Il massacro di Bia?ystok
27/6/41
1. INTRODUZIONE
A metà marzo 1942 circa il 75-80% delle future vittime totali della Shoah erano ancora in vita, mentre il 20-25% erano già morte. Undici mesi più tardi, a metà febbraio 1943, queste percentuali erano esattamente ribaltate. (1)
Così comincia Uomini Comuni, di Christopher R. Browning, un libro che fin dalla sua prima pubblicazione nel 1992 è entrato di diritto tra i testi fondamentali della vasta letteratura sul genocidio ebraico.
In termini numerici significa che almeno un milione di vittime furono prodotte in un periodo di nove mesi, tra il 22 giugno 1941, data di inizio di Barbarossa ed il marzo 1942, allorché entrò in funzione a Belzec, nel Generalgovernatorato di Polonia, il primo vero campo di sterminio dotato di camere a gas, che con i siti gemelli di Sobibor e Treblinka aperti nelle settimane successive, costituì la triade mortifera della cosiddetta Aktion Reinhard.
Belzec segnò quindi una cesura (sebbene non assoluta) tra la prima fase itinerante della Shoah perpetrata basicamente attraverso fucilazioni di massa e la seconda fase stanziale, dove la distruzione fu affidata alle camere a gas.
Durante la fase itinerante, che Raul Hilberg identifica come “prima ondata genocida”, decine di comunità ebraiche sul fronte orientale, dal Baltico al Mar Nero, furono spazzate via totalmente o parzialmente secondo un pattern largamente situazionale, legato cioè agli assi di avanzata delle truppe tedesche, dietro le cui avanguardie si muoveva rapidamente una varietà di reparti mobili preposti al massacro: dagli Einsatzgruppen, ai battaglioni di polizia, fino alle divisioni di sicurezza (Sicherungs-Divisionen), i quali aprendosi a ventaglio, colpivano chi incontravano sulla loro strada: il tutto sulla base di direttive piuttosto discrezionali quali il Kommissarbefehl, ma con inaudita ferocia.(2)
Ci fu dunque una Auschwitz prima di Auschwitz, che non usava i forni e le camere a gas ma le fucilazioni e le fosse comuni e che non rimase accentrata in relativamente poche fabbriche della morte, ma si diffuse in una miriade di episodi di differente magnitudo: dalle poche decine o centinaia di vittime, alle decine di migliaia.
La prima strage in assoluto ad essere perpetrata il 27 giugno 1941, circa 130 ore dopo l’inizio di Barbarossa, fu quella di Bia?ystok, di cui andremo ora a parlare.

2. BIALOWIEZA, 11/7/41
Non conosciamo esattamente il luogo, né se fosse mattina o pomeriggio. Sappiamo però dalle fotografie che la giornata era limpida; possiamo anche immaginarla afosa, come spesso sono le estati in quella zona della Polonia nord-orientale al confine meridionale della Lituania ed ai margini della grande pianura bielorussa.
Fu probabilmente una cerimonia improvvisata ma allo stesso tempo solenne. In uno spiazzo tra gli alberi si intravede infatti almeno una compagnia schierata dietro i suoi ufficiali, affiancati da alcuni cerimonieri della Wehrmach, che reggono le decorazioni e ne leggono le motivazioni di conferimento.
In primo piano si riconosce il Generalleutnant Johann Pflugbeil, comandante della Sicherungs-Divison 221 intento ad appuntare una Croce di Ferro sul petto di un poliziotto sull’attenti, visibilmente inorgoglito. Sulla manica sinistra dell’uniforme, appena sopra i polsini neri, appare visibile una fascetta con la scritta Deutsche Wehrmacht, che nell’estate del 1941 era il segno distintivo dei battaglioni di polizia aggregati alle divisioni di sicurezza della Wehrmacht. Proprio dietro al poliziotto decorato si vedono alcuni suoi colleghi, armati di macchine fotografiche, mentre cercano di immortalare la scena da altre angolazioni.
Dalla fotografia (3) non è possibile riconoscere i vari poliziotti decorati, ma si tratta in fondo di un dettaglio di poca importanza, poiché probabilmente si trattava dei sette membri del Polizei-Bataillon 309, tra cui il comandante Maggiore Ernst Weiss, che quel giorno, 11 luglio 1941, avevano ricevuto la Croce di Ferro per le loro loro gesta belliche:
“Il 26 e 27 giugno 1941, il maggiore Weiss guidava personalmente le sue compagnie a ripulire l’area boschiva su entrambi i lati della strada da Sokoly a Bialystok, lavorando instancabilmente sotto il fuoco dei cecchini nemici. L’azione di sgombero portata avanti dal suo battaglione ha contribuito a pacificare la città e le zone circostanti in un tempo relativamente breve. È considerato degno di decorazione”
La guerra contro l’Unione Sovietica era iniziata solo 19 giorni prima, ma erano già state assegnate numerose decorazioni, che avevano arricchito il palmarés del battaglione e rinvigorito il morale e l’orgoglio degli uomini che ne facevano parte.
C’era però un problema: fino a quel momento il Polizei-Bataillon 309 di Colonia non era ancora entrato praticamente in azione. Non aveva preso parte a scontri con il nemico, né ad operazioni militari degne di nota e tutto ciò che aveva fatto era stato avanzare verso est al seguito di diverse unità di prima linea senza subire perdite. Aveva attraversato il confine poco dopo il 22 giugno, era entrato in una città senza combattere e senza combattere ne era uscito pochi giorni più tardi. Poi aveva raggiunto la foresta di Bialowieza, dove sette dei suoi uomini erano stati decorati tra la soddisfazione di tutti.
Non sappiamo esattamente dove fossero quell’11 luglio, né se fosse mattina o pomeriggio. Ma sappiamo cosa avevano fatto quei poliziotti per meritare il loro premio.

2. PRIMA DELL’URAGANO
Secondo i dati dell censimento 1936, erano circa 100.000 gli abitanti di Bia?ystok, città polacca di antiche tradizioni situata al crocevia dei mondi baltico, germanico e slavo. Di questi abitanti 42.482 erano ebrei, che formavano una delle comunità ashkenazite più floride e culturalmente variegate dell’intera regione europea nord-orientale, compresi una maggioranza socialista legata al Bund, un diffuso fermento sionista ed un forte movimento operaio. Nei decenni precedenti questa comunità aveva superato difficoltà e traversìe, a cominciare dai pogrom russi del 1° giugno 1906, che avevano causato la morte di almeno 80 ebrei ed il saccheggio di centinaia di case e negozi. (4)
Dopo la rivoluzione d’ottobre erano peggiorati anche i rapporti con i polacchi, stante l’accusa rivolta agli ebrei di slealtà nei confronti della nascente Polonia: una diffidenza reciproca che nell’estate 1920 aveva spinto una parte della popolazione ebraica ad appoggiare il comitato rivoluzionario bolscevico provvisorio, durante i due mesi (luglio/agosto) dell’occupazione sovietica di Bia?ystok.
Nel settembre 1939 c’era stata infine l’invasione sovietica collegata a quella nazista, in seguito alla quale la regione di Bia?ystok era stata tolta alla Polonia ed annessa alla SRSF Bielorussia, con gli ebrei ancora una volta individuati dai polacchi come sostenitori attivi degli invasori sovietici. (5)
In realtà, più che dimostrare il loro sostegno ai bolscevichi, gli ebrei di Bia?ystok e quelli polacchi in generale, avevano scelto il minore dei due mali. Le notizie riportate dalle migliaia di profughi in fuga dai territori polacchi annessi al Reich non lasciavano dubbi su cosa fosse preferibile, dal punto di vista degli ebrei, tra la feroce persecuzione razziale perpetrata dai nazisti e l’oppressione politico-ideologica imposta dai sovietici. In quest’ultimo caso, a parte il conflitto di classe tra proletariato e classe media – alla quale molti ebrei appartenevano – non vi era una intolleranza dogmatica e preconcetta da parte del sistema sovietico verso gli ebrei in quanto tali: i quali potevano quindi aspirare, almeno in astratto, ad una convivenza meno precaria rispetto a quella imposta dal regime nazista, dove l’antisemitismo era dogma.
Sulla base di questa semplice logica, decine di migliaia di ebrei si erano riversati dalla Polonia occupata (Generalgovernatorato) al territorio sovietico tra l’autunno del 1939 e l’inizio del 1940. Il flusso era stato massiccio, tanto che nel novembre 1939 vi erano solo a Bia?ystok circa 35.000 profughi, con un carico logistico insostenibile per l’amministrazione comunale.
Tale esodo, da occidente verso est (poi in parte rifluito durante i primi mesi del 1940), fu una delle cause che alimentarono lo stereotipo negativo dello ?ydokomuna o “giudeo-comunista” soprattutto nell’immaginario collettivo della popolazione polacca: una stereotipo poi ampiamente sfruttato dalla propaganda nazista.
In effetti, sebbene molti ebrei, soprattutto tra i più giovani, riuscissero a farsi strada nel labirinto della burocrazia sovietica, così come nelle forze armate e nella polizia, la situazione in cui finirono per ritrovarsi molti dei rifugiati in URSS era molto diversa da quella che avevano immaginato. Paradossalmente, i primi ad essere colpiti dall’NKVD furono gli ebrei iscritti al Partito comunista polacco, accusati di trotzkismo, seguiti dai membri del Bund e dai principali esponenti delle istituzioni religiose: questi ultimi non tanto in termini di persecuzione antisemita – che non rientrava nel quadro ideologico del regime sovietico – bensì a causa della conclamata ostilità del sistema stalinista verso tutte le religioni, intese come elemento incompatibile e nocivo nell’edificazione dello Stato socialista.
In questi termini, mentre da un lato l’antisemitismo classico diffuso in Polonia durante durante gli anni della Seconda Repubblica di Polonia aveva praticamente cessato di esistere nelle regioni polacche orientali annesse all’Unione Sovietica, dall’altro lato la comunità ebraica di Bia?ystok si trovò a sopportare una persecuzione politica incessante da parte dell’onnipresente e paranoico regime stalinista.
Nelle varie deportazioni perpetrate tra il 1939 ed il 1941 (l’ultima delle quali avvenuta alla vigilia di Barbarossa), diverse migliaia di ebrei di Bia?ystok considerati nemici dello Stato, furono trasferiti forzatamente all’interno dell’Unione Sovietica mentre altri, almeno fino a quando fu possibile farlo, cercarono di trovare rifugio in Lituania.
Complessivamente, considerando la somma algebrica di arrivi e partenze, compresi sfollati e profughi, la popolazione ebraica di Bia?ystok alla vigilia di Barbarossa aveva probabilmente raggiunto i 50.000 abitanti. Di questi, per le ragioni sopra esposte, solo una minoranza poteva effettivamente considerarsi favorevole al regime sovietico, al contrario della grande maggioranza che si era limitata ad adattarsi alle circostanze tra molteplici difficoltà. Questa sproporzione rende l’equazione tra ebrei e comunisti assai approssimativa e strumentale, anche se non meno ideologicamente efficace negli ambienti dell’estremismo polacco oltre che come strumento propagandistico da parte del regime nazista.

3. BIALYSTOK, 27 GIUGNO 1941
Avevano lasciato Ostro??ka subito dopo il 22 giugno, diretti a i ponti sul Narew. Dall’altra parte della linea di demarcazione era territorio sovietico. Solo poche settimane prima, alla fine di maggio, il Polizei-Bataillon 309 di Colonia, era stato trasferito da Radom, nel Generalgovernatorato, a Ostro??ka nella Prussia Orientale (6), a seguito degli accordi raggiunti il 16 aprile tra Himmler, il capo della polizia d’ordine Kurt Daluege ed il quartiermastro generale dell’OKH, Eduard Wagner. Tali accordi assegnavano un battaglione di polizia a ciascuna delle nove divisioni di sicurezza della Wehrmacht incaricate di prendere parte alla fase iniziale dell’Operazione Barbarossa. Per questo motivo il Polizei-Bataillon 309 di Colonia doveva ora condividere la strada con gli slesiani della Sicherungs-Division 221 il cui compito, partendo da Ostrow Mazowiecka, era di proteggere le retrovie della 4ª Armata tedesca diretta in Bielorussia. (7)
In particolare, secondo le parole del comandante della 221a divisione, Ten. Gen. Johann Pflugbeil, al battaglione era stato assegnato il compito di “ripulire la città di Bialystok dagli sbandati russi e dalla popolazione ostile alla Germania, nonché di agire per mantenere la pace, la sicurezza e l’ordine all’interno della città”.
Quello che gli era stato affidato era un compito sostanzialmente nuovo per il Polizei-Bataillon 309, che in precedenza era stato utilizzato principalmente come unità di guarnigione. Si trattava, infatti, di un battaglione di recente formazione, costruito attorno a un gruppo di reclute di polizia, comprese molte delle classi mobilitate 1909-1912. Originario di Colonia, il battaglione era stato quindi trasferito a Radom e Pionki, in Polonia, il 23 settembre 1940. Prima del 27 giugno 1941 non vi sono informazioni circa il suo coinvolgimento in crimini di guerra.
Accolto con cordialità da parte della popolazione polacca il Polizei-Bataillon 309 entrò a Bia?ystok la mattina di venerdì 27 giugno 1941, con l’ordine di supportare il 2° reggimento di sicurezza della 221a divisione, nella ripulitura della città da eventuali sbandati russi ed elementi anti-tedeschi. Il battaglione era organizzato come segue:
?Stato maggiore del battaglione: comandante Maj. Ernst Weiss. Vice comandante Hptm Hans Behrens
?Compagnia 1/309 al comando del Hptm Hans Behrens
?Compagnia 2/309 al comando del Oltn Johann Hohl
?Compagnia 3/309 al comando del Oltn Joachim Buchs
Le compagnie 1/309 e 3/309 entrarono a Bia?ystok nella mattinata del 27 giugno e presero campo nella piazza del mercato, seguite nel primo pomeriggio dalla 2/309 che aveva sostenuto qualche scaramuccia con reparti sovietici di retroguardia.
Non è chiaro a questo punto di chi fu materialmente la responsabilità gerarchica dei fatti che accaddero, anche se non ci sono dubbi che alcuni giorni prima fosse stato Weiss a trasmettere ai suoi comandanti di compagnia il cosiddetto Kommissarbefehl, ovvero l’ordine dell’OKW di eliminazione dei commissari politici sovietici, facilmente utilizzabile come manleva e legittimazione degli eventi successivi. È comunque altrettanto vero come il Platzkommandant fosse l’ufficiale più alto in grado presente in quel momento sulla piazza di Bia?ystok, ovvero il generale Pflugbeil il quale però, come vedremo, non fece valere la propria autorità.
Tutto accadde rapidamente. Verso mezzogiorno del 27/6 Behrens e Buchs ordinarono l’adunata sulla piazza delle loro due compagnie (1/309 e 3/309), così da procedere al rastrellamento del quartiere ebraico, preventivamente circondato da un cordone di poliziotti.
Durante questa prima fase, segnata dal crepitio delle armi automatiche, da granate che esplodevano contro le porte, da urla e da suppliche, da umiliazioni e brutalità, si contarono decine di vittime tra gli ebrei, tra cui alcuni bambini, nonché quei pazienti dell’ospedale non in grado di muoversi da soli. In diversi casi, coloro che si rifiutavano di aprire la porta o che tardavano a farlo furono uccisi sul posto davanti agli occhi dei familiari.
Con questi metodi, nelle prime ore del pomeriggio, tutti gli ebrei di sesso maschile in età militare erano stati una fatti uscire dalle loro abitazioni e costretti a radunarsi nella piazza del mercato. Behrens, in particolare, avrebbe dato istruzioni su chi doveva essere ucciso sul posto, chi fatto uscire dalle abitazioni ed infine chi costretto a radunarsi nella piazza del mercato ovvero in quella antistante la grande sinagoga, scelte come punti di raduno delle vittime rastrellate in città.

Furono saccheggiati negozi, abitazioni, sinagoghe e case di preghiera, oltre ad uno spaccio di liquori, col risultato di ridurre molti poliziotti in stato di ebbrezza alcolica, compreso lo stesso comandante del battaglione, maggiore Weiss.
Secondo le testimonianze di ex-membri del battaglione rilasciate nel dopoguerra al pubblico ministero di Dortmund, molti polacchi avrebbero collaborato indicando ai poliziotti le case abitate dai loro concittadini ebrei ed altri possibili nascondigli. Vi furono casi di anziani ebrei cui venne bruciata la barba in segno di spregio o per non essere riusciti a ballare al ritmo vivace imposto dai loro persecutori; altri furono uccisi a casaccio e presto le strade cominciarono ad essere disseminate di cadaveri. Almeno dieci ebrei furono assassinati con colpi alla nuca da due poliziotti del terzo plotone della 3/309, sotto gli occhi del loro capo plotone, tenente Schneider
Nel pieno del caos, mentre gli ebrei venivano sospinti sulla marktplatz, due membri della comunità, uno giovane e uno anziano, furono visti gettarsi ai piedi del comandante della Sicherungs-Division 221, generale Pflugbeil supplicandolo di fermare il massacro. Incredibilmente, uno dei poliziotti presenti alla scena si aprì i pantaloni ed orinò su di loro. Pflugbeil fece rimproverare e punire il poliziotto, ma non mosse un dito per riprendere il controllo della situazione, oramai completamente degenerata nel caos. (8) Alcuni ufficiali della Wehrmacht avrebbero in effetti tentato di fermare il massacro, ma senza che nessuno desse loro ascolto.

Secondo diverse testimonianze, sia di soldati della Wehrmacht sia di sopravvissuti ebrei, le violenze e le sparatorie continuarono per diverse ore fino al tardo pomeriggio.
Poco prima dell’imbrunire, mentre il numero degli ebrei rastrellati continuava ad aumentare, l’Hauptmann Behrens della 1/309 giunse alla piazza del mercato, dando ordine ai suoi ufficiali di procedere con le fucilazioni degli ebrei arrestati fino a quel momento, che a decine furono quindi portati in due siti dove erano state nel frattempo piazzate mitragliatrici e scavate fisse comuni: uno dei siti era il parco del Branicki, presso il Palazzo del Governo e l’altro in un campo aperto fuori città.
A quel punto Behrens ed il capo-plotone tenente Schneider si spostarono nel distretto Shulhof, dove sorgeva la grande sinagoga davanti alla quale erano stati radunati 700-800 ebrei, per lo più uomini, ma anche molte donne con bambini che non avevano voluto abbandonare i loro congiunti. (9)
Dopo l’imbrunire, mentre 100 o 150 poliziotti in maggioranza della 3/309 si dispiegavano a doppio cordone attorno alla sinagoga, altri poliziotti costrinsero tutti gli ebrei presenti a entrare nell’edificio, le cui porte e le finestre furono bloccate dall’esterno con mobili e masserizie.
Taniche di benzina furono quindi svuotate sui muri esterni della sinagoga ed anche all’interno, attraverso le finestre. A quel punto Behrens e Schneider diedero l’ordine di appiccare il fuoco. (10)
Secondo l’atto d’accusa del procuratore di Dortmund, l’incendio venne innescato con granate lanciate sulla benzina ed immediatamente fiamme altissime cominciarono a diffondersi fino alla sommità dell’edificio, dall’interno del quale si sentiva provenire un suono di inni sacri e di urla di terrore.
Alcuni ebrei tentarono di fuggire attraverso la porta principale in fiamme, ma furono abbattuti dalle mitragliatrici mentre altri, che si erano gettati dalle finestre con i vestiti incendiati, subirono la stessa sorte atterrando nella piazza per poi finire di consumarsi come torce umane sotto gli occhi dei poliziotti. Furono almeno sei gli ebrei assassinati a questo modo.
Alcune donne furono viste affacciarsi alle finestre della sinagoga sollevando i loro bambini e supplicando che almeno i più piccoli potessero essere risparmiati, ma furono immediatamente prese a fucilate. Un giovane, che era riuscito a fuggire indenne all’esterno, chiese invano pietà, prima di essere falciato da una raffica di mitragliatrice, mentre un altro preferì suicidarsi impiccandosi ad una colonna, piuttosto che morire tra le fiamme. Altri ancora cercarono rifugio dentro alcuni piccoli magazzini ai lati della sala preghiera principale, ma trovano la morte soffocati dal fumo che aveva invaso l’intera sinagoga.
Per un caso fortuito, con l’aiuto del sacrestano che viveva nei pressi, due dozzine di ebrei riuscirono ad uscire da una porta laterale in un momento in cui la sorveglianza esterna era stata allentata: assieme a pochi altri furono gli unici sopravvissuti all’incendio della sinagoga.

Questa è la testimonianza resa al pubblico ministero di Wuppertal il 9 agosto 1966 da un cittadino ebreo di Bia?ystok scampato al massacro: (11)
“Ho potuto osservare da vicino, da circa 20 metri di distanza, come gli ufficiali tedeschi continuassero a gettare esplosivi contro le pareti della sinagoga anche quando questa aveva già cominciato a bruciare. Poco prima, bombe a mano erano state lanciate attraverso le finestre, provocando un frastuono terribile. Ho visto anche un giovane che dopo essersi gettato da una finestra nel tentativo di salvarsi, venne ucciso da una fucilata sparata da un tedesco.”
Ci volle circa mezz’ora affinché la tragedia raggiungesse il suo epilogo. Poi le urla cessarono e fu il silenzio. Secondo Norbert Simgen, Presidente del Tribunale di Wuppertal, le urla delle vittime arse vive all’interno della sinagoga poterono essere udite fino a 800 metri di distanza mentre il fetore di carne bruciata fino a 400 metri. (12)
Mentre la sinagoga e i malcapitati rinchiusi al suo interno finivano per consumarsi nell’incendio, a causa del caldo estivo le fiamme iniziarono ben presto a propagarsi anche alle vicine case in legno: fu solo a quel punto, di fronte ad una situazione fuori controllo e ad un rogo che minacciava di estendersi all’intera città, che il comandante del battaglione Weiss, finalmente giunto sulla scena, si decise ad ordinare lo spegnimento dell’incendio.
Nonostante l’intervento di un gruppo di genieri, la maggior parte del quartiere ebraico attorno alla sinagoga continuò a bruciare per tutta la notte, tanto che lo stesso parco motorizzato del battaglione, lambito dalle fiamme, dovette essere evacuato in tutta fretta. Furono sgomberati inoltre l’edificio governativo in cui il generale Pflugbeil aveva posto il comando della 221a divisione, nonché un vicino l’albergo divenuto sede del Sicherungs-Regiment 2.
Tra le fiamme e sotto le case crollate trovarono la morte altri 1.000 ebrei circa.

Nel corso di quella notte, quando finalmente Pflugbeil si decise ad intervenire chiamando Weiss a rapporto, questi non riuscì a profferire parola in quanto completamente ubriaco. A sua volta Heinrich Schneider, capo plotone, fu ritrovato riverso in mezzo ad una strada, ferito e privo di sensi per eccesso di alcool. Nelle stesse condizioni si trovavano anche diversi poliziotti del battaglione. (13)
Alle prime luci dell’alba, quando le fiamme poterono essere finalmente domate apparve chiaro come buona parte del quartiere ebraico di Bia?ystok fosse andato completamente distrutto. Complessivamente, tenendo conto dei fucilati nelle fosse comuni, delle vittime delle case crollate e bruciate e di quelle arse vive all’interno della sinagoga, quel 27 giugno avevano perso la vita almeno 2.000 ebrei.
Il giorno successivo, sabato 28 giugno, brigate di lavoro formate da ebrei e polacchi, sotto la sorveglianza del personale del battaglione, procedettero al recupero dei corpi, la maggior parte dei quali bruciati o carbonizzati al punto da dover essere raschiati da terra con i badili e messi nei sacchi.
Ci vollero tre giorni e 20 autocarri per trasportare i resti delle vittime al cimitero ebraico, dove furono sepolte in una fossa comune.

NOTE
1) Christopher Browning, Uomini Comuni. Polizia tedesca e Soluzione Finale in Polonia. Torino, 1992, p. 81.
2) Raul Hilberg, La distruzione degli ebrei d’Europa, Torino, 1995, p. 311.
3) Sono due le foto note della premiazione di Bialowieza, una lo specchio dell’altra. La prima è visibile qui. La seconda, quella che descriviamo, appartiene ad una collezione privata.
4) Il pogrom fu perpetrato dagli estremisti russi dell’organizzazione Cento Neri, con la complicità della polizia zarista. Si veda Sara Bender. The Jews of Bia?ystok During World War II and the Holocaust. Hanover, NH, 2008.
5) L’ingresso delle truppe sovietiche a Bia?ystok (22/9) era stato accolto con fiori, bandiere rosse e ritratti di Stalin dalla locale popolazione ebraica, sollevata per il ritiro dei tedeschi dalla città, in cui erano entrati il 16/9.
6) Dopo l’invasione della Polonia, Ostro??ka ed il suo distretto erano stati annessi al Reich divenendo parte del Gau Prussia Orientale. Ostro??ka era stata quindi ribattezzata Scharfenwiese.
7) I battaglioni di polizia d’ordine (Ordnungspolizei) concettualmente analoghi ai nostri battaglioni mobili CC non ricadevano sotto il comando dell’esercito (OKH) bensì sotto il comando generale di Polizia (Hauptamt-Orpo) a sua volta parte del RSHA di Heydrich.
8) Questo infame episodio è menzionato da tutte le fonti principali. Ne ricordiamo una: Stefan Klemp, Nicht Ermittelt. Polizeibataillone und die Nachkriegsjustiz – Ein Handbuch. Essen, 2005, p. 263.
9) Il numero delle vittime della sinagoga varia in base alle fonti. Secondo la sentenza del primo processo di Wuppertal contro Buchs ed altri, furono 700 (800 secondo l’atto d’accusa). Secondo le stime del secondo processo di Wuppertal contro Buchs e Schaffrat furono invece 500.
10) Wolfgang Curilla, Die Deutsche Ordnungspolizei und der Holocaust im Baltikum und Weissruthenien, 1941-1944, Paderborn 2006, p. 515.
11) Klaus Mallmann, Volker Riess, Wolfram Pyta, Deutscher Osten 1939-1945: Der Weltanschauungskrieg in Photos und Texten, Stoccarda, 2003, p. 73.
12) Heiner Lichtenstein, Himmlers grüne Helfers. Die Schutz- und Ordnungspolizei im Dritten Reich. Colonia, 1990, p. 81.
13) Klemp, op.cit., p. 264.
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Orrore, orrore puro che, erroneamente, eravamo certi non avremmo più rivissuto. Purtroppo la realtà dei fatti dice altro!! Grazie della testimonianza.
Tutto giusto (tremendamente, orribilmente giusto). Una sola precisazione, il primo campo di sterminio ad entrare in funzione non fu Belzec, bensì Chelmno, nel novembre del 1941, circa die mesi prima dela conferenza di Wansee, che dovette essere posticipata a causa dei gravi problemi insorti sul fronte russo da parte dell’esercito tedesco (blocco dell’avanzata, prime gravi perdite).