

Se il regime di Khamenei dovesse crollare, sarebbe un evento paragonabile, per portata storica e simbolica, alla caduta del Muro di Berlino. Non perché l’Iran sia l’equivalente dell’URSS, ma perché la Repubblica islamica rappresenta da oltre quarant’anni il principale pilastro ideologico dell’antioccidentalismo globale post-marxista.
La sua fine segnerebbe il collasso del primo Stato moderno fondato esplicitamente sull’Islam politico come ideologia di potere. Come il 1989 ha certificato il fallimento storico del comunismo reale, così un eventuale post-1979 iraniano segnerebbe la crisi terminale dell’islamismo come progetto statuale universale.
La rivoluzione iraniana del 1979 è uno degli eventi centrali del Novecento non tanto per il suo esito interno, quanto per ciò che produce sul piano globale: lo spostamento dell’asse ideologico dell’antioccidentalismo dal marxismo all’islamismo. Fino ad allora, la contestazione radicale dell’Occidente aveva un vocabolario relativamente coerente: imperialismo, capitalismo, lotta di classe, liberazione nazionale.
Anche quando assumeva forme autoritarie o violente, restava interna alla modernità politica occidentale. Come ha osservato Raymond Aron, il marxismo era una religione secolare che combatteva l’Occidente con le armi concettuali dell’Occidente stesso. Dopo il 1979, questo schema si spezza.
Il punto di rottura è Ruhollah Khomeini. La sua intuizione non consiste in un ritorno alla tradizione, ma in qualcosa di molto più moderno: trasformare l’Islam in un’ideologia rivoluzionaria completa, capace di sostituire il marxismo nella funzione storica di alternativa sistemica all’Occidente. Come ha scritto Olivier Roy, l’islamismo non è il ritorno dell’Islam, ma la sua ideologizzazione in forma moderna.
Possiamo immaginare che Khomeini comprenda che la forza del marxismo non stava tanto nella sua analisi economica, quanto nella pretesa di totalità: spiegare il mondo, mobilitare le masse, legittimare la violenza, costruire uno Stato totale. Il khomeinismo replica questo schema sostituendo alla storia il sacro, alla classe il popolo dei credenti, al partito il clero rivoluzionario. La dottrina del velayat-e faqih non è un residuo medievale, ma una teoria moderna della sovranità ideologica, che sacralizza il potere e politicizza la religione.
Contro la lettura occidentale che vede nel 1979 una regressione, la rivoluzione iraniana è una rivoluzione modernissima nei mezzi e nei fini. Utilizza categorie pienamente novecentesche: popolo, rivoluzione, martirio, Stato ideologico, esportazione della rivoluzione. La religione non viene restaurata, ma rifunzionalizzata come arma politica globale. Come nota Gilles Kepel, l’islamismo nasce come linguaggio politico della modernità fallita, non come nostalgia del passato.
Con la crisi del comunismo e la dissoluzione dell’URSS, il vuoto simbolico lasciato dal marxismo viene occupato dall’islamismo. Bernard Lewis ha osservato che quando il socialismo ha cessato di offrire una risposta all’umiliazione storica, l’Islam politico ha preso il suo posto. Anche movimenti sunniti radicali ostili all’Iran adottano lo schema khomeinista: l’Islam come ideologia totale, antioccidentale, legittimata alla violenza e con ambizioni universali. In questo senso, si può sostenere senza forzature che l’islamismo contemporaneo nasca politicamente nel 1979. Khomeini dimostra che l’islamismo non è solo protesta, ma potere.
Oggi, però, quell’impianto mostra crepe sempre più evidenti. L’islamismo al potere non ha prodotto società più giuste, né sviluppo, né sovranità reale. Ha generato élite clericali, economie parassitarie, repressione sistematica e una dipendenza strutturale dalla coercizione.
L’antioccidentalismo islamista, nato come promessa di riscatto, si è trasformato in un dispositivo di conservazione del potere, incapace di offrire un orizzonte credibile alle nuove generazioni. In Iran, come altrove, la frattura non è più tra Occidente e Islam, ma tra società e regime. È qui che l’ideologia mostra il suo esaurimento: quando per sopravvivere deve reprimere proprio quel popolo che pretendeva di incarnare.
La Repubblica islamica non è solo un regime autoritario, ma un architrave simbolico che finanzia, legittima e ispira l’idea che l’Islam politico possa essere un’alternativa sistemica all’Occidente. Se questo regime dovesse cadere, non crollerebbe soltanto un governo. Crollerebbe l’idea, nata nel 1979, che l’islamismo possa sostituire il marxismo come ideologia globale di opposizione totale. Sarebbe un nuovo 1989: non la fine dei conflitti, ma la fine dell’ennesima impostura storica.
Note
- Raymond Aron, L’oppio degli intellettuali, Gallimard, Paris 1955; trad. it. Il Mulino, Bologna.
- Olivier Roy, L’échec de l’islam politique, Éditions du Seuil, Paris 1992; trad. it. Il fallimento dell’Islam politico, Feltrinelli, Milano.
- Gilles Kepel, Jihad. Expansion et déclin de l’islamisme, Gallimard, Paris 2000; trad. it. Jihad. Ascesa e declino, Laterza, Roma-Bari.
- Bernard Lewis, The Crisis of Islam: Holy War and Unholy Terror, Random House, New York 2003; trad. it. La crisi dell’Islam, Mondadori, Milano.

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“L’antioccidentalismo islamista, nato come promessa di riscatto, si è trasformato in un dispositivo di conservazione del potere, incapace di offrire un orizzonte credibile alle nuove generazioni. In Iran, come altrove, la frattura non è più tra Occidente e Islam, ma tra società e regime”.
Esattamente ciò che è accaduto in URSS. Tal quale.
Bellissima analisi. Grazie.
Grazie Paolo
Analisi lucida e interessante, che spiega anche come in Israele si sia passati alla fine dell’OLP e alla rivoluzione confessionale; infatti il marxismo si è adattato alla cultura orientale cercando riferimenti culturali più radicati di quanto non fosse la rivoluzione industriale europea. Come pure in Libano con Hezbollah. Un passaggio post-coloniale, verrebbe da dire. Va detto però che il marxismo – diversamente non avrebbe fatto presa in Europa in modo massivo – utilizza gli stessi epistemi delle religioni monoteiste: un profeta con la barba bianca, un testo sacro (il Capitale), i suoi esegeti (Lenin, Mao…), gli eretici (Trotsky…), l’inquisizione (la polizia politica) e il controllo sociale secondo i dettami etici della confessione. E andrebbe aggiunto che comunque l’islam è una religione guerriera dai tempi di Maometto e poi dell’espansione nel Magreb fino alla penisola iberica: a differenza del cristianesimo, in cui c’è un corto-circuito paradossale tra la buona novella e la pratica nel mondo reale, l’islam non ha il problema etico di doversi giustificare quando usa la spada.