
Vi sono due ragioni tra loro compatibili per spiegare il congiunto attacco israeliano e statunitense all’Iran, attacco che ha prodotto già ieri, come primo risultato, la morte di Khamenei. La prima, la più evidente e annunciata, è quella di scongiurare la possibilità che l’Iran possa dotarsi presto dell’arma atomica. La seconda, probabilmente di supporto, anche se non si sa con certezza quanto davvero rilevante nella circostanza presente, è quella di impedire che il massacro del popolo iraniano ad opera dei pasdaran possa continuare per un tempo indefinito e consentire a quel popolo di liberarsi da una spietata dittatura.
Iniziando da questo secondo aspetto, da questa seconda possibile concausa, anche se meno decisiva rispetto alla prima, della decisione presa da Israele e Stati Uniti, essa ha prodotto in passato critiche severe, tutte più o meno esplicitamente imperniate sull’argomento per cui si tratterebbe di una violazione del diritto internazionale. Si tratta di un argomento ormai storico, che risale perlomeno alla guerra mossa all’Iraq di Saddam Hussein dall’amministrazione di George Bush, secondo cui non si può pretendere di esportare la democrazia violando, appunto, il diritto internazionale. Potremmo tuttavia chiederci se quest’argomento sia ancora, anche ammesso che lo sia mai stato, un argomento davvero pertinente e risolutivo.
Vi sono epoche in cui le parole diventano leggere, e altre epoche, più rare, in cui accade il contrario. Noi viviamo in un tempo in cui le parole “democrazia” e “difesa” vengono pronunciate con tale frequenza da rischiare di svuotarsi e tuttavia portano ancora con sé un peso morale che non si lascia dissolvere. Se si vuole collegarle in un solo ragionamento, occorre farlo con attenzione, come chi attraversa un ponte sospeso, perché un solo passo falso può far precipitare nella retorica o nel cinismo.
La democrazia, se la si intende seriamente, non è un prodotto da esportazione. Non si fabbrica in un arsenale né si imballa in una dichiarazione solenne. Essa nasce da una trama interna di responsabilità, di conflitti regolati, di libertà accettate anche quando producono esiti sgraditi. Per questo l’espressione “esportare la democrazia” è pericolosa: suggerisce un gesto unilaterale, quasi tecnico. Eppure vi è un senso in cui essa può risultare legittima.
È legittimo intervenire non per imporre un modello, ma per rimuovere un ostacolo radicale che impedisce a un popolo in lotta di vedere riconosciuti i propri diritti fondamentali e di conseguire il suo obiettivo. Se un regime sopprime sistematicamente ogni possibilità di scelta, di parola, di associazione; se rende impossibile qualsiasi forma di mutamento pacifico; se perseguita chi tenta di esercitare diritti elementari, allora la comunità internazionale, o anche singoli Stati, possono trovarsi davanti a un dilemma morale: restare spettatori, in nome di una sovranità astratta riconosciuta dal diritto internazionale, o riconoscere che la sovranità, quando diventa strumento di oppressione assoluta, tradisce la sua ragion d’essere e non è più fondata su alcun altro diritto oltre quello della forza.
In questo senso “esportare la democrazia” significa restituire condizioni minime di libertà e non decidere dall’esterno chi debba governare. Significa creare uno spazio in cui un popolo possa determinarsi, non sostituirsi a quel popolo. È un’operazione negativa prima che positiva: togliere la morsa, non scrivere il copione. La sua legittimità non deriva dall’utile di chi interviene, ma dalla realtà dell’oppressione e dall’esistenza di una volontà interna di libertà.
L’altro aspetto su cui però è giusto soffermarsi non è meno importante, ma in un certo senso è anche più elementare e più drammatico, perché non riguarda il modo di governarsi, bensì la possibilità stessa di esistere. Uno Stato non è un individuo, ma è composto da individui, e quando la sua distruzione viene dichiarata come obiettivo politico esplicito, quando essa è accompagnata da azioni, finanziamenti e armamenti coerenti con quell’obiettivo tanto da renderlo realisticamente conseguibile, il problema non è più la qualità del regime, bensì la sopravvivenza. Qui il linguaggio della democrazia tace e parla quello della legittima difesa.
La difesa non è una virtù eroica: è una condizione necessaria per continuare ad esistere. Se l’attacco è in corso, nessuno contesta il diritto a respingerlo. Più controverso è il caso in cui l’attacco non sia ancora materialmente iniziato, ma si prepari con mezzi tali da rendere la distruzione possibile in tempi brevi e con effetti irreparabili. Nel mondo nucleare, la categoria dell’“imminenza” non coincide più con l’ultimo minuto prima del lancio: coincide talvolta con il momento in cui la capacità diventa operativa. Attendere può equivalere a consentire.
Perciò il diritto di autodifesa può includere azioni preventive, ma solo a precise condizioni. Deve esistere una minaccia concreta e non meramente ipotetica; deve esservi una proporzionalità tra il male temuto e il mezzo impiegato; devono risultare impraticabili alternative meno distruttive. La prevenzione non è una licenza generale a colpire chiunque si percepisca ostile: è un’extrema ratio, giustificata dall’assenza di altre vie efficaci.
A questo punto i due ragionamenti si incontrano. La democrazia è il regime che riconosce ai cittadini il diritto di scegliere da chi essere governati; la difesa è il diritto di non essere cancellati. Se uno Stato minaccia l’esistenza di un altro e nel contempo opprime il proprio popolo negandogli ogni possibilità di cambiamento, le due dimensioni, quella della libertà interna e quella della sicurezza esterna, possono intrecciarsi. Intervenire per impedire un annientamento può avere come effetto collaterale l’apertura di uno spazio politico; intervenire per aprire quello spazio può, in taluni casi, ridurre una minaccia strutturale.
Ma proprio perché le due giustificazioni possono sovrapporsi, cresce il rischio dell’abuso. Si può invocare la libertà per mascherare un interesse strategico e si può invocare la difesa per anticipare un conflitto che non era inevitabile. La legittimità morale non si dichiara: si dimostra nei fatti, negli obiettivi limitati, nella cura per i civili, nella volontà di fermarsi quando il fine è raggiunto.
In ultima analisi, la questione non è se sia mai lecito esportare la democrazia o colpire preventivamente: è se, in un caso concreto, tali azioni proteggano davvero la dignità e la vita degli esseri umani coinvolti. Se esse impediscono una distruzione imminente e aprono la possibilità di un ordine più libero, possono trovare una giustificazione morale, anche quando il diritto positivo appare incerto o insufficiente. Se invece amplificano la violenza, stabilizzano nuovi domini o alimentano spirali incontrollabili, tradiscono il nome che portano.
La libertà e la sopravvivenza non sono slogan: sono condizioni fragili. Ogni guerra che si proclama necessaria dovrebbe essere giudicata non dall’intenzione dichiarata, ma dal mondo che lascia dopo di sé. Solo se quel mondo è più sicuro e più aperto di quello che precedeva, solo se lascia a un maggior numero di persone un maggior spazio di libertà, questa parola, “libertà”, non risuonerà come un’eco vuota nel fragore delle armi, ma come l’annuncio di un futuro meno disumano e più dignitoso per tutti, sia per i popoli che saranno stati coadiuvati nel loro tentativo di affrancarsi da qualche regime criminale, sia per i popoli e i Paesi che saranno intervenuti in loro aiuto garantendo nel contempo la propria sicurezza e la propria esistenza futura.

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Le modalità – come avete spiegato bene ieri sera nella bella conversazione con Franz, che mi è parsa in assoluto una delle più interessanti e per cui faccio a tutti i partecipanti i miei complimenti – mi pare che siano ormai in buona parte decise dai vantaggi offerti dell’AI. La parte più complessa del progetto non mi pare la prima – ovvero neutralizzare nell’immediato la pericolosità militare dell’Iran – che in pratica si è già conclusa, ma la seconda, ovvero come permettere che un nuovo governo, se non proprio democratico almeno un po’ più moderato e decisamente meno incline alle carneficine liberticide, d’insediarsi in modo relativamente stabile alla guida del paese accettando le condizioni imposte. Credo che guide moderate adatte all’uopo ci siano, e credo che alla fine Israele e Stati Uniti punteranno su questa soluzione. Oggi ciò che mi pare comunque necessario riconcepire radicalmente è la nozione di diritto internazionale, che mi sembra fondata su contraddizioni evidenti.
Nessuno ha la certezza di cosa succederà eventualmente caduto il regime attuale in Iran.
So che però questo regime dura da decenni e senza un ampio consenso della popolazione soprattutto maschile non sarebbe durato così a lungo.
Non possiamo essere sicuri che la maggior parte degli iraniani voglia la democrazia e la libertà. Ma forse diciamo la verità: a noi occidentali e israeliani non importa così tanto.
La questione principale da affrontare ed eliminare era ed è la reale minaccia del regime di sviluppo e preparazione di armi nucleari, con l’eventuale utilizzo. Rischioso ma diciamo possibile considerando le minacce.
Sul resto non credo che dovremmo imporre o gestire il potere dall’esterno, abbiamo già visto in altri scenari che non ha mai funzionato tanto bene. Però almeno una certa minaccia è stata resa innocua o almeno inefficace nei suoi intenti, da Saddam ad Al Qaeda a Gheddafi e altri.
Certamente.
Penso che un impegno più concreto in seguito alla conclusione di questa azione sia auspicabile..
Altrimenti, la motivazione dietro ad una azione condivisibile rimarrebbe questa:
L’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, Mike Huckabee, ha sostenuto al podcaster Tucker Carlson che Israele ha il diritto biblico di impossessarsi dell’intero Medio Oriente, o almeno della maggior parte di esso. «Sarebbe bello se se lo prendessero tutto», ha detto Huckabee a Carlson durante un’intervista”
Inizio il mio commento dicendo che ritengo senz’altro che la Repubblica Isamica sia un pericolo.
Meno della Cina o della Russia o della Corea-del-Nord, a mio avviso, ma comunque un pericolo.
L’articolo parte da due “presupposti” per spiegare l’attacco all’Iran.
1. La “bomba”. Quanto architettato da Obama durante i suoi mandati, se non ho letto male, stava cominciando a produrre risultati prima che venisse cancellato durante il primo mandato dicendo Trump; mi sbaglio?
2. Lo Stato che uccide i suoi figli.
Facciamo un attimo astrazione dal “Diritto Internazionale”….,
penso che siamo tutti d’accordo che concetti come “democrazia” e “liberta’” siano estranei a tantissimi altri paesi, inclusi Cina, Russia, Corea-del-Nord ma, sicuramente, anche molti altri. Non solo all’Iran.
Inoltre, mi viene in mente il caso dell’Afghanistan dopo le Torri. Forse uno dei pochissimi in cui un grandissimo consenso si e’ costruito nella comunita’ internazionale per eliminare lo “stato orco” che torturava e umiliava i suoi cittadini. Persino Putin aveva concesso alla coalizione di far passare gli aerei militari nel suo spazio aereo (mi sbaglio ?).
Risultato? Sono tornati… ci costava troppo…. E abbiamo lasciato li molti di quelli che avevano creduto in quello che stavano costruendo insieme a noi.
Anzi. Una vera potenza nucleare (il Pakistan, https://en.wikipedia.org/wiki/Pakistan_and_weapons_of_mass_destruction ) ha ripreso una guerra contro i Talebani… usando gli stessi argomenti che le montagne afghane permettono di addestrare il terrorismo interno.
Non dimentichiamo che il Pakistan e’ una delle nazioni da cui partono molti migranti… i cittadini scappano per fame ma lo stato ha la bomba…
Ovvio, quello che l’articolo dice sull’importanza delle parole, sul fatto che anticipare e’ meglio che replicare e che una buona anticipazione permette di intavolare un dialogo proficuo che profittera’ prossimamente ai cittadini… tutto quanto scritto mi trova d’accordo.
Vogliamo cominciare dall’Iran per implementare questo approccio? Va benissimo. Anche perche’ a molti fa comodo lasciare ai due sceriffi il lavoro sporco.
Ma perche’ siamo andati via dall’Afghanistan poco tempo fa? In quanto a ferocia contro i cittadini e diritti umani, i Talebani non sono secondi a nessuno….
Ah… forse l’Afghanistan non ha la bomba!
Pero’ lasciamo la bomba al Pakistan invece di forzarlo a prendersi cura dei suoi cittadini che fuggono per fame.
E lasciamo che uno stato nucleare faccia una guerra contro un suo vicino, anch’esso un po’ sui generis?
A proposito, non mi sembra che a Karachi non ci siano ammiratori degli Ayatollah…
Quindi va bene cominciare dall’Iran… ma poi?
Una volta che l’Iran non avra’ piu’ la bomba, potrebbe succedere che anche Pakistan e Israele vi rinuncino? Una volta che l’Iran diventera’ libero e non finanziera’ piu’ il terrorismo, potremo ripensare ai “due stati” ?
Concordo. Credo che la lista di errori fatti in MO e nello stesso Iran sia infinita.
Non mi piacciono le modalità di questo attacco, non credo alla buona fede di chi lo ha perpetrato. Ma tant’è… è stato fatto e dobbiamo prendere atto che comunque la pensiamo, l’eliminazione di Khamenei non è un male in sé.
Il problema è sia l’adesso che il dopo. L’articolo si concentrava sullo scenario: forze e debolezze del regime, sul come si può fallire o avere successo, a seconda della comprensione del regime e degli obiettivi prefissati.
Lei evidenzia giustamente svariate contraddizioni che mi pare assai difficile sciogliere, particolarmente in questo frangente storico. In Particolare credo che il Pakistan rappresenti un oggetto oscuro e un caso piuttosto “esotico” nell’attuale scenario geopolitico. Credo però che se il duo Stati Uniti-Israele riuscisse nell’impresa di rimuovere il governo dell’attuale Repubblica islamica – anche conseguendo solo l’obiettivo alternativo minore, la consegna del paese a un leader moderato eletto dal popolo, che c’è ed è vivo (anche se ora non mi ricordo come si chiama) , disposto a intraprendere una politica dai più miti consigli – si avrebbero almeno due vantaggi di assoluto rilievo: si eliminerebbe uno dei più massicci massacratori del proprio popolo, nonché uno dei maggiori pericoli per Israele e per tutto l’Occidente in tutta l’area mediorientale; e si eliminerebbe uno dei più importanti alleati e fornitori di armi di Putin. Non mi pare poco.
Forse il problema del nucleare militare poteva essere gestito secondo gli accordi stipulati surante l’amministrazione Obama, no?
Per il resto, come sottolineava il dott. Margelletti ieri sera a « Porta a Porta », di pericoli per l’Italia (almeno…) originati in Iran non ce n’erano molti.
Per quanto riguarda Putin, invece, non si capisce ancora quanto a lungo durera’ l’influenza di questa avventura sui prezzi del petrolio e del gas…. Che ovviamente servono a Putin (e a Trump).
teheran massacra i suoi sudditi. Verissimo. Ma, come ho scritto in precedenza, i talebani ci sono stati dipinti come un problema ancora peggiore per i suoi stessi cittadini…. E li ce ne siamo addirittura andati. Eravamo la’ e ce ne siamo andati per mancanza di risorse (che poi ci sono…lo vediamo ora).
Scusatemi, ma io penso che quanto detto dall’ambasciatore Huckabee sia la ragione di fondo. In un mondo dove e’ sempre piu’ chiaro che ogni potenza si posizionera’ su nuove basi e sempre piu’ favorevoli, non mi stupisce. In ogni caso non possiamo cambiarla.
Pero’ mi piacerebbe che, una volta il problema esistenziale di Israele tolto, si ripensi alla soluzione a due Stati per i Palestinesi (perche’ quelli cattivi saranno stati spazzati via e i loro finanziatori anche). E magari alla rinuncia alla bomba da parte di Israele… visto che non dovrebbe temere piu’ alcuna minaccia esistenziale.