


L’Europa sostiene Kyiv, ma continua a esitare quando quel sostegno dovrebbe diventare appartenenza politica. Putin vuole l’Ucraina come possesso imperiale; Bruxelles deve decidere se considerarla solo un’emergenza da contenere o un pezzo del proprio destino democratico.
Da quando è cominciata l’invasione su larga scala voluta da Putin, l’Europa aiuta l’Ucraina, e sarebbe ingiusto negarlo. L’aiuta con denaro, armi, sanzioni, accoglienza, dichiarazioni politiche.
E tuttavia, da quattro anni, resta spesso l’impressione di un continente che sostenga Kyiv senza desiderarlo fino in fondo, come se quella ucraina fosse insieme una causa giusta e un problema troppo grande da accogliere davvero. La sensazione è riemersa negli ultimi tempi, a seguito del dibattito sull’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea.
Putin, invece, l’Ucraina la vuole. La vuole con la brutalità dell’aggressore, con la logica imperiale di chi non riconosce a un popolo il diritto di appartenere a se stesso.
Lo ha ammesso lui stesso quando, il 9 maggio scorso, ha ricondotto le cause della guerra non solo all’allargamento della NATO (che eventualmente si espande non perché invade, ma perché gli Stati fanno richiesta per entrarvi, come naturalmente non ricorda mai la propaganda russa), ma anche — questo il punto rivelatore — al tentativo occidentale di attrarre l’Ucraina nell’orbita dell’Unione europea (che l’UE sia più attrattiva di un regime oligarchico che ammazza gli oppositori politici e i giornalisti è un vero mistero).
Ma proprio questa volontà feroce dovrebbe dire qualcosa all’Europa. Mosca non teme soltanto qualche chilometro in più di frontiera atlantica.
Teme un’Ucraina definitivamente europea, sottratta alla sua orbita, capace di dimostrare che ai confini della dittatura putiniana c’è uno spazio post-sovietico che sceglie istituzioni, diritto e pluralismo, pur tra mille contraddizioni, com’è per tutti.
Per questo la prudenza europea, quando diventa esitazione cronica, rischia di somigliare a una rinuncia. Naturalmente la pace resta un obiettivo essenziale. Nessuna persona seria può desiderare che i focolai di guerra si prolunghino.
Ma la pace non è arrendevolezza verso chi ha invaso una nazione sovrana: non lo si ripeterà mai abbastanza. Dopo l’invasione, ogni pretesto russo ha perso dignità politica. Anche qualora qualche ragione teorica fosse esistita prima, i carri armati l’hanno cancellata.
La politica è arte difficile, melmosa, contraddittoria, anche infame, e non serve fingere che l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea — per citare l’ultimo punto all’ordine del giorno del dibattito su Kyiv — sia cosa immediata.
Ci sono costi, riforme, equilibri commerciali, bilanci, veti, collaborazionisti filorussi: una complessa intelaiatura di pezzi da incastrare.
Ma resta il punto: se l’Europa considera l’Ucraina solo un’emergenza da gestire, mentre Putin la considera un destino da possedere, allora il problema non è solo militare. È spirituale e politico.
La domanda è scomoda: l’Europa vuole davvero l’Ucraina (non per costrizione, ma perché lo chiede Kyiv), o vuole soltanto che non cada nelle mani della Russia?
La differenza è enorme. Nel primo caso c’è una visione; nel secondo, una difesa provvisoria.
Putin sa che l’Ucraina vale. Lo sa così bene da aver scelto la guerra. L’Europa dovrebbe saperlo abbastanza da scegliere, finalmente, una pace che non sia il nome elegante della paura, trasformando una necessità contingente in un progetto storico.
L’Europa non ce la farà se la propria fiducia nella democrazia non supererà l’odio che invece nutrono gli attori che vogliono disgregarla (Putin e compagnia).
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