

Il 4 marzo 1923, ben prima della pianificazione della Shoah, Sigmund Freud scriveva a Romain Rolland: “Io appartengo, invero, a una razza che nel Medioevo fu resa responsabile di tutte le epidemie e che oggi dovrebbe sopportare la colpa della distruzione dell’impero in Austria e della sconfitta in Germania. Esperienze del genere lasciano disincantati e rendono poco inclini a credere nelle illusioni. Del resto, ho effettivamente impiegato una gran parte del lavoro della mia vita (ho dieci anni più di Lei) a distruggere le illusioni mie e dell’umanità. Ma se quest’unica non si realizzerà almeno approssimativamente, se nel corso dell’evoluzione non impareremo a deviare dai nostri simili i nostri istinti di distruzione, se continueremo a odiarci reciprocamente per piccole diversità e ad ammazzarci per guadagni meschini, se continueremo a utilizzare i grandi progressi nel dominio delle forze della natura per la nostra distruzione reciproca, quale futuro ci attende?” (“Epistolari 1873-1939”, Bollati Boringhieri, 1990).
Nella storia del pensiero, diversi filosofi hanno discusso il potere distruttivo dell’odio a cui accenna il fondatore della psicoanalisi: da Aristotele a Cartesio, da Spinoza a Hume, fino a Scheler, Sartre e Jankelévitch.
E ognuno di loro, sebbene non siano gli unici ad averne parlato, ha poi privilegiato un aspetto particolare di questo stato d’animo. Ma la sua analisi più profonda e attuale resta probabilmente quella dello Stagirita.
In un passo famoso del secondo libro della Retorica (335 a.C. circa), definisce così colui che odia: “L’uomo adirato è addolorato, chi odia invece non lo è. E l’uomo adirato in molte circostanze può provare pietà, l’uomo che odia invece non ne prova alcuna; il primo infatti vuole solo che l’avversario provi a sua volta ciò per cui egli è adirato, il secondo invece vuole che l’avversario non esista” (Laterza, 2021).
Nella concezione di Aristotele, insomma, l’odio è visto come un sentimento gelido e incurabile: tale da porsi perfino oltre lo stesso piacere che si potrebbe provare davanti alla sofferenza della persona odiata. La sua sete di annientare l’altro è inestinguibile.
Ora, possiamo considerare le espressioni d’odio (“hate speech”) sempre e comunque come libertà di espressione, giacché i rimedi per contrastarle sarebbero peggiori del male?
Liliana Segre sostiene che “quando si dà il passaporto alla parola, lo si dà anche al fatto”. È in questo delicato e decisivo passaggio che le espressioni d’odio possono tramutarsi in incitamento all’aggressione e all’esercizio della prepotenza.
Come osserva Antonio Nicita in un volumetto fresco di stampa, una retorica efficace contro le misure di contrasto alle espressioni di odio consiste nel minimizzare i fatti, nel derubricarli a eccezioni presto dimenticate (Nell’età dell’odio, il Mulino, 2025).
In questo senso, suona come un campanello d’allarme la sottovalutazione dell’isteria antisemita che non solo in Italia si è manifestata, negli ultimi due anni, nei cortei filopalestinesi come nelle università e nelle scuole.
Pensiamo ai social network, il più gigantesco veicolo di infowar esistente. In essi il meccanismo di autoselezione delle notizie si accompagna alle scelte e alle preferenze degli “amici”, generando non solo il “pregiudizio di conferma” ma anche la “polarizzazione di gruppo”.
E la polarizzazione, a sua volta, determina la spinta verso le posizioni più estreme rispetto a un punto di vista, qualunque esso sia. Se poi sono le emozioni a guidare la domanda d’informazione, l’offerta può addirittura inventare notizie per coltivarle e ampliare la platea dei suoi consumatori.
Secondo Christopher Hitchens, scrittore noto per il suo spirito dissacratorio, la libertà d’espressione include la libertà di odiare. Nel saggio Il piacere dell’odio (1826), William Hazlitt afferma: “L’amore si trasforma, con un po’ di indulgenza, in indifferenza o disgusto; solo l’odio è immortale”.
Elogio dell’odio è il titolo di un crudo romanzo di Khaled Khalifa, che narra la barbarie del regime poliziesco e corrotto di Assad vista dagli occhi di una giovane universitaria siriana cui hanno tolto tutto, tranne, appunto, la libertà di odiare (Bompiani, 2011).
È dunque difficile mettere in discussione il carattere sacro e inviolabile della libertà d’espressione. Ma essa è senza limiti?
Per rispondere, prendiamo la celeberrima frase “Non condivido quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo”. Erroneamente attribuita a Voltaire, è invece di Evelyn Beatrice Hall, autrice nel 1907, con lo pseudonimo di Stephen G. Tallentyre, di una biografia dell’illuminista francese.
Il quale, nel Trattato sulla tolleranza (1763), scriveva: “Di tutte le superstizioni, la più pericolosa è quella di odiare il prossimo per le sue opinioni […]. Ma come! Sarà permesso a ciascun cittadino di non credere che alla sua ragione e di pensare ciò che questa ragione […] gli detterà? È necessario, purché non turbi l’ordine [corsivo mio]”.
In effetti, fin dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (1789) la libertà di espressione è circoscritta da limiti. Perché, come nessun pasto è gratis, allo stesso modo nessun discorso pubblico è sciolto dal vincolo della responsabilità.
Un vincolo da cui però sono esentate talune piattaforme social, laddove è lecito nascondersi dietro a un nickname protetto dal diritto alla privacy. Un diritto all’anonimato che incentiva le più vili campagne di odio, individuali e collettive.
La tesi del “free speech” affonda le sue radici nel pensiero liberale di John Stuart Mill. In On Liberty (1859), si legge: “Se tutta l’umanità, tranne uno, avesse la stessa opinione cosicché una sola persona mantenesse un’opinione contraria, l’umanità non avrebbe giustificazione nel censurare quell’unica persona, più di quanto ne avrebbe quella persona nel censurare il resto dell’umanità, se ne avesse il potere”.
Eppure, come Voltaire, anche Mill individua un limite alla libertà d’espressione: il rispetto del principio del danno (“harm principle”). Vale a dire che essa va tutelata in quanto, e fino a quando, contribuisce alla ricerca della verità nel mercato delle idee, a meno che non alteri deliberatamente con la menzogna tale ricerca.
Per questa ragione, quando si difendono le espressioni d’odio come se fossero “solo” libertà di espressione, non si difende la libertà di tutti. Si premia la libertà degli aggressori a scapito della libertà – e della dignità – delle vittime.
Tutto ciò svaluta i valori democratici e incrina la coesione sociale. Beninteso, come sottolinea Nicita, non bastano norme più incisive per vaccinarsi dal virus dell’odio. Occorrono culture politiche autenticamente democratiche, battaglie delle idee coraggiose, classi dirigenti e partiti che sappiano promuoverle.
Volgendo lo sguardo all’America trumpiana, ai populismi di destra e di sinistra in Francia e nel nostro paese, all’avanzata dell’Afd in Germania, non c’è da essere ottimisti.
Come recita il verso con cui si chiude Prima del viaggio, la magnifica poesia di Eugenio Montale, “Un imprevisto è la sola speranza”.
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Credo si debbano fare delle distinzioni chiare per ogni caso specifico.
Ci possono essere sentimenti d’odio legittimati da effettivi atti di violenza e crimini individuati e certificati, come per esempio il comprensibile odio degli ebrei nei confronti dell’ideologia nazista e seguaci di essa anche attuali, e sentimenti d’odio scaturiti invece da pregiudizi e teorie cospirazioniste che si tramutano in azioni o tentativi veri e propri di distruzione di un’identità etnica, culturale o religiosa specifica come fecero gli stessi nazisti nei confronti degli ebrei o gli attuali gruppi terroristi fondamentalisti in Medio Oriente, ma anche altrove contro cristiani e altri gruppi etnici e religiosi.
In una democrazia simili comportamenti del secondo caso devono essere trattati attraverso gli strumenti della giustizia e dei tribunali. Così come chi implicitamente o meno parla di “monito” riguardo a certi atti di violenza, rendendosi complice di tali crimini.
La giustizia e le sue sentenze in questi casi sarebbero in realtà il vero monito per coloro che giustificano la violenza per tornaconto personale o per non restare esclusi da certi gruppi di interesse anche politico.
“Un imprevisto è la sola speranza”
Forse il grande errore è stato ed è quello di demonizzare il sentimento di odio, facendo dell’odio un sentimento esteso a tutto è tutti. Io penso che l’odio abbia un valore nel caso in cui l’odiato è un assassino, un despota, un prepotente, un mafioso, una persona che ha commesso un reato grave contro la comunità in cui vive. Odiare una opinione è una stupidaggine che nulla a che fare con il normale sentimento di odio. Se all’odio seguono comportamenti e decisioni drastiche, le ritengono legittime , perché non ho alcun condizionamento religioso. Chi commette un crimine deve sapere a cosa andrà incontro. Comportati bene e non avrai problemi con nessuno.