenze scientifiche e assistenza orientata esclusivamente alla tutela della salute.
Per questo, la comunicazione promossa da Ravenna Farmacie, con il coinvolgimento del Comune di Ravenna, rappresenta un precedente preoccupante.
L’iniziativa, presentata con lo slogan “Abbi cura delle tue scelte”, invita i cittadini a preferire, quando possibile, prodotti riconducibili ad aziende non coinvolte in conflitti armati o in presunte violazioni dei diritti umani. Non si tratta della campagna di un’associazione privata, ma di un messaggio diffuso attraverso un servizio pubblico essenziale gestito da una società partecipata dai Comuni.
È questo il punto decisivo.

Nessuno mette in discussione il diritto di criticare il governo israeliano o di sostenere campagne di pressione economica. Ma una farmacia comunale non è un’associazione politica. Non è il luogo nel quale un’amministrazione possa suggerire di orientare l’acquisto di un farmaco sulla base della nazionalità del produttore o di valutazioni geopolitiche estranee alla qualità del medicinale.
Il criterio con cui un farmaco viene consigliato dovrebbe essere esclusivamente clinico: efficacia, sicurezza, appropriatezza terapeutica, disponibilità ed equivalenza. Tutto il resto appartiene alla libertà morale e politica del cittadino.
La fiducia nel farmacista non può essere utilizzata per fare politica.
Chi entra in farmacia spesso si trova in una condizione di vulnerabilità e si affida a un professionista sanitario. Quell’autorevolezza deriva dalla competenza scientifica e deve restare confinata alla salute. Il farmacista può spiegare effetti, interazioni, modalità d’uso e proporre equivalenti quando appropriati. Non dovrebbe utilizzare la stessa posizione di fiducia per orientare il cittadino su questioni di politica internazionale o su campagne di boicottaggio.
Non si tratta di negare al farmacista le proprie opinioni personali, ma di distinguere la libertà del cittadino dalla funzione esercitata all’interno di un servizio pubblico.
La lezione del Covid
Durante la pandemia, medici, farmacisti e istituzioni hanno combattuto la disinformazione, chiedendo ai cittadini di fidarsi della medicina basata sulle evidenze. Sarebbe paradossale utilizzare oggi quella stessa autorevolezza per veicolare messaggi che con la medicina non hanno nulla a che vedere.
Se il farmacista deve essere credibile quando parla di vaccini, antibiotici e terapie, la sua funzione non può essere piegata a campagne geopolitiche. La credibilità scientifica è un bene pubblico fragile: mescolare scienza e militanza non rafforza la politica, ma indebolisce la fiducia nella medicina.
La responsabilità del Comune
La responsabilità dell’iniziativa non può essere attribuita soltanto a Ravenna Farmacie. Il coinvolgimento del Comune conferisce alla campagna un carattere istituzionale.
L’amministrazione non si è limitata a consentire l’espressione di un’opinione nello spazio pubblico, ma ha associato la propria autorevolezza a un messaggio che invita a considerare criteri politici nella scelta dei prodotti farmaceutici.
Un Comune dovrebbe tutelare la neutralità del servizio sanitario, non trasformarlo in uno strumento di pressione politica.
Un precedente politico
L’iniziativa si inserisce in un clima già segnato dalla decisione della Regione Emilia-Romagna di interrompere nel 2025 i rapporti istituzionali con il governo israeliano e con soggetti a esso riconducibili.
Pur trattandosi di una scelta diversa da quella delle farmacie, emerge la stessa impostazione: utilizzare le istituzioni come strumento di pressione politica. La comunicazione di Ravenna Farmacie rappresenta un ulteriore passo, trasferendo questa logica direttamente nel rapporto tra operatore sanitario e cittadino.
La propaganda dell’insinuazione
La campagna parla di grandi aziende farmaceutiche coinvolte in guerre o in “presunte violazioni dei diritti umani”, ma evita di indicare con precisione nomi, fatti e responsabilità accertate.
È il metodo dell’insinuazione: evocare accuse gravissime senza fornire al cittadino gli elementi necessari per verificarle.
Se esistono imprese responsabili di comportamenti illeciti, si indichino chiaramente i fatti e le decisioni delle autorità competenti. Altrimenti, si finisce per promuovere un boicottaggio politico senza assumersene apertamente la responsabilità.
Il doppio standard
Esiste poi un evidente problema di coerenza.
Perché analoghe campagne non vengono promosse contro imprese cinesi, iraniane o russe? Perché non vengono coinvolte aziende riconducibili ad altri regimi autoritari con i quali l’Europa continua a intrattenere rapporti economici?
Il punto non è chiedere più boicottaggi, ma nessuno. Un servizio sanitario pubblico non dovrebbe promuovere campagne selettive contro uno specifico Paese. Quando un principio viene applicato soltanto a un bersaglio, smette di essere universale e diventa uno strumento politico.
La contraddizione appare ancora più evidente se si considera che, in molti casi, le alternative ai farmaci Teva contengono principi attivi o materie prime prodotti in Cina. Ciò significa che il criterio etico viene applicato selettivamente: si invita a evitare un’azienda israeliana, ma non ci si pone lo stesso problema quando la filiera produttiva coinvolge un Paese nei cui confronti gravano accuse altrettanto gravi in materia di diritti umani. Se il criterio fosse davvero universale, dovrebbe valere per tutti; se viene utilizzato soltanto nei confronti di Israele, assume inevitabilmente un carattere politico.
Il caso Teva
Il riferimento implicito è Teva, tra i principali produttori mondiali di farmaci generici.
Chi sostiene un boicottaggio dovrebbe riconoscerne anche le conseguenze. Ridurre vendite e fatturato significa colpire non solo gli azionisti, ma anche ricercatori, tecnici, impiegati e lavoratori che spesso operano fuori da Israele e non hanno alcuna responsabilità nelle scelte del governo.
Non si può invocare un danno economico all’impresa e poi dichiararsi estranei ai suoi effetti sull’occupazione.
L’imparzialità delle istituzioni
L’articolo 97 della Costituzione impone il principio di imparzialità dell’amministrazione.
Non si tratta di sostenere che questa iniziativa violi direttamente la Costituzione, ma di ricordare che una pubblica amministrazione non dovrebbe utilizzare un servizio sanitario per favorire o sfavorire operatori economici sulla base di criteri ideologici estranei alla funzione esercitata.
Il cittadino deve poter entrare in una farmacia comunale certo che il farmaco consigliato sia il più appropriato sotto il profilo terapeutico, non quello politicamente più gradito all’amministrazione.
Una questione che va oltre Israele
La questione riguarda il limite dell’azione delle istituzioni.
Una farmacia comunale deve tutelare la salute, non educare geopoliticamente il cittadino. Deve proporre un farmaco alternativo quando esistono motivazioni cliniche, terapeutiche o economiche, non per la nazionalità del produttore.
Oggi il riferimento è Gaza. Domani potrebbe essere qualsiasi altro conflitto.
Una società liberale si misura dalla capacità di preservare l’imparzialità delle istituzioni anche quando la pressione politica spinge nella direzione opposta.
La neutralità delle istituzioni non serve a proteggere i governi o le imprese. Serve a proteggere la libertà dei cittadini e la credibilità dei servizi pubblici. Per questo, la farmacia comunale deve restare un luogo di cura, competenza e fiducia, non uno spazio nel quale la scienza venga piegata alla propaganda e la salute diventi lo strumento di una campagna politica.
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