


La nostalgia per i grandi leader del Novecento nasce dal confronto con una politica contemporanea spesso prigioniera del consenso immediato. Ma il declino dello stile politico dipende solo dagli uomini di oggi, o anche da un mondo diventato più complesso, rapido e difficile da governare?
Se è lecito parlare di stile della politica e di politici di stile, difficilmente si può ragionare al presente; con un po’ di nostalgia, e forse di rimpianto, si è invece portati a volgere lo sguardo al passato.
Certo, i ricordi sono spesso ingannevoli e tendono ad avvolgere gli eventi che ci lasciamo alle spalle in un alone rosato che forse non meriterebbero. Eppure, nel caso specifico, è difficile smentire questa impressione.
Senza soffermarsi sul panorama mondiale dei leader attuali, dal quale si fatica a individuare figure di autentica statura storica, con la possibile eccezione, piaccia o meno, di Xi Jinping, vale la pena ricordare alcuni grandi protagonisti della nostra epoca, forgiati e temprati dal secondo conflitto mondiale.
Sono coloro che hanno contribuito a costruire il mondo che abbiamo conosciuto e che, con tutta evidenza, i politici contemporanei non riescono più a indirizzare con altrettanta efficacia.
Naturalmente la responsabilità non ricade soltanto sulla politica. Chi esercita il potere proviene infatti dalla società e ne riflette pregi e difetti.
Il problema di fondo può forse essere riassunto in un semplice atteggiamento: le generazioni uscite dalla guerra, negli anni compresi fra i ’50 e i ’70, mostrarono una forte disponibilità al sacrificio in vista di un futuro migliore; una volta raggiunto un benessere più diffuso, si è invece progressivamente affermata la cultura del tutto e subito.
La decrescita demografica e il trionfo del populismo rappresentano due esempi evidenti di quella chiusura individualistica che sembra oggi affliggere gran parte delle società occidentali.
Per comprendere la differenza basta ricordare alcune figure che hanno segnato le vicende politiche della seconda metà del Novecento.
John Fitzgerald Kennedy rimane il simbolo di una politica capace di parlare al futuro. Il suo «Non chiedete cosa il vostro Paese può fare per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro Paese» è probabilmente la frase che meglio riassume lo spirito di una generazione.
Ma fu soprattutto il discorso di Berlino del 1963, con il celebre «Ich bin ein Berliner», a consacrarlo come leader del mondo libero.
Winston Churchill aveva rappresentato invece il coraggio nella sconfitta apparente. Quando la Gran Bretagna sembrava destinata a soccombere sotto i colpi della Germania nazista, seppe infondere fiducia al suo popolo con parole rimaste indelebili.
«Non ho da offrire altro che sangue, fatica, lacrime e sudore» fu l’annuncio del sacrificio; ma fu la conclusione del discorso alla Camera dei Comuni a consegnarlo alla storia: «Combatteremo sulle spiagge, combatteremo nei luoghi di sbarco, combatteremo nei campi e nelle strade, combatteremo sulle colline; non ci arrenderemo mai».
Charles de Gaulle, nel giugno del 1940, rifiutò la resa e da Londra invitò i francesi a continuare la lotta. Quel gesto solitario salvò l’onore della Francia e preparò la rinascita politica del Paese.
Deng Xiaoping cambiò invece il corso della storia con una frase soltanto: «Lasciamo che alcuni si arricchiscano prima degli altri». Con quella scelta la Cina abbandonò l’egualitarismo della stagione maoista e avviò la trasformazione economica che avrebbe cambiato prima il Paese e poi il mondo.
In Italia il primo nome è inevitabilmente quello di Alcide De Gasperi. Alla Conferenza di Pace di Parigi del 1946 parlò a nome di una nazione sconfitta e umiliata. Il suo discorso, fermo e dignitoso, restituì agli italiani il senso dell’onore nazionale proprio quando sembrava perduto.
Pietro Nenni lasciò invece alla storia una delle espressioni più efficaci della politica italiana del dopoguerra. Quando nel 1964 si temette un’involuzione autoritaria legata al cosiddetto Piano Solo, parlò del «tintinnar di sciabole», una formula che ancora oggi evoca il pericolo di interferenze militari nella vita democratica.
Sandro Pertini fu probabilmente il Presidente della Repubblica più amato dagli italiani. Antifascista da sempre, pagò le proprie convinzioni con lunghi anni di carcere e di confino. Questa coerenza morale gli conferì un’autorevolezza che gli italiani percepirono sempre come autentica.
Da Presidente della Repubblica seppe rappresentare le istituzioni senza mai allontanarsi dal sentimento popolare.
Ugo La Malfa, con i suoi occhiali spessi e leggermente sbilenchi, incarnò il rigore della ragione. In anni di facili promesse denunciò instancabilmente i rischi della spesa pubblica incontrollata e del debito, anticipando problemi che sarebbero esplosi decenni più tardi.
Anche il sindacato espresse personalità di grande statura. Luciano Lama dimostrò il proprio coraggio nel 1977 all’Università La Sapienza di Roma, affrontando contestazioni e violenze senza rinunciare alle proprie convinzioni.
Diversissimo, ma fondamentale nel rendere l’Italia più giusta, Marco Pannella. Le sue battaglie per i diritti civili, condotte spesso attraverso lunghi scioperi della fame, mostrarono come la forza delle idee possa talvolta prevalere su quella dei numeri.
Più controversa, ma non insignificante, la figura di Aldo Moro. Uomo di straordinaria intelligenza e finezza politica, perseguì fino all’ultimo la strada del dialogo e della mediazione.
Qualcuno vi vide una forma di saggezza, altri un eccesso di prudenza. Rimane celebre la sua definizione della Democrazia Cristiana: «prudente e ardita». La sua tragica fine segnò uno spartiacque nella storia della Repubblica.
Anche Enrico Berlinguer occupa un posto peculiare nella memoria collettiva della sinistra italiana. Il richiamo alla «questione morale» rappresentò uno dei momenti più alti della sua azione politica.
Ma forse ancora più significativa fu l’intervista concessa a Giampaolo Pansa nel 1976, nella quale dichiarò di sentirsi «più sicuro sotto l’ombrello della NATO». Una frase sorprendente per il leader del più grande partito comunista dell’Occidente.
Quanto a Bettino Craxi, sarebbe ingeneroso ignorarne il carisma e la capacità decisionale. L’episodio di Sigonella rimane una delle pagine più significative della politica estera italiana del dopoguerra.
Tutti costoro possedevano una caratteristica oggi sempre più rara: pensavano in termini di decenni e non di sondaggi, di interesse nazionale e non di consenso immediato, di eredità politica oltre la visibilità personale.
Sarebbe tuttavia eccessivo concludere che il declino della politica dipenda soltanto dalla qualità degli attuali protagonisti. Il mondo che i loro predecessori governarono era più semplice di quello attuale.
All’epoca la popolazione mondiale era meno di un terzo di quella odierna; gran parte dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina occupava ancora una posizione marginale negli equilibri economici globali; la comunicazione viaggiava con tempi che oggi sembrano preistorici e le decisioni politiche potevano maturare nell’arco di mesi o di anni.
Oggi i governi devono confrontarsi con una realtà assai più complessa. La rivoluzione tecnologica modifica continuamente l’economia e il lavoro; i social network impongono una pressione permanente e un giudizio istantaneo su ogni scelta.
Potenze un tempo considerate periferiche sono diventate protagoniste della scena mondiale; i flussi finanziari, commerciali e migratori attraversano il pianeta a una velocità sconosciuta alle generazioni precedenti.
A ciò si aggiungono la crisi demografica dell’Occidente, le tensioni ambientali, la competizione tecnologica e la ridefinizione degli equilibri geopolitici.
Particolarmente preoccupante appare il ritorno della politica di potenza. Dopo la caduta del Muro di Berlino molti avevano immaginato un mondo nel quale il confronto diplomatico e la cooperazione economica avrebbero progressivamente sostituito il ricorso alla forza.
Sta accadendo invece il contrario. Guerre, invasioni, minacce nucleari e conflitti regionali dimostrano quanto la diplomazia fatichi oggi a svolgere il proprio ruolo e quanto la politica sembri spesso incapace di prevenire le crisi prima che degenerino.
Forse, dunque, sarebbe bene riflettere prima di affermare che i politici di oggi siano semplicemente inferiori a quelli di ieri. È più probabile che si trovino ad affrontare problemi di una dimensione e di una complessità senza precedenti.
E tuttavia il rimpianto rimane. Perché osservando le figure che hanno attraversato il Novecento si ha l’impressione che, di fronte alle difficoltà, esse cercassero di guidare gli eventi, mentre oggi troppo spesso la politica sembra limitarsi a inseguirli.
È probabilmente questa la differenza che alimenta la nostalgia: non quella per un’età dell’oro che forse non è mai esistita, ma per una stagione nella quale la politica, con tutti i suoi errori e le sue contraddizioni, appariva ancora capace di indicare una direzione.

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Un ottimo momento di riflessione sulla nostra storia recente, augurandoci che siano in tanti a leggere oltre al titolo, ne vale la pena
Pertini? Quello che se in un articolo leggeva una microscopica critica nei suoi confronti chiamava il direttore del giornale e intimava “Licenzialo!”? Eh, glielo raccomando proprio quello.
Pannella: sì, me li ricordo i suoi luuuuuunghi scioperi della fame che avrebbero stroncato quattro Bobby Sands messi insieme. Ricordo anche quello della sete durato oltre 20giorni: più del triplo del massimo di sopravvivenza umana senza acqua. Eh, glielo raccomando proprio quello.
E Craxi, fraterno amico del terrorismo islamico, e Sigonella, sì, una delle pagine più nere e vergognose della politica estera italiana. E le raccomando anche quello.