5 pensieri su “Quando la fortezza crolla. L’Iran tra caos, razionalità e negoziazione del potere

  1. Se dovessimo affidarci alle scelte degli americani e in particolare di questa amministrazione Trump, non illudiamoci che la democrazia e il rispetto dei diritti umani siano la priorità.
    La cosa principale per loro sarebbe quella di rendere il Paese non più ostile verso la politica estera americana e i suoi alleati, e chiaramente mi riferisco soprattutto al rapporto con Israele.
    Poi una nuova leadership dovrebbe collaborare con gli Usa per nuovi accordi diplomatici e commerciali, assicurare di tenere legami meno stretti con Russia e Cina oltre a collaborare per la questione rilevante del nucleare.
    Poi il resto si vedrà e credo che dovrà essere il popolo a decidere a un certo punto, ma non sarà facile un passaggio alla democrazia.

  2. Forse è proprio il timore di restare invischiati in un contesto di caos che oggi i governi occidentali si tengono defilati, lontano dai riflettori ma senza idee da proporre concretamente. Sono rimasti scottati dalle vicende post-rimozione in Iraq e Afghanistan, in primis gli USA. Potrebbe essere l’occasione di sfoderare un’idea folle: Israele + i sottoscrittori degli accordi di Abramo dovrebbero creare una cornice di stabilità, sociale ed economica, tale da permettere l’aggregazione delle forze antigovernative nel mentre di una gestione amministrativa controllata

  3. Realistico e tragico.
    La gente comune come me si infiamma all’idea della caduta del regime degli Ayatollah, ma non avevo mai pensato, prima di leggere il Suo articolo, alle possibili conseguenze nefaste del dopo.
    Mi auguro di cuore che il popolo Iraniano sia abbastanza maturo da scegliere l’unità nella libertà e che lo Shah possa essere simbolo e guida sufficiente per la restaurazione della legalità.

  4. Articolo emblematico e di una chiarezza cristallina nel descrivere un processo che nella storia si è pressoché puntualmente ripetuto, anche nell’Italia del dopo guerra, fortunatamente in linea con l’opzione due, persltro non senza difficoltà. Ma una domanda mi viene spontanea: in paesi con culture e storie diverse da quelle dell’Occidente se, come e quanto si può parlare di democrazia nell’accezione “occidentale” del termine? E ciò mi riporta alla mente il misero, spesso devastante fallimento del concetto-slogan “esportazione della democrazia” proprio in quei Paesi così profondamente diversi. Complimenti vivissimi.

  5. Io non credo che qualcuno si illuda che “la sicurezza possa essere garantita affidandosi ai residui degli apparati repressivi senza pagarne il prezzo storico”: è semplicemente che qualunque scenario, letteralmente qualunque, è preferibile a un vuoto di potere, perché sappiamo per esperienza che cosa succede in questi casi – e ho in mente soprattutto l’Afghanistan dopo il ritiro dell’Unione Sovietica e la Somalia dopo il crollo di Siad Barre. E qualunque sia il prezzo da pagare, non sarà mai paragonabile a quello che comporta un improvviso vuoto di potere.
    In ogni caso questo è sicuramente uno dei suoi migliori articoli, se non il migliore.

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