

La cura del vestire, in certi casi una mania, è una delle sfaccettature della personalità, il modo più immediato e visibile di parlare di noi senza aprire bocca.
Ma è un’inclinazione innata o una cosa che si impara? Nel mio caso è un hobby maniacale i cui mentori sono stati certamente mia madre e ovviamente mio padre.
Non era un uomo perfetto, macho infedele e inguaribile ottimista che si procurò guai finanziari, ma era indiscutibilmente elegante, con la particolarità di avere grandi intuizioni, scoprendo e indossando capi e accessori in netto anticipo sulla universale notorietà.

Riassumo il concetto in tre esempi di scarpe che tutti conoscono: le Superga J Cot blu appena lanciate negli anni 50, poi quando divennero di uso comune, snobisticamente passò alle omologhe Dunlop, acquistate a Londra.
Le Clark desert boots color sabbia, sempre acquistate a Londra quando ancora non erano importate, le Trickers (marchio by appointment spesso ai piedi di re Carlo) di crosta scamosciata color miele con la para, che il suo amico Bruno Piattelli, noto stilista, aveva importato in esclusiva per l’Italia e proposte nel suo store romano, all’inizio degli anni ‘60.
Credo che il racconto di qualche episodio illustri bene il suo modo di essere, relativo all’abbigliamento, le cui finalità sono sintetizzabili con ambizione mista a narcisismo, anelito alla perfezione, promozione della propria immagine, finalizzata anche ad ottenere vantaggi nel lavoro e nella vita sociale.
Il primo episodio è inerente alla sua attività di agente tessile: immaginate un torrido giorno di fine luglio a Roma e un appuntamento alle tre del pomeriggio con un cliente per mostrare un campionario.
Al risveglio dal riposino pomeridiano (la romana pennichella) il nostro indossa una camicia azzurra fresca di bucato, un completo di lino bianco impeccabilmente stirato, una cravatta blu a piccole righe bianche, un fazzoletto azzurro al taschino della giacca irrorato di Green Water, limonosa e intensa eau de toilette di Jaques Fath, abbondantemente aspersa anche su viso e mani.
Un collaboratore dello studio, dopo aver recato le valige del campionario con una Fiat Multipla, le ha depositate all’interno del negozio e lo attende in strada per prendere in consegna l’auto con cui arriva e parcheggiarla.
A quel punto mio padre entra come un divo, abbronzato e spandendo nell’aria il profumo, ad accoglierlo il proprietario del negozio sudato e con l’abito stazzonato da una mattina di lavoro dietro al banco, poteva iniziare l’impari lotta costruita con studiata strategia.
Stessa routine nei frequenti viaggi nel varesotto a visitare le industrie che rappresentava nella capitale. Non accettava inviti a pranzo, aveva la solita camera prenotata all’Hotel Astoria di Gallarate, dopo il pranzo, mentre una cameriera opportunamente foraggiata provvedeva allo stiro dell’abito indossato, non mancava un rapido pisolino. Sosteneva infatti di essere come Churchill che aveva uno stanzino con un letto adiacente alla war room dove riposare anche sotto i bombardamenti.
Alcune volte in cui lo accompagnai, colsi l’espressione stupita dei suoi interlocutori nel vederlo avvolto nella sua aggressiva impeccabilità, mentre loro erano lì dal mattino fiaccati dagli impegni.
Le sue mise estive erano sempre avanti e coraggiose: pantaloni di cotone a colori vivaci, tra i primissimi a indossare le polo nido d’ape, mocassini di cuoio grasso e al mare short al posto degli slip, dopo il soggiorno in un Club Méditerranée, iniziò a indossare parei a fiori.
Mia madre non era da meno, invidiata e odiata dalle amiche per la sua eleganza sobria ma di classe, conservo una foto che la ritrae insieme al marito appoggiati alla murata di un traghetto per Capri, ambedue indossano degli occhiali da sole Ray Band a goccia, è il 1946!
Ma non meno espressiva è la foto che ho allegato, sono sulla Michelangelo in rotta per New York nell’estate del ‘66.
Ancora oggi sarebbero piaciuti ad Armani nella loro semplicità, pantaloni bianchi e maglia blu, Superga lui e lei iconiche ballerina blu, in anticipo su quelle che hanno fatto la fortuna di Spelta in corso Garibaldi angolo via Pontaccio a Milano negli anni ‘80.
Un altro episodio riguarda il matrimonio di fine primavera di un amico dei miei cui ho partecipato. Mio padre decise di indossare un completo di leggera flanella grigio chiarissimo suscitando lo stupore degli altri uomini tutti avviluppati in abiti scuri grigio antracite o blu.
In occasione del matrimonio dell’ultima sorella di mia moglie nella chiesa di Santa Agnese in Agone a Piazza Navona a fine aprile, decisi di replicare l’exploit di mio padre e ancora oggi, a distanza di molti anni, vengo preso in giro per il mio completo grigio chiarissimo.
Dunque diciamo che molto si impara, ovviamente se si è attratti e interessati, se è vero che mio fratello ha scelto una via casual in netto contrasto ed in chiave con la sua passione per la chitarra rock, che suona tuttora ultrasettantenne.
Termino con l’episodio chiave del mio apprendistato: ero ospite a casa dei miei nonni, adiacente all’ufficio di papà, per essere più tranquillo e concentrato, perché stavo sostenendo gli esami di terza media.
La mattina degli orali, indossai un paio di jeans e una t-shirt a larghe righe orizzontali bianche e rosse, ma uscendo di casa incontrai mio padre che mi intimò di correre a cambiarmi con qualcosa di più consono alla circostanza.
Seduto difronte alla mia professoressa e alla commissaria, sentii quest’ultima sussurrare alla mia insegnante: “Carino questo ragazzo e anche ben vestito”.
Storie di un tempo che non c’è più, quando l’abito faceva il monaco, appartenenti al mio vissuto, senza rimpianti ma con la nostalgia degli anni giovanili.
Eppure, nonostante la distanza temporale e il mondo cambiato, qualcosa ancora sopravvive sotto mentite spoglie.
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L’ apparenza, non è mai un semplice dettaglio, ma un vero e proprio strumento di comunicazione.
Bravo Stefano!!!GVInviato da iPhone
Io però sono sempre stata convinta che è il monaco che fa l’abito: ci sono persone eleganti con addosso non più di 30 euro spesi a un banco del mercato e persone che lasciano capitali nelle migliori sartorie e consigliate dai migliori esperti, vicino alle quali avrebbe fatto migliore figura la mia nonna lavandaia.
Sono perfettamente d’accordo, infatti ho in preparazione un articolo su come si possa sentirsi a posto con poco senza essere schiavi del lusso.
Bene, resto in attesa.