
Kurt Gödel viene comunemente considerato il più grande logico di tutti i tempi. Aristotele, che lo segue subito dopo in una gerarchia ideale, era anche un esperto di Costituzioni. Si può dire lo stesso di colui che ha dato il suo nome ai celebri “teoremi di incompletezza”? Uno spassoso episodio che lo riguarda può aiutarci a rispondere. Lo racconta il saggista del New York Times Jim Holt nel libro “Quando Einstein passeggiava con Gödel” (Mondadori, 2019).
Gödel nasce nel 1906 a Brno (o Brunn), in Moravia. Dopo essersi iscritto all’Università della capitale austriaca nel 1924, fu introdotto da uno dei suoi professori nel Circolo di Vienna, formato da un gruppo di pensatori uniti, sotto l’influenza di Ludwig Wittgenstein (loro riluttante guru), dalla convinzione che la filosofia andasse ricostruita a immagine della scienza. Nel 1931 aveva stupito il mondo intellettuale dimostrando che nessun sistema logico avrebbe mai potuto abbracciare tutte le verità della matematica; una scoperta che, insieme al principio di indeterminazione del fisico tedesco Werner Heisenberg, sarebbe divenuta un simbolo dei limiti della conoscenza umana.
Nel 1936 il Circolo di Vienna, dopo l’assassinio del suo fondatore Moritz Schlick a opera di uno studente squilibrato, si sciolse. Due anni più tardi sopraggiunse l’Anschluss. Saliti i nazisti al potere, Gödel decise così di partire con la moglie Adele Porkert per Princeton, dove gli era stato offerto un posto all’Institute for Advanced Studies. Ma, scoppiata la guerra, giudicò troppo rischioso attraversare l’Atlantico, per cui scelse la via, molto più lunga, della Russia e del Pacifico. La coppia arrivò in New Jersey agli inizi del 1940.
Avendo chiesto la cittadinanza americana, il 5 dicembre 1947 viene convocato a Trenton per l’udienza di rito. A fargli da testimoni sono due suoi grandi amici, Albert Einstein e Oskar Morgenstern, l’economista inventore -con John von Neumann- della teoria dei giochi. Per prepararsi all’udienza, Gödel aveva passato al setaccio l’assetto istituzionale del paese che lo ospitava. Alla vigilia dell’appuntamento, chiama agitato Morgenstern: aveva trovato un’incoerenza logica nella sua Costituzione. Pur divertito, Morgenstern comprende che la faccenda era tremendamente seria. E, temendo il peggio, lo prega di non porre la questione davanti al giudice.
Durante il tragitto per Trenton, i suoi accompagnatori lo esortano nuovamente a non menzionarla. Non saranno ascoltati. Giunti in tribunale, il giudice Phillip Forman, trovandosi di fronte a personalità così eminenti, li invita nel suo studio. Dopo una breve conversazione, dice a Gödel: “Finora lei ha mantenuto la cittadinanza tedesca”. “No -lo corregge immediatamente Gödel- austriaca”. “Comunque -prosegue il giudice- era sotto una malvagia dittatura. Ma fortunatamente una cosa del genere in America non è possibile”. “Al contrario, -replica Gödel- so come potrebbe accadere”. E inizia a spiegare come la Costituzione del 1787 permettesse l’instaurazione di un regime dispotico anche negli Usa. A quel punto, il giudice fa finta di niente mentre Einstein e Morgenstern cercano in tutti modi di metterlo a tacere. Pochi mesi dopo, diventerà comunque un cittadino americano.
Quale era la falla logica che Gödel credeva di avere scovato? Possibile che i padri fondatori avessero inavvertitamente lasciato aperta una porta al fascismo? Non va sottaciuto -sottolinea Holt- che, se Gödel era un campione di logica, era anche un campione di paranoia. Credeva nei fantasmi; aveva un terrore morboso dei gas del frigorifero; il fenicottero rosa che la moglie gli aveva messo davanti alla finestra gli sembrava una creatura “paurosamente affascinante”; ed era convinto che “forze oscure” fossero al lavoro nel pianeta per distruggere il bene. Negli ultimi anni della sua vita si rifiutava di mangiare, ossessionato dalla sindrome del complotto: era infatti sicuro che misteriosi nemici volessero avvelenarlo. Morì di inedia il 14 gennaio 1978.
La contraddizione, allora, era nella Costituzione americana o nella mente di Gödel? Secondo la ricostruzione dell’aneddoto contenuta nel volume di Solomon Feferman “In the Light of Logic” (1998), a preoccuparlo potrebbe essere stato l’articolo V, che non pone vincoli sostanziali all’emendabilità della Costituzione. In questo senso, secondo Gödel poteva consentire anche l’approvazione di un emendamento soppressivo della forma repubblicana di governo e di ogni tutela dei diritti civili, sociali e politici. In realtà, la più grande limitazione della Costituzione al potere della maggioranza risiede proprio nella sua resistenza, praticamente impenetrabile, alla procedura formale di revisione.
L’articolo V -una “gabbia di acciaio con sbarre quasi di kryptonite”, secondo l’espressione del giurista Sanford Levinson- la rende molto rigida, subordinando ogni cambiamento formale ad una proposta avanzata da una maggioranza di due terzi del Congresso o dagli organi legislativi di due terzi degli Stati, che deve esssere ratificata da tre quarti degli Stati.
Gödel non poteva certo immaginare che lo scenario distopico da lui paventato avrebbe ispirato una filmografia “apocalittica” sulle tendenze autoritarie della democrazia americana. Senza dimenticare che gli studiosi del bonapartismo (o cesarismo) -da Tocqueville a Weber a Franz Neumann- concordano sul fatto che esso è sorto e si è sviluppato in un contesto democratico.
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