Dal cambio ai vertici e dalla virata del Regno Unito nella direzione dell’Europa emergono due vincitori: Rishi Sunak e Keir Starmer. Oggi li vediamo scambiare parole di elogio e stima l’uno per l’altro, sorridersi e darsi pacche sulle spalle. Due avversari che danno più l’idea di essere alleati che appartenenti a sponde opposte.
Certo, c’è chi accusa Starmer di non essere ‘abbastanza di sinistra’ e Sunak di non essere ‘abbastanza di destra’. Ma il partito simbolico a cui Sunak e Starmer appartengono è forse solo quello del buonsenso, che ha poco a che vedere con ideologie o teorie economiche.
A due mesi dalla chiamata alle urne, l’ex primo ministro emerge con un’eleganza e con un acume invisibili fin tanto che era in carica. Perché sì, Sunak forse voleva fare quello che Starmer sta facendo oggi. Ma all’interno di un partito conservatore dilaniato dalle diatribe interne – con i populisti determinati a spingere il partito a destra – non poteva. In fondo le problematiche sono oggettive: è il modo con cui si intende affrontarle che segna le maggiori differenze tra destra e sinistra.
Ma nel caso del Regno Unito, a causa della Brexit, il discorso ‘destra’ o ‘sinistra’ non valeva più. C’era nel lavorare contro l’Europa o con l’Europa, una scelta cruciale. E a Sunak dev’essere apparso chiaro che alcuni problemi non potevano essere risolti senza dialogare con i Paesi del proprio Continente. Prendiamo per esempio la questione dell’immigrazione: come risolverla senza collaborare con la Francia? Ecco allora che la destra populista si era inventata il Ruanda, vendendo l’idea che fosse impossibile impedire gli sbarchi e dunque che la soluzione fosse deportare chi arrivava. Il fatto è che il problema dell’immigrazione nel Regno Unito è di più facile soluzione rispetto a quello italiano (gli immigrati arrivano quasi esclusivamente dalle coste francesi), dunque l’idea di Starmer di creare una task force contro i trafficanti in collaborazione con la Francia aveva un senso. Ma Sunak non poteva promuovere un riavvicinamento, in parte perché la retorica incendiaria di Johnson aveva compromesso i rapporti tra i conservatori e Macron, in parte perché sarebbe stato rimosso dall’incarico proprio dalle fronde johnsoniane.
Si tratta di uno dei tanti problemi la cui soluzione andava cercata attraverso il dialogo con i partner europei (gli altri riguardano i dazi, l’isolamento economico e il crollo degli investimenti, tanto per citarne alcuni); ma soprattutto, nell’attuale contesto geopolitico, lavorare contro l’Europa non aveva senso.
Ecco allora che Sunak indice elezioni anticipate nel mezzo dell’estate. Perché lo fa? Perché pensa di non sopravvivere alle fronde per altri sei mesi? Perché teme l’ascesa di Nigel Farage? Probabilmente per entrambi i motivi, ma forse anche per altro. Le dimissioni anticipate hanno fatto sì che Starmer potesse cancellare il piano del Ruanda a giorni dalla partenza del primo volo e che fossero i laburisti aperti all’Europa (e non i tories) a ospitare il vertice internazionale della Comunità politica europea tenutosi il 18 luglio a Blenheim, vicino a Oxford.
Alla luce del fatto che Sunak sembra avere una visione più simile a quella di Starmer che a quella dei populisti all’interno del suo partito, forse non si è trattato di coincidenza.
Uscito su La Ragione il 24.07.2024
ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER DI INOLTRE
e, già che ci sei
ISCRIVITI AL NOSTRO CANALE WHATSAPP
Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
