L’editoriale di Michele Magno
Nel 2005 nacque l’Unione di Romano Prodi. Era un campo larghissimo, eppure non finì bene
Il termine riformismo ha un’origine storica precisa. Viene introdotto in Inghilterra, tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, nel corso della campagna per l’allargamento del suffragio universale culminata nel “Great reform bill” del 1832, che ampliava l’accesso al voto dei ceti borghesi. La sua nascita, dunque, è legata alla storia della democrazia rappresentativa. Verrà poi usato in contrapposizione al massimalismo rivoluzionario, per designare le politiche di welfare delle socialdemocrazie europee. La prospettiva di un’economia pianificata e di una società senza classi cede quindi il passo a una concezione secondo cui il capitalismo non va abbattuto, ma “civilizzato” attraverso correzioni graduali delle sue storture e delle sue disuguaglianze. In questo senso Eduard Bernstein diceva che “il movimento è tutto e il fine è nulla”.
Ora, nel vocabolario della sinistra italiana il termine riformismo è uno dei più inflazionati e polisemici. Con la fine dei vecchi simboli e delle vecchie appartenenze di quel che fu il movimento operaio, non sono mancati i tentativi di aggiornarne il significato facendo i conti con le nuove sfide di un mondo in cui tutto è stato rimesso in discussione: equilibri planetari, sovranità statali, blocchi sociali, modelli di sviluppo, modi di formazione della coscienza individuale e collettiva. E il Pd è stato creato proprio con l’ambizione di unificare la tradizione socialista, in tutte le sue famiglie; quella laico-democratica e quella cattolico-popolare. Ma, alla prova dei fatti, “l’amalgama è mal riuscito” (copyright di Massimo D’Alema).
E ancora oggi si presenta come un involucro dove coesistono molte reliquie ideologiche di cui i suoi fondatori non si sono mai liberati fino in fondo mediante severi bilanci critici. Del resto, una forza riformista si distingue per le sue idee, la sua capacità di proposta, il costume dei suoi gruppi dirigenti, e non perché considera i programmi alla stregua della promozione pubblicitaria di un prodotto, a cui non si chiede tanto di essere credibile, ma gradevole. In altre parole, un partito non può vivere senza princìpi e senza una cultura politica trasparente che orienti le sue grandi scelte. Forse così può anche tirare a campare e avere anche buoni risultati elettorali (come alle ultime europee), ma si espone al rischio dell’opportunismo più disinvolto: per cui si può scoprire, in base alle convenienze del momento, pacifista o favorevole agli aiuti militari all’Ucraina, proporzionalista o maggioritario, ecologista o industrialista, garantista o giustizialista.
Il dovere del riformismo è quello di fare le riforme, non di occupare Palazzo Chigi a prescindere, come direbbe Totò. Altrimenti esso indica un semplice recapito, un nome che tutt’al più richiama l’albero genealogico: racconta da dove si viene, non dove si vuole andare. Questo nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore, diventa rassegnazione allo stato di cose esistente spacciata per realpolitik. La verità è che ancora non si capisce (almeno chi scrive non capisce) cosa voglia fare da grande: rilanciare la sua vocazione maggioritaria o acconciarsi mestamente a una riedizione dell’Unione prodiana nata alla metà del decennio scorso. Una grande ammucchiata che sappiamo come andò a finire.
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