
In un ottimo articolo pubblicato recentemente su InOltre, Alessandra Libutti ha smascherato l’atteggiamento e i modi di fare delle persone e dei movimenti che da anni si sono arrogati il privilegio di decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato nel mondo.
Le manifestazioni del 30 novembre 1999 contro la riunione del WTO a Seattle segnarono la nascita dei no global e della versione moderna dell’attivismo. Il movimento si opponeva alla globalizzazione dell’economia, resa possibile dagli accordi sugli scambi commerciali internazionali sanciti nell’ambito del WTO. Forse – ora che ci sono i dazi di Trump che non piacciono a nessuno – il ruolo svolto dal WTO per favorire la liberalizzazione del commercio andrebbe un poco rivalutato…
Nei quasi 26 anni passati dagli scontri di Seattle di attivismi modaioli se sono visti tanti, sono iniziati, cresciuti, diventati ideologia inattaccabile, alcuni hanno innescato cambiamenti positivi, altri sono lentamente tramontati o diventati inutili con il mutare della situazione politica. E nel complesso chi ci ha rimesso di più è stata proprio la politica. Il sostituirsi dell’attivismo alla politica ha portato al radicalizzarsi delle posizioni su ogni argomento, o si è a favore o si è contro, senza approfondire, senza cercare di capire.
I media si sono adeguati a questo andazzo e, invece di provare a informare obiettivamente, si sono quasi sempre schierati con una delle due fazioni. Con l’avvento dei social network, l’estremismo degli attivisti è andato aumentando. La profilazione dei gusti e delle opinioni di ogni utente ha fatto sì che, se io sono pro-qualcosa o contro-qualcos’altro, riceverò solamente messaggi e informazioni che rafforzano le mie idee, estremizzandole sempre di più. A meno di un deciso impegno per cercare di avere un’informazione plurale, non riceverò niente a sostegno della tesi opposta o, se esiste, intermedia.
Come notato da Libutti, il caso di Greta Thunberg è emblematico della provenienza di molti attivisti da un contesto socio-economico agiato, ma anche della facilità con la quale gli attivisti passano a manifestare da un argomento all’altro, dai temi ambientali alla guerra di Gaza.
L’attivismo non è più la scelta di una battaglia da combattere ma diventa un’attitudine, in alcuni casi una professione. Come per esempio per Kumi Naidoo, un attivista sudafricano che è stato Direttore Esecutivo di Greenpeace, Segretario Generale di Amnesty International e attualmente è Presidente del “Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili”.
Con il montare dell’attivismo gli spazi della politica si sono ridotti. Così molte volte la politica è stata costretta a inseguire l’attivismo del momento, riducendosi al perseguimento di obiettivi minimi e venendo spesso forzata a prendere delle posizioni seguendo gli strilli della piazza. Nel caso che andiamo a raccontare, pressioni emotive esercitate da organizzazioni di attivisti hanno convinto governi di importanti paesi a rivedere un loro appoggio in politica estera con il risultato che, per provare a migliorare la condizione di alcuni, si è molto peggiorata la situazione di tanti.
Il caso del Myanmar: la politica internazionale segue le grida degli attivisti e fa danni
Le elezioni del 2015 in Myanmar avevano finalmente dato la possibilità ai birmani di decidere democraticamente da chi essere governati. La Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) di Aung San Suu Kyi ottenne la maggioranza assoluta dei voti ma la leader non poté però assumere la carica di Presidente – a causa di una clausola ad personam inserita precedentemente nella Costituzione che impedisce la presidenza a chi è coniuge o genitore di stranieri – ma divenne Ministro degli Esteri e Consigliere di Stato.
Anche se apparentemente sembrava che dopo 53 anni il lungo periodo della dittatura militare fosse giunto alla fine, il Tatmadaw, le forze armate di Myanmar, continuava a mantenere un enorme potere di controllo sul governo e sulla società con i suoi uomini inseriti a tutti i livelli nell’amministrazione e con la continua minaccia di un nuovo golpe se l’NLD si fosse spinto troppo oltre nei cambiamenti. Aung San Suu Kyi doveva quindi muoversi con molta cautela nei corridoi del potere di Naypyidaw, la spettrale capitale costruita dal nulla dai militari negli anni 2000.
Il mondo occidentale aveva a lungo sostenuto la battaglia di Aung San Suu Kyi per la trasformazione di Myanmar in un paese democratico e l’assegnazione del Premio Nobel per la pace nel 1991 l’aveva resa popolare in tutto il mondo, una vera icona delle battaglie contro i regimi autocratici. La nuova e fragile democrazia birmana necessitava di tutto il supporto internazionale per consolidarsi ma invece l’opinione pubblica mondiale e importanti governi le voltarono rapidamente le spalle. Cosa era successo?
In Myanmar vivono molti diversi gruppi etnici, alcuni dei quali hanno creato da anni i loro piccoli eserciti di liberazione e combattono guerriglie per difendersi dalle persecuzioni della giunta militare. Il 25 agosto 2017 l’ARSA – la formazione militare dei Rohingya, un gruppo etnico musulmano che vive al confine con il Bangladesh – attaccò 24 posti di polizia uccidendo 12 militari. L’attacco fu criticato dalle Nazioni Unite che invitò entrambe le parti ad astenersi da ulteriori violenze ma, come ci si poteva aspettare, l’esercito birmano reagì molto duramente: almeno 1.000 persone rimasero uccise nelle due settimane successive e centinaia di migliaia dovettero fuggire in Bangladesh.
La crisi dei Rohingya fu portata all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale con molta enfasi da parte di alcune ONG (in particolare Amnesty International). Aung San Suu Kyi divenne il bersaglio di pesanti critiche da parte dei media e, a seguire, dei governi occidentali, tutti miopi politicamente dato che non consideravano che le forze armate erano rimaste autonome, non assoggettate al potere politico e che quindi l’influenza di Aung San Suu Kyi nelle questioni militari era praticamente nulla.
Il suo prestigio e credibilità vennero sbeffeggiati, The Guardian lanciò una campagna per revocarle il Premio Nobel, cittadinanze onorarie che le erano state attribuite furono ritirate. La base della fragile costruzione su cui lei e la grande maggioranza dei birmani erano riusciti ad issarsi dopo decadi di privazione della libertà iniziò a essere erosa.
Nel 2019 il Gambia (stato africano musulmano) denunciò il Myanmar – per conto dell’Organizzazione della cooperazione islamica – alla Corte internazionale di giustizia (ICJ) con l’accusa di genocidio verso i Rohingya. L’11 dicembre si arrivò alla scena madre di questa tragedia: Aung San Suu Kyi si trovò nella scomoda posizione di dover difendere davanti alla ICJ le azioni dell’esercito birmano che l’aveva tenuta agli arresti domiciliari per 15 anni.
Visibilmente tesa e invecchiata, pronunciò un accorato discorso di 30 minuti nel quale ricostruì la storia e la complessa natura del conflitto in corso tra l’ARSA e l’esercito di Myanmar facendo presente che il sistema di giustizia militare del Myanmar aveva indagato e stava verificando tutti i possibili casi di violazioni dei diritti umani, anche se “…non è mai facile per le forze armate riconoscere le responsabilità dei propri membri e attuare indagini e azioni penali concrete. Questo accade comunemente in tutti i paesi, anche in quelli ricchi di risorse.”
Fra le righe della sua dichiarazione si poteva chiaramente leggere una richiesta di aiuto e di sostegno al processo democratico sempre sotto la minaccia dei militari ma l’appello non fu raccolto, la grande stampa internazionale e influenti ONG continuarono a essere inflessibili con il loro ex idolo.

Poco più di un anno dopo, il 1º febbraio 2021 l’esercito di Myanmar dichiarava fraudolenti i risultati delle elezioni del novembre 2020, di nuovo stravinte dall’NLD, instaurando nuovamente un regime duramente repressivo nel paese, Aung San Suu Kyi fu arrestata (a 75 anni) e processata con accuse ridicole. In questi quattro anni e mezzo la situazione per i 54 milioni birmani è stata drammatica: libertà sospese, repressione brutale delle proteste, recrudescenza delle azioni militari contro i gruppi etnici e religiosi (anche cristiani). Il paese è finito sotto la sfera di influenza della Cina, che intrattiene ottimi rapporti politici e commerciali con la nuova giunta militare.
La domanda che rimane è: se la figura e la reputazione di Aung San Suu Kyi non fossero stati demoliti per la questione dei Rohingya e se le cancellerie, invece di seguire le pressioni degli attivisti, avessero meglio considerato la complessità della situazione in Myanmar, continuando a sostenerla nel suo difficile lavoro per guidare il Myanmar verso una democrazia stabile, i militari birmani avrebbero osato lo stesso pianificare e intraprendere l’ennesimo colpo di stato contro un governo sostenuto con forza dai principali paesi occidentali?
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Per dare una risposta compiuta alla sua domanda credo sia lecito porsi un’ennesima domanda: l’attivismo, in tutte le sue forme, da cosa trae forza e la giustificazione di esistere??
Da parte mia credo si possa rispondere dall’assenza di un chiaro progetto politico ma anche, quando questo esiste, è dettata da una visione opposta alla politica ed alle azioni del/dei governo/i.
Considerare a priori l’attivismo come un fenomeno politico/sociale e culturale negativo credo che sia oggettivamente sbagliato (ovviamente non possono mancare le critiche, dato che sempre più spesso esso si trasforma in cassa di risonanza per uno schieramento politico), di sicuro la criticfa più forte deve essere riservata al “modo di fare politica” e qui si aprono le cateratte!!!
Magari l’attivismo è oggi uno strumento in mano ai politici di turno!! Soggetti pavidi e timorosi di fare scelte non condivise con gli elettori, sempre con la mente alla prossima tornata elettorale, che mandano in avanscoperta “utili idioti” giusto per accodarsi quando la società civile mostra segni di approvazione. Potrebbe trattarsi di una sorta di esperimento sociale per ottenere il controllo delle masse utilizzando uno strumento neutro e accettato dal target!!!